Una vita lunga un giorno

Collapse
X
 
  • Ora
  • Show
Clear All
new posts
  • Liocorno
    Opinionista
    • 19/05/06
    • 14

    #1

    Una vita lunga un giorno

    Capitolo 1. Don Emilio

    Ogni giorno contiene una vita intera.
    Tutto parla a colui che sa ascoltare.

    Don Emilio di Marino si osservò allo specchio, scorgendovi i segni di una malcelata decadenza: brutto guaio avere l’età in cui non si è né troppo giovani né troppo vecchi. Si corre il rischio di vedersi con la lente sfumata di rosa della memoria, più che con quella trasparente e oggettiva del presente.
    Specialmente se troppo si fosse vissuto, come nel suo caso. Tuttavia al di là delle inevitabili semplificazioni, scopriva un mondo complesso e ramificato dentro di sé, appena dietro i pezzi di cielo con cui osservava il mondo, esploso in forma di fiori di cera dai colori sgargianti.
    Si accarezzò i baffi, con soddisfazione mista ad un certo vezzo; per contrasto, notò come la vittoria netta del bianco sul colore originale non donasse luce al proprio volto, ma, al contrario, contribuisse ad un generale, malsano pallore. Un viso ancora armonico, una pancetta contro cui combatteva sin da adolescente, occhi pungenti come spilli cerulei, un ricordo di capelli tagliati corti e rughe come solchi di terra fumante di aratura:
    “Ecco cosa ti è rimasto!” esclamò.
    Qualcuno o qualcosa, dentro di sé, aggiunse che al quadretto decadente e malinconico che aveva appena dipinto, andassero aggiunti altri dettagli meno immateriali, come un nutrito conto in banca, il titolo di Conte di una contea difficile sia da pronunciare sia da collocare, diverse, floride attività, conoscenze importanti, una piacente e molto solerte - il ricordo della notte appena passata glielo testimoniava a lettere di fuoco - cameriera rumena e…
    Null’altro.
    Non una famiglia che gli volesse bene standogli accanto, qualche affetto caldo e sincero in grado di penetrare il muro di cinica gomma che gli si era sempre attorcigliato intorno, sin dall’inizio.
    Non aveva mai avuto amori travolgenti e nemmeno era rimasto particolarmente attratto dall’idea di mettere al mondo dei figli: questi erano pensieri che gli erano sempre scivolati addosso, in verità mai sfiorandolo. Anzi, erano sempre stati argomenti per sorridere amaramente delle meschine quotidianità altrui, dell’essere deboli e normali degli altri.
    Neanche il pensiero della morte l’aveva mai sfiorato. Don Emilio apparteneva alla categoria degli uomini troppo pieni di vita per pensare alla sua fine.
    Troppa vita, troppe donne, troppo sesso, troppi soldi. Tutto in quantità talmente eccessiva da non poter portare al benché minimo pentimento sulla propria sarcastica condotta o pensare all’esito ultimo della propria vita.
    Almeno così pensava.

