Un giorno d'estate

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  • Ninag
    Opinionista
    • 05/03/24
    • 1565

    #1

    Un giorno d'estate

    In passato ho avuto esperienze stravaganti e fuori del comune, sebbene nulla di quanto vidi possa essere definito anche minimamente ordinario.
    Quanto mi accadde, si può comprendere solo attraverso una luce opaca attraverso i confini dell’immaginario. Mi trovavo casualmente nella villa in campagna di proprietà di alcuni miei amici, sulla casa regnava un'atmosfera densa di attese.
    I padroni di casa uscivano spesso lasciando gli ospiti liberi di fare ciò che più desideravano.
    Un martedì sera qualcosa cambiò con l'arrivo di un nuovo ospite.
    Peter così si chiamava, portò in mezzo a noi il profumo del vento e del mare in tempesta senza che noi ne fossimo consapevoli. Le giornate si trasformarono, quelle che prima erano cene noiose diventarono attraenti e piacevoli si modificarono velocemente, si era creata una situazione in cui nessuno poteva pensare seriamente che vi fosse un qualsiasi pericolo.
    La qualità di Peter, che tutti avevano notato era quella di essere sfuggente, in quanto riusciva ad affascinare e allontanare le persone allo stesso tempo. Alto, scuro di capelli in forte contrasto con la bianchissima carnagione, lui con la sua persona brillava in quella semplice cornice, la casa rustica, tinta con la calce bianca appariva troppo piccola, persino il giardino era meno vivace, la buganvillea che tutti gli ospiti ammiravano nei giorni passati pareva aver perso qualcosa.
    La sua presenza riusciva a turbare tutti indistintamente.
    La mattina del venerdì si diresse verso di me sorridendomi come se ci conoscessimo fin da bambini. “Antonio guarda un po’ cosa ho trovato in soffitta". Ero leggermente imbarazzato dal suo tono particolarmente colloquiale. “Cosa?" Risposi. "Un diario, guardate tutti i segreti di codesta magione sono racchiusi in queste righe". Ci guardò e rise in modo fragoroso, il suo sguardo estatico mi aveva un poco sorpreso.
    Senza perdere tempo iniziò a leggere:” sei marzo millenovecentosettantacinque, non vivo più mi manca l’aria da, quando l’ho vista in quel giardino, raccoglieva l’erba a fasci dal prato e cantava una vecchia canzone, quando si è girata e mi ha guardato mi sono perso, ho visto l’abisso, le rocce appuntite, mi sarei buttato ai suoi piedi e l’avrei voluta implorare di perdonarmi, per ciò che era stata la mia vita prima di lei, ma in quel momento un tipo alto e muscoloso uscì dalla porta, e la chiamò” “Caterina”, “lei si voltò e lo seguì”.
    Non so dire per quanto tempo rimasi immobile fermo a guardare, le gambe mi dolevano, ma non riuscivo a muovermi, non saprei dire neppure a cosa pensassi semplicemente non pensavo, ero travolto da quell’immagine.
    Peter si fermò per un attimo a guardarci, eravamo tutti intenti ad ascoltarlo, così presi dalla sua voce che ci sembrava di vedere dinnanzi a noi l’immagine da lui evocata.
    Laura fu la prima ad alzarsi, bionda ossuta con grandi occhi marrone,” che cavolata, ti stai inventando tutto”
    Peter la guardò serio. “Lo credi veramente!”.
    “Certamente”. Sentenziò lei con fare beffardo.
    Lui prese il manoscritto e lo gettò a terra, e si allontanò a grandi passi.
    Lo squillo del telefono d’Armando, ci riportò alla normalità.
    Come presi da una smania incontrollabile, ci allontanammo tutti dal giardino in direzioni differenti. Solo Silvia si era fermata a raccogliere il manoscritto.
    La mia famiglia era partita per andare al mare da tre giorni, in quel momento rimpiansi di non averla seguita. I miei genitori possedevano una piccola casa sulla costa, niente di particolare una casa rustica, ereditata dai miei nonni, commercianti di granaglie.
    La loro fortuna era iniziata prima della Seconda guerra mondiale, quando il fratello maggiore di mio nonno era morto in guerra.
    Egli aveva ereditato la sua parte d’eredità e quella di suo fratello, avevo trovato sempre strano l’inizio di questa fortuna, in ogni caso non potevo lamentarmi del mio destino.
    Era stato Giuseppe ad invitarmi, il mio professore universitario, ormai eravamo diventati amici, per la verità avevo sperato che alla villa avrei incontrato Arianna sua cugina, ma di questa non c’era traccia.
    Lavoravo con mio padre da prima della laurea, per me era normale, anche se in quel periodo sentivo sempre più spesso l’esigenza di staccarmi, mi sentivo come lacerato tra l’amore filiale e il mio essere uomo.
    Per fortuna mio padre mi elargiva un lauto stipendio, quindi se avessi deciso di andarmene non avrei avuto problemi a trovare un posto qualsiasi in cui passare le vacanze.
    Alcuni miei amici erano partiti per la Spagna e quella mia scelta di passare le vacanze al lago sembrava sicuramente demodé.
    Passai il resto del pomeriggio da solo, a leggere alcuni libri trovati in biblioteca.
    Probabilmente mi addormentai, perché fui svegliato di soprassalto, “Antonio”, fu la voce di Peter a svegliarmi.
    Entrò nella camera, senza darmi il tempo di alzarmi, “guarda” mi disse indicandomi il suo abbigliamento.
    Dovetti guardarlo stranamente, quasi stizzoso. “Andiamo a pescare, al lago, scusa ma allora perché che sei venuto!”. Cercai una scusa per respingere il suo invito, ma le mie rimostranze furono ignorate e così pochi minuti dopo mi trovai fuori.


