La Serbia Oggi - I Crimini Della Serbia Fascista

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  • DALMATINO
    Opinionista
    • 06/11/06
    • 189

    #1

    La Serbia Oggi - I Crimini Della Serbia Fascista

    I CRIMINI DELLA GUERRA DELLA SERBIA FASCISTA - ALLA MILOSEVIC(IL CARNEFICE BALCANICO)

    GENOCIDIO SERBO A SRBRENICA

    Tuzla, 11 marzo 2007
    14.03.2007

    Tuzla, 11 marzo 2005 (Gughi Fassino)
    Come ogni 11 del mese, le donne di Srebrenica hanno manifestato chiedendo verit
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  • DALMATINO
    Opinionista
    • 06/11/06
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    #2
    LA SERBIA D'OGGI - I CRIMINI SERBI

    34 anni a Jankovic per i crimini di Foca
    23.02.2007

    La Camera bosniaca per i crimini di guerra ha emesso quella che è finora la sua sentenza più severa, nei confronti di Gojko Jankovic, principale accusato per i crimini commessi a Foca nel 1992. Nostra traduzione
    Di Merdijana Sadovic*, Sarajevo, per IWPR, 19 febbraio 2007 (tit. orig. Foca Accused Gets 34 Years)

    Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall'Asta

    Gojko Jankovic
    La Camera bosniaca per i crimini di guerra la settimana scorsa ha condannato l’ex funzionario della polizia militare serbo bosniaca Gojko Jankovic a 34 anni di reclusione per crimini contro l’umanità commessi ai danni di civili musulmani nella città di Foca, nella Bosnia orientale, nei primi anni ‘90.

    È una condanna superiore di quattro anni rispetto alla richiesta presentata dall’accusa alla conclusione del dibattimento, nel dicembre 2006. Si tratta della condanna più severa finora comminata dalla Camera.

    Jankovic, 53 anni, è stato riconosciuto colpevole di sette dei nove capi d’accusa imputatigli, compresi stupro, tortura e riduzione in schiavitù a scopi sessuali di donne e ragazze musulmane.

    Jankovic era stato inquisito dal tribunale dell’Aja nel 1996, insieme ad altri sette - Radovan Stankovic, Dragan Zelenovic, Dragoljub Kunarac, Radomir Kovac, Zoran Vukovic, Dragan Gagovic e Janko Janjic – per presunti crimini commessi a Foca nel 1992.

    Kunarac, Kovac e Vukovic furono catturati dal tribunale nel febbraio 2001 e condannati rispettivamente a 28, 20 e 12 anni. Gagovic e Janjic morirono nel corso di un tentativo di arresto condotto da militari della NATO.

    Stankovic, il cui caso – come quello di Jankovic – è stato trasferito alla Camera bosniaca per i crimini di guerra, è stato condannato a 16 anni di prigione nel novembre dello scorso anno.

    Zelenovic venne arrestato in Russia nel 2005, e fu estradato all’Aja nel giugno dello scorso anno. Il mese scorso si è dichiarato colpevole di alcune delle accuse mossegli, incluso lo stupro a Foca di donne e ragazze musulmane. Il tribunale dovrebbe emettere la sentenza per questo caso in questi giorni.

    Jankovic si è consegnato al tribunale dell’Aja nel marzo 2005, ma pochi mesi dopo il suo caso è stato trasferito alla Camera bosniaca per i crimini di guerra. Il processo è iniziato a Sarajevo nell’aprile 2006.

    Le accuse comprendevano molteplici violenze sessuali su donne e ragazze e l’espulsione e l’omicidio di civili di etnia non serba. Secondo le accuse, per un periodo di alcuni mesi Jankovic aveva tenuto imprigionate quattro ragazze bosniache violentandole ripetutamente. La più giovane aveva solo 12 anni, le altre 14, 16 e 25.

    Jankovic si è dichiarato non colpevole di tutte le accuse rivoltegli.

    Durante nove mesi di udienze a Sarajevo, la corte ha raccolto le deposizioni di 53 testimoni. In aula sono state lette inoltre le dichiarazioni rese in precedenza ai procuratori dell’Aja da tre testimoni protetti.

    Probabilmene la deposizione di maggior valore probatorio è venuta dalla testimone protetta n.186, che aveva solo 12 anni all’epoca dei presunti stupri subiti da Jankovic. Ha dichiarato che Jankovic l’aveva scelta come "sua schiava sessuale", e le aveva detto che egli in futuro sarebbe stato il solo ad avere il diritto di violentarla.

    La testimone ha detto che sapeva che Jankovic aveva una moglie e tre bambini in Montenegro, tra cui una ragazza di 11 anni. Una volta gli ha chiesto come poteva violentare qualcuno che aveva quasi l’età di sua figlia, il che aveva apparentementemente fatto arrabbiare Jankovic.

    La settimana scorsa Jankovic è stato ritenuto colpevole di aver violentato questa ragazza e di averla trattenuta per diversi mesi come sua schiava sessuale in varie località nei dintorni di Foca, tra il 1992 e il 1993. Egli è stato condannato inoltre per diversi altre violenze sessuali ai danni di altre ragazze, che erano imprigionate in un villaggio vicino a Foca.