    La stanza in cui si trovava era di gusto felicemente antico, anche se qualche purista dell’antiquariato non avrebbe faticato a scoprirvi il frutto di uno studio volto ad ostentare - piuttosto che ad accostare - mobilio e decorazioni, per raccontare la magia dell’antico.
    La perfezione della collocazione, la felicità degli accostamenti, la troppa ricercatezza dei legni e delle stoffe erano altrettanti segni per evidenziare la voglia di stupire e impressionare.
    Nell’angolo, un salotto veneziano era accostato a mobilio francese, laccato e splendente come appena intagliato. L’aria troppo autentica li distingueva da volgari copie, sfociando nel surreale.
    Su questo era d’accordo gran parte dei mobili, anche se l’altezzoso salotto denigrava costantemente la console francese, sollevando forti dubbi sulla millantata, presunta autenticità.
    L’ipotetico osservatore avrebbe dissolto questi dilemmi pensando che le troppe fortune del proprietario rendevano ozioso il solo pensare all’autenticità del pezzo: non sarebbe stato da lui.
    Due finestre, di fronte alla porta d’ingresso, mandavano deboli ricami di fredda luce su un massiccio mobile bar, intarsiato di mille legnose sfumature multicolori. Tra le finestre una vecchia pendola, completamente restaurata, che lo guardava di sottecchi, ironica, quasi conoscesse particolari del suo passato che a lui, invece, sfuggivano completamente. L’orologio saccente non aveva un valore particolare, tanto che don Emilio aveva dovuto penare non poco per conservarlo lì, nota stonata in una sinfonia passabilmente raffinata.
    Alle pareti, scene di caccia, dai colori rarefatti dal tempo, raccontavano il passato illustre della famiglia: forse di quella da cui erano stati comprati.
    Un bassorilievo rappresentante la Natività, spandeva una bellezza solitaria e composta, in cui a Emilio piaceva pensare di poter trovare qualcosa di familiare. Lo scultore Armegoni aveva lasciato un segno silenzioso del suo passaggio, in quella come in altre stanze della città.
    I toni pastello delle pareti raccoglievano tutti gli elementi in un abbraccio di studiata magia, la stessa che don Emilio ricordava del salone delle propria infanzia e il cui schema aveva imposto all’architetto della nuova dimora, più con la forza dei soldi che con quella delle idee.
    La parte della sua casa che era appartenuta ad una sua prozia di parte paterna era ciò che meno era piaciuto all’architetto. Tuttavia di questa aveva mantenuto quasi tutto, nella speranza di rinsaldarsi ad un passato che poco o nulla gli era appartenuto, quasi posticcio.
    I rintocchi della pendola gli ricordarono lo scoccare delle sei e trenta. Si avvicinò al mobile bar, lo aprì e si versò una generosa razione di caldo liquido, che gli arrivò improvviso nello stomaco.
    La sensazione di calore generale lo rendeva pronto anche alla brutta notizia di una giornata in bilico tra Inverno e Autunno, con preferenze marcate per la nuova stagione.
    Durante tutta la notte aveva riposato a sprazzi, a causa del fortissimo temporale che sperava non si fosse lasciato alle spalle una traccia livida e grigia.
    Andò, diretto come una freccia, verso una delle due tende dal panneggio pesante, scostandola e abbeverandosi alla fredda luce di quell’Ottobre avanzato.
    Un gabbiano smarrito veleggiava in lontananza, anche se i suoi versi non arrivavano all’interno della stanza.
    Quell’Inverno si preannunciava piuttosto rigido e umido, proprio quel che ci voleva per cadere in depressione o darsi all’eremitaggio. Non optò per nessuna delle due ipotesi e si incollò ai vetri, come un bambino, per guardare la meraviglia che si svelava a poco a poco ai suoi occhi: il Tavoliere che si spogliava dalla bruma rugiadosa come una bella donna calda di coltri appena scostate. In questo svelarsi l’orizzonte sembrava rimpicciolito e ci si trovava a fare i conti con se stessi.
    Senza ombra di dubbio, stava per nascere una bella giornata, perfetta per vivere o per morire.
    Oppure per esercitare la virtù del ricordo, come gli sembrava più probabile: l’alternativa dei vili alla terza scelta tra le due opzioni, troppo estremiste.
    Chiamò a gran voce l’efficientissima rumena:
    “Resca… vieni qui”
    “Sto arrivo, don Emilio” gli rispose una voce in un italiano dalla grammatica zoppicante ma dall’accento passabile. Soprattutto alla luce dei maltrattamenti continui che la lingua di Dante subiva quotidianamente in terra di Daunia.
    Una voce che, nonostante l’intimità che si era instaurata nel tempo, non aveva mai rinunciato alla deferenza propria del rapporto padrone-dipendente. Fuori dal letto, s’intende.

    Chiunque avesse fissato l’attenzione su quella finestra al primo piano, guardando dall’esterno il palazzotto in cui Don Emilio aveva investito parte delle sue laute fortune e che era, in parte, appartenuto ad una prozia, avrebbe scorto un signore di mezz’età, compiaciuto, il viso girato nell’atto di chiamare qualcuno.
    Il tutto sempre più lontano, nel pigro e solitario arroccarsi mattutino di Castel Pagano sul dorso impervio del Gargano.