    Il sole era alto, quando uscimmo, l’aria calda pizzicava leggermente la pelle e gli stivali mi fecero sudare dopo appena, pochi passi.
    Peter, parlava ininterrottamente, come se l’episodio di poche ore prima non fosse mai accaduto, mi raccontava di una sua esperienza in un’isola tropicale fatta di recente, in cui si aveva fatto delle immersioni subacquee, lui era un fotografo specializzato e lavorava per delle riviste che si occupavano del fondale marino.
    Per me uomo di terra con le mie granaglie, mi sentivo un vero pesce fuor d’acqua.
    Arrivammo sulla sponda del lago dopo circa venti minuti, il lago era calmo e placido, uno sciame di mosche ci dette il ben venuto, alla nostra sinistra c’era un canneto dove nuotavano alcune papere, scivolavano così leggere sull’acqua che provai invidia.
    Pensai con un sospiro alla casa del nonno, ma mi sentivo forte dell’idea di potermene andare in qualsiasi momento.
    Peter iniziò ad armeggiare con le canne, prese alcuni vermi mollicci e li mise sull’amo, vidi una lieve smorfia sul suo volto, quando cercai di lanciare l’amo che s’impigliò in un cespuglio e come se non bastasse per poco non caddi in acqua, non che la cosa mi sarebbe dispiaciuta, ma con gli stivali e il tutto sembrava alquanto imbarazzante.
    Fu un caso che pochi minuti dopo aver lanciato sentì che questa faceva resistenza, ebbi paura che l’amo si fosse impigliato nel fondale e quando iniziai a riavvolgere vidi qualcosa che luccicava sul pelo dell’acqua, era una tinca, fu l’unica che pescai; Peter invece ne pescò quattro.
    Mentre pescavamo avevamo parlato pochissimo. Peter, ricominciò a parlare quasi un'ora dopo di una certa Gigliola, intanto che ci accingevamo a rientrare, lei era una sua collega, lei era partita per l’oceano Indiano a fare un servizio fotografico. Lo ascoltavo con una certa attenzione, probabilmente ero un buon ascoltatore, perché egli dilungò in una serie di dovizie nel narrarmi di quanto ammirasse quella donna.
    La strada mi sembrò più lunga dell’andata, avevo sete e come se non bastasse ci eravamo scordati di portare l’acqua. Decidemmo di costeggiavamo il lago, io di tanto in tanto gettavo un’occhiata obliqua, su quella conca azzurrognola, fu allora che vidi la casa a picco sull’altro lato, così diversa dalle altre costruzioni. Era maestosa, anche se lievemente anacronistica, completamente ricoperta di vite americana, sembrava un vecchio castello, sebbene si capisse che era una costruzione recente, Peter si accorse che non lo ascoltavo più.
    “Sai quella villa è del conte Romildi”.
    Lo guardai credo senza alcuna espressività “Come non sai chi è il conte Rombildi?”.
    “No, non saprei!”. Esclamai