    I giudici hanno anche dichiarato Jankovic colpevole di aver guidato un gruppo di soldati serbi che attaccarono dei civili musulmani che nel 1992 si nascondevano nei boschi intorno a Foca. Stando alla sentenza, sette uomini e 30 tra donne e bambini furono catturati nell’operazione. Alcuni furono picchiati e brutalmente interrogati. E poco dopo, si legge, Jankovic e i suoi uomini giustiziarono i sette prigionieri maschi..

    La presidentessa della Corte, giudice Zorica Gogala, ha detto che la camera di consiglio è rimasta soddisfatta delle prove presentate dai procuratori durante il dibattimento, trovate molto convincenti. L’unica circostanza attenuante nel caso di Jankovic, ha detto, era il suo essere padre di famiglia.

    Mentre il giudice leggeva la sentenza in aula erano presenti anche membri delle associazioni delle vittime. La presidentessa dell’Associazione delle donne vittime della guerra, Bakira Hasecic, si è congratulata col capo procuratore Philip Alcock. Comunque, non era interamente soddisfatta.

    "Benché questa sia la condanna più dura finora emessa dalla Camera bosniaca per i crimini di guerra, non posso dire che sia stata pienamente fatta giustizia", ha detto, aggiungendo che una condanna all’ergastolo sarebbe stata più appropriata.
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    • DALMATINO
      Opinionista
      • 06/11/06
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      #3
      I CRIMINI SERBI A VUKOVAR A OVCARA

      Ovcara, un processo esemplare
      22.12.2005 Da Belgrado, scrive Danijela Nenadić

      Al termine di un lungo processo, sono stati condannati i membri delle formazioni serbe accusati dell’uccisione dei prigionieri di guerra croati nella fattoria di Ovcara. Si conclude così, il primo processo della Procura speciale di Belgrado per i crimini di guerra
      Con la condanna davanti alla Corte della sezione speciale per i crimini di guerra del Tribunale distrettuale di Belgrado il 12 dicembre 2005, dopo 21 mesi di processo si è concluso il procedimento di primo grado per i crimini commessi nella fattoria di Ovcara presso Vukovar, quando nella notte tra il 20 e il 21 novembre 1991 furono maltrattati e uccisi circa 200 prigionieri di guerra croati. La condanna è stata espressa per 14 accusati mentre altri due sono stati sollevati dall’accusa per mancanza di prove.

      La pena massima di 20 anni è stata comminata nei confronti di otto accusati, tre sono stati condannati a 15 anni, uno a dodici anni, l’unica donna accusata è stata condannata a nove anni, l’ultimo accusato è stato condannato a cinque anni.

      La procura per i crimini di guerra nella fase conclusiva ha chiesto che venisse applicata la pena massima per tutti gli accusati, mentre gli avvocati della difesa hanno chiesto l’assoluzione. Al termine del processo entrambe le parti in causa hanno dichiarato che ricorreranno in appello.

      Questo lungo e tormentato processo fino ad ora rappresenta la più grande prova della magistratura serba, alla quale il Tribunale dell’Aja ha lasciato di processare alcune delle accuse per crimini di guerra. Si tratta della prima sentenza per crimini di guerra emanata secondo l’accusa della Procura speciale di Belgrado, e il procedimento verrà ricordato anche per l’utilizzo di un collegamento video attraverso il quale testimoni dalla Croazia hanno rilasciato le loro dichiarazioni, e per la partecipazione dei testimoni collaboratori, i quali hanno avuto un’enorme importanza nel processo. Argomentando la sentenza, il giudice Vesko Krstajic ha citato alcune righe del poeta Marko Miljanov, dicendo che “l’eroismo è conservare se stesso dai nemici, e l’umanità salvare l’altro da se stesso. Su tutto la storia porterà il suo giudizio, e questa sentenza accoglietela come sentenza della vostra umanità”, aggiungendo che “non sono tutti qui i colpevoli, molti di loro non sono in questa aula”. Il giudice Krstajic ha dichiarato che è stato “impossibile indagare l’intera verità, in particolare dopo così tanti anni, ma il tribunale è riuscito a ricostruire i fatti e la partecipazione degli accusati ad essi”.

      Durante il processo sono stati confermati fatti inconfutabili, e soprattutto che la battaglia per Vukovar terminò il 18 novembre 1991, quando i membri dell’allora formazione croata Corpo della guardia popolare (Zengi) consegnarono le armi e furono trasferiti nel carcere di Sremska mitrovica. Il giorno successivo, dalle cantine in cui si erano nascosti durante l’assedio di Vukovar, uscirono i civili che furono trasferiti in Croazia e Serbia con autobus organizzati. L’evacuazione dell’ospedale di Vukovar, organizzata dall’Esercito popolare jugoslavo (JNA), iniziò il 20 dicembre, durante la quale fu eseguita la separazione dei feriti e del personale di servizio dell’ospedale dalle 250 persone delle quali si afferma che abbiano preso parte alla battaglia di Vukovar sul campo dell’esercito croato. Dopo di che, i membri della Difesa territoriale di Vukovar così come i membri della JNA portarono i prigionieri verso la fabbrica di Velepromet, dove furono maltrattati e uccisi.