    La città sorgeva su di un terrazzamento del Gargano occidentale, sovrastato da una cima dal profilo dolce e rotondo, eppure completamente brulla.
    A guardarla dalla strada del fondovalle si presentava come una macchia orizzontale brunastra, i tetti rossi appena visibili, con le cime dei campanili che svettavano superbe.
    Chi aveva chiamato la vetta più alta del Gargano, Monte Calvo, non doveva difettare di un realistico cinismo abbinato a sarcasmo: un’accoppiata devastante.
    Le alture occidentali e meridionali della Montagna del Sole, infatti, erano da sempre luoghi in cui la natura arida e sassosa del suolo stentava a dare di che sopravvivere anche alle capre, che, tra gli animali, hanno notoriamente le esigenze più contenute.
    La mano dell’uomo, con disboscamento e pastorizia intensiva, aveva iniziato l’opera, per allearsi in seguito col clima arido dello Sperone d’Italia. Un sodalizio dai frutti rapidi e copiosi, che aveva donato a quella parte del Gargano come un’aureola di mesto, calcareo biancore, che ben si coniugava con l’alone di santità del posto.
    L’aria di spiritualità era palpabile e quasi respirabile da secoli; non si spiegherebbero altrimenti le apparizioni di San Michele sul finire del V secolo d.C., i continui pellegrinaggi di notabili e Santi verso l’omonimo santuario di Monte Sant’Angelo e, in tempi recentissimi, la mistica opera e la beatificazione di padre Pio da Pietrelcina.
    In quelle contrade la concentrazione di città e paesi ispirati da Santi, più o meno locali, era davvero altissima e il nome stesso di Castel Pagano suonava come una sfida stonata.

    La miscela di clima secco ed esposizione protetta dai venti di Levante aveva letteralmente fatto la fortuna del paese.
    San Severo, che la fronteggiava spocchiosa, più in basso di circa cinquecento metri, era sempre stato centro di commerci e redditizie attività agricole, ma non aveva mai potuto competere con la viticoltura di qualità che la prima vantava.
    A Castel Pagano, la mano operosa dell’infinito esercito di generazioni locali di Tonino, Lilino, Filuccio e Totore aveva poco a poco selezionato e spostato le pietre, ammonticchiandole in candidi muretti a secco, con il duplice risultato di delimitare le frazioni di terra strappata all’arida sterilità dei sassi e rendere possibile la coltivazione del nettare di Bacco.
    Il declivio che le si stendeva ai piedi era infatti diviso in piccoli appezzamenti che, col variare delle stagioni, davano colori, sapori e profumi diversi.
    Verde rigoglioso in primavera e estate, bruno dorato in autunno, marrone bruciato in inverno: eppure, anche nella mutevolezza dei colori, il declivio appariva come la chioma splendente di una bella donna sempre pettinata alla perfezione dai filari paralleli, vogliosa di dare sempre nuove tinte allo splendore ordinato che le incorniciava le spalle.
    L’essere relegata in una posizione decentrata e apparentemente poco felice, non aveva quindi frenato lo sviluppo della città che, nel primissimo dopoguerra, era diventata addirittura capoluogo della provincia garganica. Della promozione si era persa la causa per strada, anche se qualche vecchio dalle memoria un po’ più lunga della media, biascicava Re o Vittorio con aria carbonara. Il più giovane interlocutore, spesso solo per sedare il fiume dei ricordi, assentiva con l’aria di chi c’era stato e tutto finiva lì, nel vento di parole trascinate a valle dal Maestrale.