    “Dovresti leggere i giornali!”. Disse ridendo.
    Pensai che si facesse beffe di me “Io leggo i giornali!”. Bofonchiai
    La costruzione era enorme tanto più di quanto mi fosse parsa dal primo momento.
    “Che cos’è? “Dissi più a me che a lui.
    “Il re dell’acciaio”.
    “Cavolate, il re dell’acciaio a Solino”.
    “Ma sì, è nato da queste parti ma ha sempre vissuto in Francia”.
    A una distanza notevole mi accorsi che vi erano altre case semi nascoste tra gli alberi, alcune parevano baite, tutte in legno sembravano più consone all’ambiente.
    La strada si allargò all’improvviso ci trovammo in uno spiazzo, sulla destra c’era una specie di chiosco, dove un uomo in canottiera blu sistemava alcune piccole imbarcazioni a vela, lessi il cartello, Scuola di vela.
    “Guarda”. Mi disse Peter, “Potremmo andare in barca, protestai debolmente “.
    “Non so andare in barca”.
    “Se non lo avessi visto questa è una scuola di vela”.
    L’uomo con la canottiera verde si avvicinò a noi, e ci fece cenno di seguirlo.
    Peter, iniziò a tempestarlo di domande, io lo seguivo più che altro per inerzia, gli stivali mi si erano attaccati ai piedi, i pesci mi sembravano più pesanti, e avevo sete.
    L’uomo ci diede due bottiglie di acqua fresca, doveva essere stato Peter a domandargliele, dopo aver bevuto cominciai a seguire i loro discorsi.
    L’uomo si chiamava Tino, egli si era trasferito da tre anni a Solino dopo aver venduto la sua officina meccanica, aveva sempre amato le barche, aveva lavorato a Solino da ragazzo e dal momento che non aveva impegni familiari di sorta in città, aveva deciso di trasferirsi sul lago. Era in pensione, ma non aveva voglia di passare tutto il giorno senza fare nulla. Ci disse che sua moglie era morta e mentre lo diceva agitava le mani, come a voler scacciare tale pensiero.
    Ci mostrò orgogliosamente una foto di sua moglie da giovane “Era una ballerina!” Esclamo, come se questo dovesse giustificare qualcosa.
    Andammo via dieci minuti dopo con la promessa di tornare la mattina dopo per la mia prima lezione di vela.
    La sera ero così stanco che fatta la doccia mi addormentai di colpo, sognai la casa dei nonni vicino al mare, che cominciava a sembrarmi un miraggio.
    E così, accadde che in un caldo mattino di luglio, andai alla mia prima lezione di vela, la prima e l’ultima.
    La mattina dopo salutai i padroni di casa e mi recai nella vecchia casa al mare.


  • doxa
    Opinionista
    • 30/04/19
    • 2659

    #2
    Brava. Bel racconto. Mi piace 👌

    Comment

    • Ninag
      Opinionista
      • 05/03/24
      • 1565

      #3
      Grazie Doxa, é un vecchio racconto.

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