      Tuttavia, alle uccisioni di massa si giunse quando i prigionieri furono di nuovo trasferiti, questa volta a Ovcara, e dopo la decisione di ritirare la JNA i prigionieri furono lasciati sotto gli ordini della Difesa territoriale e delle formazioni paramilitari, compresi i membri dell’esercito di Arkan. Durante l’uscita dagli autobus, coi quali furono trasferiti a Ovcara, i prigionieri, prima di venire cacciati nell’hangar passarono attraverso un cordone di persone e furono sottoposti a umiliazioni, maltrattamenti, e furono colpiti col calcio dei fucili, con calci e pugni. Nel villaggio di Grabovo, dove i prigionieri dagli hangar furono trasferiti su trattori, allo stesso tempo fu scavata una buca con una scavatrice in cui furono gettate le salme delle vittime fucilate. I responsabili del crimine rimasero sopra quella buca, portandovi uno ad uno i gruppi di vittime e ordinando di sparare ai prigionieri, e uno degli esecutori alla fine gli sparava un colpo alla testa per accertarsi che nessuno rimanesse vivo. Ogni nuovo gruppo di vittime veniva costretto a gettare nella fossa chi era stato precedentemente ucciso, sapendo che loro sarebbero stati i prossimi. Nello stesso modo quella sera furono uccisi circa 200 prigionieri di guerra. Il crimine di Ovcara è considerato uno dei più gravi commessi durante la guerra in Croazia.

      Durante il processo due degli accusati, che hanno partecipato direttamente al massacro di Ovcara, hanno testimoniato sul crimine compiuto, motivo per cui gli è stato conferito lo status di testimoni collaboratori, e sulla base delle loro testimonianze in buona parte si fonda pure la sentenza. Nonostante la difesa degli accusati, durante il processo, abbia tentato di contestare la validità di queste deposizioni, alla fine non ci è riuscita, e il giudice Krstajic ha dichiarato che “tra di loro non ci sono persone corrette dal punto di vista morale ed etico, ma sono uno strumento necessario per processare questi gravi reati penali”.

      D’altra parte, durante la lettura della sentenza, che è durata più di due ore, nell’aula del tribunale regnava un’atmosfera piuttosto tesa. Uno degli accusati è stato allontanato dall’aula per turpiloquio e offese, mentre poco più tardi altri due hanno abbandonato volontariamente il banco degli accusati in segno di protesta contro la sentenza. I parenti degli accusati hanno seguito il processo con pianti e lamenti accompagnati da una forte disapprovazione, rivolgendo al giudice commenti ingiuriosi. Le famiglie delle vittime giunte al processo con autobus organizzati dalla Croazia, hanno ascoltato la sentenza nella galleria sotto l’aula del tribunale insieme alla stampa, separati dalle famiglie degli accusati. Dopo l’emanazione della sentenza, le famiglie delle vittime, secondo quanto riportato da B92, hanno commentato che il processo è stato corretto e che giustizia è stata fatta, aggiungendo che “i nostri figli non ci sono più. Sono morti. Speriamo che un male come questo non si ripeta mai più”.

      Le numerose reazioni giunte al termine del processo hanno riguardato perlopiù l’importanza della sentenza. L’avvocato Rajko Danilovic, in una dichiarazione per la BBC, ha detto che “il tribunale è riuscito a ricostruire l’intero svolgimento dei fatti, a confermare il grado di colpevolezza per ogni accusato, ma alcune persone sono riuscite a sfuggire alla responsabilità. Il professore di diritto penale Momcilo Grubac ha dichiarato al quotidiano di Novi Sad, “Dnevnik”, che “il tribunale è stato all’altezza del compito, e ha dimostrato il più alto grado di professionalità morale, di essere pienamente consapevole dell’importanza dei principi della legalità, ha dimostrato di essere indipendente, imparziale e obiettivo e di essere libero da tutti i pregiudizi e dalle accuse”.

      Anche numerose organizzazioni non governative hanno espresso soddisfazione per il processo e la condanna emessa, la direttrice del Centro per il diritto umanitario, Natasa Kandic, ha dichiarato alla BBC che “è stato mostrato che i processi per i crimini di guerra sono iniziati e che nessuna decisione politica li potrà più fermare”, così che un giorno “accerteremo finalmente chi ha commesso cosa, e chi non lo ha fatto”. Le reazioni dalla Croazia sono state piuttosto simili, così il presidente dell’Helsinki Committee croato, Zarko Puhovski, ha sottolineato che la sentenza per il crimine di Ovcara è un significativo atto simbolico e che i processi contro i propri connazionali per crimini di guerra sono dunque possibili.

      La sentenza per il crimine di Ovcara è stato accolta con favore da pressoché tutti i partiti di orientamento democratico, benché occorre sottolineare che l’attenzione maggiore per il processo è giunta proprio dai rappresentanti della società civile, mentre i rappresentanti delle istituzioni si sono espressi di rado.

      Nota:
      Miroljub Vujović, Stanko Vujanović, Ivan Atanasijević, Milan Lančužanin, Predrag Milojević, Đorđe Šošić, Miroslav Đanković I Predrag Dragović sono stati condannati a 20 anni di reclusione.
      Jovica Perić, Milan Vojinović I Vujo Zlatar sono stati condannati a 15 anni di reclusione.
      Predrag Madžarac è stato condannato a 12 anni di reclusione.
      Nada Kalaba è stata condannata a 9 anni di reclusione.
      Goran Mugoša è stato condannato a 5 anni di reclusione.
      Marko Ljuboja I Slobodan Katić sono stati sollevati dall’accusa.
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      • DALMATINO
        Opinionista
        • 06/11/06
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        #4
        I CRIMINALI SERBI DELLE GUERRE JUGOSLAVE