    Inerpicata sui bastioni della montagna, in quella mattina agli inizi del XXI secolo, Castel Pagano si stiracchiava al sole della meritata vittoria sulla rivale di sempre: sorella eppur altezzosa nemica.
    Con l’avanzare del progresso su asfalto, il rapporto di odio-amore con la più bassa consanguinea era stato reso ufficiale dall’indecisione di un misconosciuto funzionario della società Autostrade. La Storia non ne ricorderà il nome ma il fatto che, non potendo dividere ciò che era nato unito né volendo privilegiare l’una sull’altra, creò uno svincolo composito che riportava in bella vista i nomi di entrambe le città.
    Nacque in questo modo l’uscita Castel Pagano - San Severo (in rigoroso ordine alfabetico) della A14, singolare connubio tra il nome di un santo e un malinconico richiamo ai tempi del paganesimo.
    Il sindaco dell’epoca aveva voluto essere immortalato nell'atto di pagare il primo pedaggio: si organizzò quindi una cerimonia di inaugurazione sui generis in cui il primo cittadino, prendendo la rincorsa dal casello di Poggio Imperiale, sarebbe uscito presso il nuovo svincolo.
    Tele-Castel Pagano e il Corriere di Castel Pagano non si fecero certo pregare per immortalare l’evento con i colori della tavolozza della retorica: schierarono infatti l’arsenale completo dei propri potenti mezzi.
    Peccato che il sindaco si fosse dimenticato di arrivare con i soldi contati: porse un biglietto di grosso taglio, sorridendo beota alla telecamere e al flash dell’unico fotografo.
    Il casellante lo guardò e si strinse nelle spalle: evidentemente era entrato nello stadio della limitata loquacità preludio al meritato innalzamento spirituale.
    “Embé?” fu la replica seccata del primo cittadino.
    “E chi u te u rest? ” fu la poco elegante risposta in dialetto dell’uomo, indicando la cassa nuova di zecca ma senza monete per dare il resto. A parziale spiegazione della risposta in un dialetto non contemplato dal protocollo di inaugurazione, si sapeva che il casellante non aveva certo brillato per cultura o titoli, al concorso in cui era stato assunto, quanto per una sedicente parentela con un onorevole del posto. Un discendente dei La Guercia, una stirpe ininterrotta di rappresentati del popolo, le cui origini si perdono nel primo Parlamento Italiano. Qualche buontempone aveva sintetizzato rapacità e longevità della stirpe nel motto da Porta Pia a Porta via.
    L’ingloriosa conclusione della cerimonia fu una questua penosa tra gli stessi giornalisti, in un clima tragicomico che da sempre inquinava i momenti più puri e seri del paese: la maledizione della comicità involontaria nei momenti in cui questa è meno opportuna.
    Alla fine di ottobre del 2005 Castel Pagano contava oltre trentacinquemila abitanti e si dedicava alla coltura della vite di qualità, con un florido avvenire davanti a sé.
    I maligni aggiungevano anche il corredo ordinato e inutile di un Ospedale da trecento posti perennemente semivuoto, figlio della Cassa del Mezzogiorno; come una serie di altri difetti che rendevano rarefatti l’aria bucolica e l’incanto del posto.

    Era in questo contesto che Don Emilio era nato e aveva trascorso parte della propria giovinezza, fin quasi alla maturità.
    Spinto dagli eventi, l’aveva lasciata per ritirarvisi intorno ai cinquantacinque anni, un po’ come fanno le balene quando si spiaggiano casualmente, per godere degli ultimi raggi di sole.

    Dopo il suo ritorno nel paese natale, Don Emilio notava in continuazione come il profumo del successo, anzi l’odore del successo come amava definirlo, gli procurasse potenza e riconoscimenti.
    Conoscenti, il ricordo delle cui facce aveva il colore seppia delle foto stagionate dai decenni, gli si avvicinavano con fare affabile, quasi si fossero salutati il giorno prima.
    Inutile a dirsi, la cosa solleticava il proprio ego a tal punto che non gli consentiva di vedere i piccoli ammiccamenti, le mezze frasi, gli elogi troppo immeritati, che lo bollavano tra i suoi concittadini ritrovati solo come un vanesio parvenu.
    In realtà Don Emilio apparteneva ad una delle famiglie più in vista della città e non aveva mai fatto mistero dell’aria di sufficienza con cui aveva sempre trattato chi, magari anche a costo di grandi sforzi, era arrivato a grande agiatezza, forse riconoscendo una similitudine con se stesso che amava dimenticare.
    Convinto da sempre di avere sangue nobile nelle vene, non per questo limitava la propria curiosità per i fatti altrui, avendo accumulato da quando era tornato un formidabile patrimonio di conoscenza di persone e relazioni, praticamente un’enciclopedia vivente della varia umanità del paese.
    Meritatissimo quindi il soprannome che i più associavano al suo nome: ‘a zoccla .
    Non che fosse un epiteto dispregiativo nei suo confronti, simboleggiava la singolare capacità di sapere sempre tutto di tutti, prima ancora dei diretti interessati. In paese le cose che non si dovevano sapere abbondavano ed erano tanto succulente che, di fronte al piacere enorme della conoscenza dei fatti altrui, egli stesso aveva finito per fingere di ignorare quale fosse il nomignolo affibbiatogli.
    Eppure scavare nelle vite altrui, alla ricerca di uno spunto di cui spesso ridere sarcasticamente, non gli dava gioia quanto scavare in se stesso, nel mondo smisurato che aveva cominciato ad esplorare. Almeno ultimamente.

