O almeno vuoi sapere che cazzo significa questa espressione? Allora scoprilo con il facilissimo test che segue.
Gli pseudo-intellettuali tendono a farcire ogni loro intervento di termini tecnici, o comunque roboanti, benché in apparenza utilizzati in un contesto appropriato, ma a differenza degli intellettuali veri e propri in realtà non hanno praticamente nulla da dire sul tema su cui pretendono di illuminarci. Sono dei veri e propri maestri nell'infiocchettare il vuoto spinto di arzigogoli e voli pindarici vari, come la cucina cinese è maestra nel confezionare cibo con niente, però presentandolo in modo superlativo. Gli pseudo-intellettuali si differenziano anche dai comuni parlatori a vanvera in quanto, mentre questi ultimi finiscono col ripetere le stesse cose allo stesso modo, i primi lo fanno in modo sempre diverso, in questo aiutati dalla loro superiore conoscenza lessicale e ricchezza espressiva, dando così l'impressione di aggiungere ogni volta qualcosa di nuovo, anche se all'atto pratico non fanno altro che appesantire il discorso con l'intenzione di costruire e rafforzare una cortina fumogena che doni loro un'aura di invincibilità. Mentre gli intellettuali purosangue sanno adattare il loro linguaggio all'uditorio che hanno di fronte, gli pseudo-intellettuali si guardano bene dal farlo, poiché il loro metodo è far perdere il filo del discorso nei meandri di un nozionismo quanto più possibile sbalorditivo, in modo che quando giungeranno alle loro pseudo-conclusioni il pubblico non possa fare altro che applaudire, dopo aver dato misurati ma convinti cenni di assenso nel corso della narrazione, onde evitare di rendere palese la propria ignoranza. Ove poi si trattasse di un seminario per addetti ai lavori, come in ogni associazione di categoria che si rispetti vale il tacito principio: tu non pestare i piedi a me che io non li pesto a te, perché tanto siamo tutti sulla stessa barca. In ogni caso, qualora ci siano delle domande, esse saranno opportunamente filtrate o autocensurate, se non addirittura programmate, come nella tradizione dei migliori reality show.
In merito ai contenuti delle loro dissertazioni, gli pseudo-cosi si avvalgono sistematicamente di orpelli retorici già ben noti e catalogati almeno dai tempi della Grecia classica, ma non per questo privi di efficacia anche ai giorni nostri, poiché sappiamo benissimo che la storia non insegna, e se non bastasse può essere riscritta a piacimento. Consentitemi di prescindere dai casi più marchiani e diffusi in cui il protagonista di turno tenti di tirare l'acqua al proprio mulino facendo leva sulle emozioni, o semplicemente svilendo il proprio avversario reale o presunto, e ammettiamo che lo pseudo-coso in questione voglia mostrarsi tento onesto da riferirsi a fatti oggettivi. Dato che, come abbiamo detto, in realtà non ha un vero costrutto logico da poter far valere in proprio favore, gli si presentano in buona sostanza due alternative: o far coincidere ipotesi e tesi, oppure sostenere che nulla è dimostrabile; in entrambi i casi ovviamente la necessaria conclusione, implicita o esplicita, è che ha ragione lui.
Alla luce di queste dinamiche, appare subito chiaro che nulla è apportato alla discussione da simili architetture, il cui unico scopo è quello di dare lustro all'astante con la complicità più o meno volontaria di un pubblico meno smaliziato o più malleabile. Per smascherare l'impostore della situazione qui è opportuno ricordare un paio di principi basilari, evidenti se non addirittura dimostrabili. Il primo è che se le premesse sono inconsistenti o fallaci, la conclusione non potrà essere migliore, nemmeno se la strada scelta per arrivarci si avvale della logica più ferrea; il secondo, parente del primo, che introdurre ad arte indicatori non pertinenti o non misurabili per dimostrare l'irrealizzabilità di qualcosa, in realtà non confuta un bel niente. Se in un sistema si lascia spazio al caos, è evidente che non potrà dare buoni frutti, ma è altrettanto evidente che nello studio di un fenomeno non tutte le variabili possibili sono d'interesse: occorre tralasciare quell'infinità numerabile che ha di sicuro peso nullo, e anche fra le restanti occorre distribuire opportunamente i pesi in base a ipotesi ragionevoli. Casomai su quelle ci sarà poi da discutere, anche perché difficilmente i risultati saranno univoci a prescindere dai pesi utilizzati -sempre tenendo presente che è la teoria a doversi adattare all'osservazione e non viceversa. In caso contrario si giunge alla conclusione che nessuna tesi è migliore di un'altra, quindi la mia non vale meno della tua, ma forse vale di più perché l'ho esposta meglio. È questo un approccio che si pone al di fuori di qualsiasi possibilità di falsificabilità o confutabilità, e che quindi va considerato di tipo fideistico, ossia aprioristico e assolutamente non scientifico.
Alla fine di questa spaparanzata, cerchiamo di tirare le somme.
Se non hai capito un cazzo di quello che ho scritto non sei uno pseudo-intellettuale, ma nemmeno un intellettuale. E se hai capito qualcosa, potresti essere pur sempre un qualsiasi parlatore a vanvera. In tal caso istruisciti meglio, e diventerai uno pseudo-intellettuale coi fiocchi.
Se invece hai capito tutto, allora è molto probabile che tu appartenga a una delle due categorie di cui sopra. A questo punto ti basterà analizzare con animo spassionato i seguenti aspetti: contenuto dei tuoi interventi, pubblico a cui ti rivolgi e sue eventuali reazioni.
Forse non l'avrai mai fatto in vita tua, ma ora hai finalmente la possibilità di sapere in cuor tuo chi sei davvero. E non dirlo a nessuno.