        Non è possibile parlare degli sceriffi di guerra serbi e dei comandanti delle cosiddette formazioni paramilitari se non si lasciano i posti centrali della storia alle due persone più importanti del Dicastero della sicurezza statale della Serbia degli anni novanta, dunque, a Jovica Stanisic e a Franko Simatovic Frenki, accusati dal tribunale dell'Aia di crimini di guerra, e che poi gli ha concesso di difendersi in libertà, cioè di preparare in pace tutti quelli che durante il processo potrebbero eventualmente dire qualche parola negativa su loro conto. La prima persona creata da Jovica Stanisic e alla quale ha dedicato il ruolo di icona paramilitare è stato Dragan Vasiljkovic (alias Daniel Snedden) che presto sarebbe divenuto famoso col nome d'arte di Capitano Dragan: nel 1991 un giornalista belgradese, collaboratore della Sicurezza di stato, andò in Australia per comunicare a Dragan un messaggio di Stanisic, che gli diceva di ritornare nel paese per aiutare la popolazione serba minacciata. Vasiljkovic rispose alla chiamata, e ciò significava che gli sarebbero stati perdonati tutti i vecchi peccati criminali sul territorio locale, quindi fu inviato a Golubic vicino a Knin, dove fondò il campo per l'addestramento dei giovani della Krajina. Nel campo presto sarebbe nata l'unità speciale dell'esercito di Krajina sotto il nome “Knindze”, e il Capitano Dragan, secondo l'ordine di Stanisic e di Simatovic, avrebbe viaggiato in tutti i luoghi serbi per addestrare le squadre dei futuri commandos di provenienza criminale. È stato testimone al processo dell'Aia contro Slobodan Milosevic e oggi vive da qualche parte nell'Europa occidentale.

        Parallelamente con iniziali tentativi della polizia segreta serba di creare fedeli squadre di assassini, in Serbia per un breve periodo sono esistiti anche tre partiti paramilitari con a capo noti nomi delle guerre jugoslave: le squadre “Dusan Silni” e “Beli orlovi” (Aquile bianche, ndt.) erano vicini al Partito radicale serbo e sono state guidate dal registra cinematografico del periodo ante bellico Dragoslav Bokan, mentre Djordje Bozovic Giska, astro della malavita belgradese degli anni ottanta, comandava la “Srpska dobrovoljacka garda” (Guardia volontaria serba, ndt.) formatasi sotto la protezione del SPO di Draskovic. Bokan è scomparso presto dalla scena bellica e si è dedicato alla esaltazione intellettuale dei crimini, mentre Giska è morto nelle battaglie vicino a Gospic nel settembre del 1991. L'erede del defunto Giska è il famoso criminale di Novi Sad, Branislav Lainovic Drugi (assassinato in uno scontro mafioso nel 2000), ma Stanisic nel frattempo aveva già creato il nuovo e vero re della scena paramilitare serba dei volontari: si trattava di Zeljko Raznatovic Arkan, criminale schedato, capo dei tifosi della “Zvezda” e diligente collaboratore del Dicastero della sicurezza statale in molti sanguinosi affari.

        Arkan dalla “Srpska dobrovoljacka garda” e dai “Beli orlovi” ha creato i “Tigrovi”, e a Erdut ha formato il campo di addestramento in cui sono passati più di diecimila militari. Le stesse “Tigri” contavano circa quattrocento commandos - fra i quali bisogna sottolineare il colonnello Milorad Ulemek/Lukovic Legija - e gli uomini di collegamento tra Stanisic ed Arkan erano il maggiore della RDB (Sezione della sicurezza statale, ndt.) del tempo Momir Gavrilovic Gavra e l'allora sotto colonnello della Pubblica sicurezza del MUP (Ministero dell'interno, ndt.) della Serbia Radovan Stojcic Badza. Arkan, Gavrilovic e Stojcic nel frattempo sono rimasti vittime di omicidi su commissione, mentre Legija, a quanto pare, passerà il resto della vita in carcere per essere stato immischiato nell'eliminazione di Ivan Stambolic e di Zoran Djindjic, e nel tentato omicidio di Vuk Draskovic. Il colonnello Ulemek/Lukovic, dopo essersi separato da Arkan, è stato il comandante dei “Crvene beretke” (Berretti rossi, ndt.), formazione illegale della RDB, direttamente guidata da Frenki Simatovic, che ha giocato un ruolo decisivo nella guerra bosniaca (combattevano persino come mercenari di Fikret Abdic a Cazinska krajina), poi nel 1996 i “Berretti rossi” sono stati legalizzati e il nome è stato cambiato in Unità per le operazioni speciali (JSO), e i loro membri fino all'attentato di Djindjic si occupavano principalmente di vendita di eroina e cocaina.

        Gli agili capi della Polizia segreta di Milosevic non si sono fermati soltanto alla produzione di numerosi personaggi e di formazioni speciali. Opera d'autore di Stanisic e di Simatovic è pure l'unità “Scorpioni”, divenuta nota a tutti quando al processo dell'Aia contro Slobodan Milosevic sono state mostrate le immagini della fucilazione dei Bosgnacchi di Srebrenica nel luglio del 1995, portata a termine dagli “Scorpioni”. Il loro comandante era Slobodan Medic Boca, arrestato dopo la messa in mostra delle immagini di Srebrenica, ma l'unità si è distinta anche durante la guerra del Kosovo, quando - nel marzo 1999 - uccisero quattordici civili albanesi nelle vicinanze di Podujevo, e ferirono cinque bambini: il principale accusato di questo crimine è Sasa Cvjetan che era stato reclutato nella malfamata formazione di Medic a Benkovac. Il contatto degli “Scorpioni” con Stanisic era l'impiegato del MUP della Serbia Milan Milanovic Mrgud che, secondo le testimonianze degli stessi membri dell'unità, portava da Belgrado i pacchi di soldi che venivano distribuiti ai fedeli cani di guerra. Durante la guerra del Kosovo un'eccezionale reputazione criminale l'ha avuta anche Nebojsa Minic Mrtvi, comandante della formazione speciale “Munja”. Minic è nato a Pec, e il sopranome Mrtvi (il morto ndt.) l'ha avuto per la sua misteriosa assenza di diversi anni dalla città natale: in quegli anni era in guerra in Croazia e in Bosnia.