    Il suo soprannome stava anche ad indicare una scaltrezza che solleticava il suo io nel profondo, ed era di chiara matrice sanseverese. In un giorno dimenticato del 1230 il balivo, tale Michele Diotallevi, aveva recato alle istituzioni comunali una triste notizia, l’innalzamento delle tasse sulla proprietà agricola.
    I latifondisti avevano protestato, aizzando i più facinorosi del popolino: non che questi siano mai mancati, anche in epoche più recenti - come sta ad indicare una semisconosciuta rivoluzione contadina del 1953 - ma, in quel caso specifico la massa proletaria aveva ben poco da perdere, anzi! Il provvedimento non li toccava affatto.
    Un Carneade qualsiasi, Ciro Cipolla pare si chiamasse, si mise a comando del movimento di protesta, in origine composto dalla sua compagnia di nullafacenti, poi dalla gran parte del popolo; assediò il palazzo comunale, chiedendo a gran voce che il balivo si facesse vedere.
    Uscire allo scoperto e vedersi tagliare la testa fu cosa che richiese più tempo ad essere raccontata che ad avvenire nella realtà, soprattutto in tempi, come quelli, in cui dominava la cultura spiccia della violenza.
    In aggiunta al fattaccio, la testa ancora insanguinata fu recapitata, chiusa in una bisaccia, tramite un cavallo senza cavaliere all’Imperatore Federico II, stupor mundi, che governava in quei giorni dalla sua reggia di Arpi, distante una ventina di chilometri circa dal luogo del misfatto.
    C’era poco da definirsi imperatore illuminato, era un affronto bello e buono che andava vendicato nel modo più astuto ed elegante possibile, ne andava di mezzo il prestigio imperiale: un Cipolla qualsiasi si poteva trovare in ogni angolo dell’Impero, a Stettino come a Malta.
    Si sarebbe mai potuto tollerare che, dopo essersi svegliato con lo stomaco in subbuglio per una razione troppo generosa di turcnell della sera prima, mettesse a repentaglio l’autorità dei balivi o, ancora peggio, la loro stessa incolumità fisica?
    L’effetto domino sarebbe stato assicurato, con i balivi ancora più timorosi di esercitare il potere imperiale del puer Apuliae.
    Federico II ci pensò due giorni interi, con i consiglieri moderati che quasi gli imponevano una rappresaglia preventiva, come deportare tutto il popolo sanseverese a godere del rigore dell’inverno sassone, oppure cuocerli, simpaticamente, a fuoco lento nella pece bollente oppure, più pragmaticamente, trucidarli in massa, risparmiando solo gli ultracentenari, a conservare un breve ricordo dell’affronto.
    Un consigliere saraceno, comandante in capo della guardia personale dell’Imperatore, gli chiese carta bianca per provare il filo dei nuovi modelli di scimitarra, appena arrivati da Toledo. Certo in quest’ultimo parere si nascondeva, secondo i più, la voglia di sostituire gli abitanti della città in rivolta, passati a fil di scimitarra, con Saraceni di provata onestà e fedeltà.
    L’Imperatore non applicò nessun piano consigliatogli: decise invece di seguire l’ispirazione che gli venne da un sogno. Si vedeva come un nuovo Costantino, il giorno prima della battaglia di Ponte Milvio: era deciso a non perdere l’appuntamento con la Storia.
    Mandò parte del suo esercito a San Severo, a demolire le possenti fortificazioni in pietra e tufo, colmando anche il fossato. Nel Medioevo, non si ricorda punizione più esemplarmente incruenta in risposta ad un fatto di sangue.