Gli pseudo-intellettuali tendono a farcire ogni loro intervento di termini tecnici, o comunque roboanti, benché in apparenza utilizzati in un contesto appropriato, ma a differenza degli intellettuali veri e propri in realtà non hanno praticamente nulla da dire sul tema su cui pretendono di illuminarci. Sono dei veri e propri maestri nell'infiocchettare il vuoto spinto di arzigogoli e voli pindarici vari, come la cucina cinese è maestra nel confezionare cibo con niente, però presentandolo in modo superlativo. Gli pseudo-intellettuali si differenziano anche dai comuni parlatori a vanvera in quanto, mentre questi ultimi finiscono col ripetere le stesse cose allo stesso modo, i primi lo fanno in modo sempre diverso, in questo aiutati dalla loro superiore conoscenza lessicale e ricchezza espressiva, dando così l'impressione di aggiungere ogni volta qualcosa di nuovo, anche se all'atto pratico non fanno altro che appesantire il discorso con l'intenzione di costruire e rafforzare una cortina fumogena che doni loro un'aura di invincibilità. Mentre gli intellettuali purosangue sanno adattare il loro linguaggio all'uditorio che hanno di fronte, gli pseudo-intellettuali si guardano bene dal farlo, poiché il loro metodo è far perdere il filo del discorso nei meandri di un nozionismo quanto più possibile sbalorditivo, in modo che quando giungeranno alle loro pseudo-conclusioni il pubblico non possa fare altro che applaudire, dopo aver dato misurati ma convinti cenni di assenso nel corso della narrazione, onde evitare di rendere palese la propria ignoranza. Ove poi si trattasse di un seminario per addetti ai lavori, come in ogni associazione di categoria che si rispetti vale il tacito principio: tu non pestare i piedi a me che io non li pesto a te, perché tanto siamo tutti sulla stessa barca. In ogni caso, qualora ci siano delle domande, esse saranno opportunamente filtrate o autocensurate, se non addirittura programmate, come nella tradizione dei migliori reality show.
In merito ai contenuti delle loro dissertazioni, gli pseudo-cosi si avvalgono sistematicamente di orpelli retorici già ben noti e catalogati almeno dai tempi della Grecia classica, ma non per questo privi di efficacia anche ai giorni nostri, poiché sappiamo benissimo che la storia non insegna, e se non bastasse può essere riscritta a piacimento. Consentitemi di prescindere dai casi più marchiani e diffusi in cui il protagonista di turno tenti di tirare l'acqua al proprio mulino facendo leva sulle emozioni, o semplicemente svilendo il proprio avversario reale o presunto, e ammettiamo che lo pseudo-coso in questione voglia mostrarsi tento onesto da riferirsi a fatti oggettivi. Dato che, come abbiamo detto, in realtà non ha un vero costrutto logico da poter far valere in proprio favore, gli si presentano in buona sostanza due alternative: o far coincidere ipotesi e tesi, oppure sostenere che nulla è dimostrabile; in entrambi i casi ovviamente la necessaria conclusione, implicita o esplicita, è che ha ragione lui.
Alla luce di queste dinamiche, appare subito chiaro che nulla è apportato alla discussione da simili architetture, il cui unico scopo è quello di dare lustro all'astante con la complicità più o meno volontaria di un pubblico meno smaliziato o più malleabile. Per smascherare l'impostore della situazione qui è opportuno ricordare un paio di principi basilari, evidenti se non addirittura dimostrabili. Il primo è che se le premesse sono inconsistenti o fallaci, la conclusione non potrà essere migliore, nemmeno se la strada scelta per arrivarci si avvale della logica più ferrea; il secondo, parente del primo, che introdurre ad arte indicatori non pertinenti o non misurabili per dimostrare l'irrealizzabilità di qualcosa, in realtà non confuta un bel niente. Se in un sistema si lascia spazio al caos, è evidente che non potrà dare buoni frutti, ma è altrettanto evidente che nello studio di un fenomeno non tutte le variabili possibili sono d'interesse: occorre tralasciare quell'infinità numerabile che ha di sicuro peso nullo, e anche fra le restanti occorre distribuire opportunamente i pesi in base a ipotesi ragionevoli. Casomai su quelle ci sarà poi da discutere, anche perché difficilmente i risultati saranno univoci a prescindere dai pesi utilizzati -sempre tenendo presente che è la teoria a doversi adattare all'osservazione e non viceversa. In caso contrario si giunge alla conclusione che nessuna tesi è migliore di un'altra, quindi la mia non vale meno della tua, ma forse vale di più perché l'ho esposta meglio. È questo un approccio che si pone al di fuori di qualsiasi possibilità di falsificabilità o confutabilità, e che quindi va considerato di tipo fideistico, ossia aprioristico e assolutamente non scientifico.
Alla fine di questa spaparanzata, cerchiamo di tirare le somme.
Se non hai capito un cazzo di quello che ho scritto non sei uno pseudo-intellettuale, ma nemmeno un intellettuale. E se hai capito qualcosa, potresti essere pur sempre un qualsiasi parlatore a vanvera. In tal caso istruisciti meglio, e diventerai uno pseudo-intellettuale coi fiocchi.
Se invece hai capito tutto, allora è molto probabile che tu appartenga a una delle due categorie di cui sopra. A questo punto ti basterà analizzare con animo spassionato i seguenti aspetti: contenuto dei tuoi interventi, pubblico a cui ti rivolgi e sue eventuali reazioni.
Forse non l'avrai mai fatto in vita tua, ma ora hai finalmente la possibilità di sapere in cuor tuo chi sei davvero. E non dirlo a nessuno.





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