        Le formazioni “Munja” sono responsabili per i crimini contro i civili albanesi sul territorio di Pec e di Decani, e Minic è stato arrestato in Argentina nel maggio di quest'anno: era in possesso di passaporti falsi a nome di Goran Petrovic e Vlada Radivojevic Savic, viveva con una donna argentina e aveva alcuni negozi a Mendoza. In Argentina in questi giorni è stato arrestato anche Milan Lukic, accusato dall'Aia di crimini di guerra, già comandante dell'unità “Osvetnici” (Vendicatori, ndt.), una delle formazioni più malfamate e sanguinose mai apparse nelle guerre dell'ex Jugoslavia. Lukic nel giugno del 1992 comandava l'esecuzione dei civili bosgnacchi a Visegrad, e il modo preferito in cui uccideva era chiudere la gente dentro le case che poi incendiava: a Visegrad in questo modo ha ucciso almeno un centinaio di donne, di bambini e di uomini anziani. Nell'ottobre del 1992 era a capo degli “Osvetnici” che nella località di Sjeverin presero in ostaggio e assassinarono sedici Bosgnacchi. Una simile operazione fu ripetuta anche nel febbraio del 1993, quando sul treno che viaggiava da Belgrado a Bar, a Strpci, presero in ostaggio e ammazzarono diciassette civili bosgnacchi.
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          • 06/11/06
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          #5
          LA CHIESA SERBA ORTODOSSA PROTEGGE I CRIMINALI DI GUERRA



          La benedizione degli assassini di Srebrenica: la Chiesa serba tenta di giustificarsi
          20.06.2005

          La Chiesa Ortodossa serba con un comunicato risponde alla diffusione della video cassetta che mostra un prete che benedice gli "Scorpioni" prima che essi vadano a massacrare dei giovani bosniaci. La Chiesa si appella al perdono di tutti i crimini, ma non esprime nessun pentimento per l'atteggiamento tenuto durante la guerra
          Di J.T., per "Danas", 11 giugno 2005; traduzione francese di Jasna Andjelic per Le Courrier des Balkans, (titolo originale: " Bénédiction des tueurs de Srebrenica : l'Église serbe essaie de se justifier ")

          Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall'Asta

          Immagini tratte dal video (B92)
          Mentre l'opinione pubblica esige una presa di posizione sulla registrazione video che mostra l'esecuzione di sei giovani musulmani a Trnovo nel 1995, il comunicato stampa della Chiesa Ortodossa serba pubblicato venerdì ed intitolato «Signore, che ciò non si ripeta mai più » sottolinea che « chiunque, senza distinzione di appartenenza etnica o religiosa, rimarrà turbato dalla registrazione video che è stata presentata », ma questo comunicato spiega anche che « non è facile stimare o giudicare in anticipo cosa succederà dopo le preghiere d'uso comune, quando i soldati vanno al fronte».

          La registrazione della vergognosa esecuzione dei civili è accompagnata dalla scena della benedizione di un gruppo di militari da parte di un prete. Si deve supporre che questi soldati appartengano all'unità denominata gli Scorpioni. « Tra le reazioni in seno alla nostra opinione pubblica dopo la diffusione di questa scioccante registrazione, ci sono stati dei commenti che davano interpretazioni arbitrarie ed assolutamente erronee sulla natura della relazione tra questi due avvenimenti, separati nel tempo », si dice nel comunicato, che spiega il ruolo della Chiesa, del clero e il senso della benedizione. Questo comunicato diffuso tramite il servizio d'informazione della Chiesa Ortodossa serba, indica che « anche in queste circostanze tragiche, il prete accompagna i fedeli con la preghiera e la benedizione, come al momento della nascita, delle nozze e dei funerali, con un messaggio paterno che sottolinea che, anche in guerra, di fronte al pericolo, bisogna restare umani, e nella misura del possibile ispirarsi alla dottrina cristiana ».

          « La nostra Chiesa è tradizionalmente disposta a fare tutto ciò che le è possibile per riparare i torti, calmare le passioni, ricordare ciò che è stato dimenticato, insegnare la verità e donare la consolazione della speranza. Essa s'impegna perché l'eroismo divenga umanità, perché la forza divenga nobiltà d'animo, perché ognuno, quale che sia la sua appartenenza, ragioni con la sua testa, perché le convenzioni internazionali siano rispettate e, soprattutto, per la nobile disposizione cristiana al perdono, perché l'onore e il buon nome del popolo a cui apparteniamo e della fede che noi confessiamo non siano sporcati, e soprattutto perché il cuore dell'uomo non abbia macchie di fronte a Dio », recita il comunicato.