    La città si trovò assai a mal partito, posta com’era su grandi linee di comunicazione, che la attraversavano da parte a parte, come un reticolo complicato e capillare.
    In tempo di pace, l’essere al centro di queste linee, nel mezzo di un mare di pianura, costituiva garanzia di commerci floridi ma sarebbe bastato un esercito di passaggio, dall’appetito un po’ più vorace della media - ai tempi molto bassa - per minarne la sicurezza.
    I sanseveresi scoprirono amaramente che i bastioni erano stati insieme ricchezza accumulata nei secoli e salvezza dagli appetiti rapaci degli eserciti che si trovavano, di frequente, a passare da quelle contrade.
    Mentre la parte maschile del paese si affannava a cercare una soluzione impossibile, le sanseveresi non si persero d’animo.
    Con un pizzico di lasciva creatività, decisero che, all’approssimarsi all’orizzonte della nube polverosa di un’armata nemica, si sarebbero presentate, nottetempo, presso gli accampamenti che puzzavano di sudore, sangue e armi. Ivi avrebbero sfiancato i soldati, nei modi e con gli assalti che ciascuno può intendere senza bisogno di vocabolario.
    Il vorticare di gonne e sottane sortiva due effetti: il primo, tangibile già l’indomani delle battaglie notturne, era la spossatezza dei soldati; con i comandanti costretti a preferire altri posti per razziare e guerreggiare. I fanti, in cuor loro, ringraziavano anche per il residuo affettivo che li legava, con un tenero filo, ai destini di chi aveva inframmezzato il quotidiano dialogo con l’acciaio, con una pausa di passione disperata e, insieme, insperata. Pensieri che non era da rudi guerrieri confessare, ma non per questo meno veri.
    Il secondo, a più lunga scadenza e non certo cercato, implicava una serie di figli della colpa, detti figghje d’ zoccla , che erano delle etnie più svariate, facendo del paese una sorta di melting pot ante litteram e contribuendo alla forte variabilità dei tratti somatici della popolazione, ancora riscontrabile ai giorni nostri.
    Nel tempo quindi, i termini zoccla e figghje d’ zoccola, divennero sinonimo di uno scaltro senso di adattamento, spesso ottenuto con una punta di malizia.
    Questa laida scaltrezza faceva inorgoglire, nel segreto, il portatore del soprannome, come, appunto, don Emilio.
    Last edited by Liocorno; 19-05-2006, 12:05.
    "[FONT=&quot]Radendomi, stamattina, ho provato una di quelle fitte di consapevolezza, che fanno quasi male per quanto sono acute, nella loro immediatezza.[/FONT]"

    I primi due capitoli del mio romanzo online
    [URL="http://milesgloriosus.splinder.com"]milesgloriosus.splinder.com[/URL]

    altri blog e riferimenti[U]
    [URL="http://manualedelperfettoconsul.splinder.com"]Il manuale del perfetto consulente[/URL]
    [/U][URL="http://liocorno.googlepages.com/"]La casa di Liocorno
    [/URL]
  • Liocorno
    Opinionista
    • 19/05/06
    • 14

    #2
    Capitolo 2 - Una questione di discendenza

    Alle sette in punto la colazione era stata servita, come da consumato copione, nell
    "[FONT=&quot]Radendomi, stamattina, ho provato una di quelle fitte di consapevolezza, che fanno quasi male per quanto sono acute, nella loro immediatezza.[/FONT]"

    I primi due capitoli del mio romanzo online
    [URL="http://milesgloriosus.splinder.com"]milesgloriosus.splinder.com[/URL]

    altri blog e riferimenti[U]
    [URL="http://manualedelperfettoconsul.splinder.com"]Il manuale del perfetto consulente[/URL]
    [/U][URL="http://liocorno.googlepages.com/"]La casa di Liocorno
    [/URL]

    Comment

    Working...