          La Chiesa Ortodossa serba sottolinea di essere « pronta a fare tutto ciò che è necessario perché tali scene in guerra non si ripetano da nessuna parte ».

          « Noi non lo diciamo per mettere in evidenza tutte le vittime serbe ed ortodosse di questo recente e terribile conflitto. Non vogliamo approfittare di questa occasione per ripetere all'infinito i martìri indescrivibili della Bosnia dell'est, o dei villaggi di Srebrenica : Gostilje, Oparac, Ratkovic, Brezani, Krnjici, Zalazje... Eppure, tutto ciò è successo nell'estate del 1992, nel comune di Srebrenica, come il funesto principio del terribile martirio subìto dalle due parti. Non bisogna vendicarsi per questi martìri né servirsene per giustificare gli omicidi inumani commessi a sangue freddo dagli Scorpioni. Bisogna invece comprendere una volta per tutte che l'infernale catena delle morti è costituita dall'odio e dalla vendetta e che esiste un solo modo di rompere questa catena: il rispetto e la memoria di tutte le vittime, la preghiera sincera per tutti coloro che, innocenti nella maggior parte dei casi, sono periti qui e in tutte le altre regioni in guerra », afferma la Chiesa.

          Essa fa un appello affinché «si fermi il conteggio delle colpe, così che il martirio degli innocenti non diventi pretesto per nuovi crimini; si fermi l'abuso delle tragedie personali per obiettivi politici, mediatici o d'altro tipo, indegni dell'uomo; si fermino i montaggi e la propaganda, le insinuazioni sottintese e le facili accuse di parte, per evitare di far sentire questa voce inumana, quella degli Scorpioni, che ridono davanti alla paura e all'impotenza dell'altro »...

          Il comunicato evidenzia che « nessuna persona normale ha intenzione di negare la sua parte di responsabilità per gli avvenimenti dell'ultima guerra », ma anche che «la Chiesa Ortodossa serba non è un'istituzione giudiziaria».

          «Noi non siamo qui per giudicare e condannare, ma per pregare per la salute delle anime, perché nessuno commetta dei crimini, e non si arroghi questo orribile diritto di prendere la vita altrui. È sempre stato così. Ricorderemo a tutti quelli che non lo sanno che dopo la Prima Guerra Mondiale tutti gli ufficiali dell'esercito serbo sono stati privati della comunione per sette anni, i sottufficiali per quattro anni e i soldati semplici per due anni. Anche se questa guerra è stata da tutti interpretata come una guerra di difesa e di liberazione, il fatto che essi fossero obbligati a fare la guerra e a privare altri della vita era sufficiente per esigere il pentimento e per l'esclusione canonica. Prima di partire per la guerra i nostri guerrieri dell'epoca, dalle reclute ai generali, pregavano con i preti della Chiesa Ortodossa serba per la salute delle loro anime, accettando la partenza per la guerra come un sacrificio, coscienti del grande peccato che rappresentava il combattere contro il nemico che li attendeva, coscienti del fatto che avrebbero potuto morire o, ancora peggio, uccidere i soldati del nemico. Ciò fa parte delle antinomie della guerra, del paradosso irrazionale della guerra, delle situazioni impossibili a prevedersi e difficili da risolvere. Ogni guerra è un grande e terribile segreto. Tutti soffrono, quando la morte si muove nelle postazioni nemiche ».

          La verità e i media

          « È divenuto abituale che certi circoli domandino nei media che la Chiesa Ortodossa serba prenda immediatamente posizione su atteggiamenti e avvenimenti che non riguardano affatto la Chiesa e la sua missione. È stato così anche in questi ultimi giorni, quando tutta la società serba, costituita in maggioranza da credenti ortodossi, ha condannato severamente l'assassinio dei musulmani presi in ostaggio. La difficile esperienza degli anni passati ci ha insegnato che, invece di attenersi alle verità diffuse dai media, bisogna attendere per verificare la relazione cronologica e fattuale tra avvenimenti presentati insieme. Ciò è confermato dal modo in cui la registrazione della benedizione data da un prete ortodosso a un gruppo di persone in uniformi militari è stata associata alla registrazione dell'esecuzione dei poveri ostaggi musulmani », precisa il Servizio d'informazione della Chiesa ortodossa serba.
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          • DALMATINO
            Opinionista
            • 06/11/06
            • 189

            #6
            ANCORA SUL GENOCIDIO SERBO A SREBRENICA





            Srebrenica, l'evidenza dei fatti
            03.06.2005 scrive Luka Zanoni

            Una videoregistrazione trasmessa al processo contro Milosevic all'Aia e andata in onda su varie emittenti televisive serbe, documenta i crimini commessi dall'unità paramilitare "Scorpioni" contro i civili Bosgnacchi
            Immagini tratte dal video (B92)
            Scioccante, raccapricciante. Sono questi gli aggettivi che sono stati attribuiti dalla stampa serba al video trasmesso durante il processo contro Slobodan Milosevic il 1° giugno al Tribunale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia. Nel video, andato in onda durante la testimonianza del generale della polizia Obrad Stevanovic, sono mostrati senza equivoci i membri della unità speciale "Scorpioni" nell'atto di uccidere brutalmente sei prigionieri di nazionalità musulmana nei pressi del villaggio di Trnovo, e - secondo il procuratore dell'Aia - in precedenza deportati da Srebrenica con un camion.

            Come riportato dalle cronache dei media serbi nel video si vedono uomini in uniforme a viso scoperto con le bandiera serba sui berretti, mentre fanno scendere dal camion i giovani uomini magrissimi, vestiti con abiti civili e con le mani legate dietro la schiena. Il video mostra le esecuzioni a freddo dei giovani musulmani. I commenti e le voci dei membri dell'unità speciale sono inquietanti: "cosa tremi..." dice un uomo in uniforme rivolgendosi ad uno dei prigionieri, mentre una seconda voce aggiunge "guarda questo si è cagato addosso". Un'altra inquadratura mostra le raffiche di mitra alla schiena, sparate contro i prigionieri con le mani legate. Il video mostra inoltre una scena in cui un pope benedice gli "Scorpioni" prima di partire per la missione criminale. Nonostante l'evidenza di quanto mostrato, la chiesa per adesso tace.

            Immagini tratte dal video (B92)
            Immediate le reazioni di Natasa Kandic, direttrice del Centro per il diritto umanitario di Belgrado. Secondo i dati in possesso di questa organizzazione l'unità denominata "Scorpioni" dal 1991 al 1992 funzionava come unità dei servizi di sicurezza. A quel tempo, afferma la Kandic, esisteva un continuo scambio tra i membri degli "Scorpioni", la Guardia volontaria serba e i Berretti rossi, perché tutte e tre queste unità erano formate dalla DB (servizi segreti) e quindi sotto diretto controllo del Ministero dell'interno serbo. Secondo la Kandic gli "Scorpioni" facevano parte delle unità dello stato e al tempo del massacro di Srebrenica "erano incaricati di prendersi cura dei 'pacchi' ossia dei prigionieri e di provvedere alla loro uccisione, tutti operavano con le uniformi della polizia della Repubblica della Serbia e coi Berretti rossi sulla testa".

            La funzione iniziale degli "Scorpioni" era di sorvegliare i depositi di carburante in Kraijna, che rappresentavano la ricchezza per coloro i quali comandavano la guerra sul versante serbo. Ecco perché, secondo Natasa Kandic, nessuno degli appartenenti a questa unità fino ad ora ha risposto delle azioni commesse, benché fossero al comando degli organismi serbi per tutto il tempo della guerra.

            Gli "Scorpioni" sono divenuti popolari all'opinione pubblica serba lo scorso anno, all'inizio del processo per l'uccisione di alcune famiglie kosovare, a Podujevo nel 1999. Secondo il giornalista del settimanale di Belgrado "Vreme", Dejan Anastasijevic, "durante quel processo sono stati svelati diversi dati interessanti su questa unità: tra gli altri anche il fatto che questa unità speciale è più vecchia di quanto si pensasse, che i suoi membri con lo stesso nome di 'Scorpioni' e sotto lo stesso comandante combattevano in Bosnia e persino a Vukovar. In Kosovo erano sotto la SAJ (Unità speciale antiterrorismo) del Ministero dell'interno della Serbia, e prima ancora operavano sotto l'insegna di una certa Difesa territoriale, ma tutti sappiamo che questa unità era sotto il comando di Jovica Stanisic e Frenki Simatovic". Due nomi eccellenti, capo dei servizi segreti il primo e capo dei Berretti rossi (JSO) il secondo, rimessi da poco in libertà da TPI dell'Aia in attesa di giudizio, accusati di crimini di guerra.

            Immagini tratte dal video (B92)
            La video registrazione dei sei musulmani di Srebrenica uccisi a freddo è andata in onda anche su varie emittenti televisive locali, inquietando fortemente il pubblico e sollecitando le reazioni dei politici.

            Il 2 giugno un'azione della polizia serba ha condotto agli arresti otto membri dell'unità "Scorpioni", tra i quali, Aleksandar Medic e Pero Petrasevic. Il governo serbo ha confermato l'arresto di alcuni membri di tale unità, ma non ha reso noti i nomi di tutti gli arrestati. L'azione della polizia si è svolta mentre la procuratrice capo del TPI dell'Aia, Carla del Ponte, era in visita ufficiale a Belgrado. La Del Ponte si è detta soddisfatta della "brillante operazione" del governo serbo, aggiungendo che spera ci sia altrettanta celerità anche nella consegna dei latitanti ricercati dal TPI dell'Aia.

            Benché il governo serbo fosse a conoscenza del video - come confermato dal ministro Ljaijc - già da dieci giorni, fino ad ora non c'era stata alcuna azione per condurre di fronte alla giustizia gli esecutori dei crimini.

            In effetti, secondo quanto riporta l'emittente B92, subito dopo la trasmissione del video le reazioni della maggior parte dei politici serbi sono state piuttosto blande, molti erano persino disinteressati al contenuto inequivocabile del video. Il giorno successivo però la situazione è radicalmente cambiata. Le timide reazioni iniziali hanno fatto sì che il ministro per i diritti umani e le minoranze Rasim Ljajic ricevesse forti critiche da parte della delegazione americana, che ha valutato il comportamento dei politici locali come una pessima mossa.

            Ljajic ha dichiarato che "la credibilità dello stato è stata messa in discussione, la mia stessa credibilità è stata messa in discussione, nel modo più serio valuterò il proseguimento della mia presenza in questo governo, nel caso non ci siano adeguate reazioni politiche e giuridiche".
            Secondo Ljajic, dopo il rapporto del governo della Republika Srpska in cui è stato riconosciuto pubblicamente quanto accaduto a Srebrenica nel 1995, "non dovrebbero esserci più dubbi se il crimine è stato compiuto oppure no".

            Ljajic ha aggiunto che lo stato deve confrontarsi sol passato, e condurre gli esecutori dei crimini di fronte alla giustizia. "La colpa va individualizzata, i colpevoli vanno condotti di fronte alla giustizia, devono rispondere di quanto accaduto e credo che questo sia soprattutto interesse della Serbia e Montenegro... questo crimine non è stato commesso dalla Serbia e Montenegro in quanto stato".

            Secondo l'avvocato Vojin Dimitrijevic del Centro belgradese per i diritti umani, la resistenza all'accettazione del video in questione e dei relativi crimini non è poi così strana. Secondo Dimitrijevic possono esserci due linee di difesa: una riguarda il rifiuto di assistere alla messa in scena del crimine, l'altra ancora più pericolosa, secondo l'avvocato di Belgrado, è credere che questa sia la verità, ma che non poteva essere diversamente. Secondo Dimitrijevic ci sono qui due sfumature: "la prima è che ogni guerra è così e anche gli altri hanno fatto lo stesso. La seconda e più pericolosa è che ciò che è stato fatto lo si doveva fare, che non si tratta di un crimine e quelle persone andavano uccise".

            Reazioni giungono pure dal ministro della giustizia serbo, Zoran Stojkovic, il quale considera l'enorme importanza della messa in onda del video sulla televisione serba, perché ciò aiuta l'opinione pubblica a confrontarsi col passato. Stojkovic ha ribadito la necessità di condurre i processi per crimini di guerra presso i tribunali locali, perché secondo le parole del ministro "ogni altro processo all'estero apre la possibilità di manipolazione politiche di varie strutture, mentre in questo modo i cittadini si confrontano direttamente col crimine".

            Il presidente della repubblica Boris Tadic ha detto di essere pronto a inchinarsi di fronte alla vittime innocenti di Srebrenica e degli altri popoli. Secondo il presidente serbo solo col confronto col passato, mediante lo svelamento dei fatti sull'esecuzione dei crimini e con l'eliminazione della colpa collettiva del popolo serbo si può concorrere ad entrare nell'Unione europea.

            Il premier serbo, Vojislav Kostunica ha invece parlato di "brutale e vergognoso crimine" aggiungendo che il governo renderà noti altri dettagli quando sarà in possesso di ulteriori dati, ma "penso che per l'opinione pubblica sia stato molto importante la nostra reazione immediata".

            Nel frattempo su proposta dei deputati Zarko Korac e Natasa Micic, già vice premier il primo e presidente del parlamento la seconda, durante il precedente governo di Zoran Zivkovic, hanno avanzato una proposta al parlamento per far sì che venga adottata la Dichiarazione su Srebrenica, per fare in modo che, nel decennale del massacro dell'enclave musulmana, il parlamento serbo si esprima in merito al crimine compiuto.
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            • DALMATINO
              Opinionista
              • 06/11/06
              • 189

              #7
              I CRIMINALI SERBI DI mladic E karadzic





              Mladic e Karadzic: caccia ai fantasmi
              21.02.2005

              Chi protegge i due super latitanti, ricercati dal Tribunale internazionale dell'Aia? Perché a distanza di anni ancora non si è riusciti a catturarli e consegnarli alla giustizia internazionale? Nostra traduzione di un articolo pubblicato dal settimanale di Podgorica Monitor
              Taglia su Mladic e Karadzic a Sarajevo - Foto L. Zanoni
              Di Šeki Radončić, Monitor, 11 febbraio 2005

              Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak

              La nuova strategia per l'arresto dei più famosi latitanti d'Europa, Radovan Karadzic e Ratko Mladic, entra nella fase operativa. Il Consiglio dei ministri della Bosnia ed Erzegovina forma una squadra speciale per catturare gli accusati dall'Aia; la frontiera della Bosnia ed Erzegovina con quella della Serbia e Montenegro sarà chiusa, mentre i potenziali dei servizi militari, della polizia e dell'informazione della BiH saranno messi in piena attività.

              “Noi abbiamo i servizi segreti, i Servizi statali di frontiera, ci sono le truppe dell'EUFOR, i potenziali della NATO, la Polizia europea, e alla fine, alcune nostre unità militari. Metteremo tutto in moto per far sì che finalmente Karadzic e altri accusati dal tribunale dell'Aia vengano arrestati”, informa il presidente del Consiglio dei ministri Adnan Terzic.

              Riguardo le frontiere con la Serbia e con il Montenegro, Terzic precisa: “Non intendo la chiusura fisica, ma la completa copertura delle frontiere fra i due Paesi. Essa è molto porosa e noi dobbiamo assicurare che tale porosità venga eliminata”.

              Sull'iniziativa della procuratrice dell'Aia, Carla de Ponte, il Ministero degli affari interni della Repubblica serba sta negoziando con la famiglia di Radovan Karadzic sulla sua resa volontaria al Tribunale dell'Aia.

              Sonja Karadzic, la figlia di Radovan Karadzic, non nasconde che la polizia della Repubblica serba “Sta contattando tutti i membri della famiglia ogni sette o otto giorni”. “Ma, siccome noi non abbiamo i contatti con lui da anni”, dice Sonja, “la nostra risposta è sempre la stessa: non abbiamo nessuna notizie da Radovan”.

              Nell'impotenza di condurre di fronte alla giustizia i due fuggiaschi più ricercati d'Europa, la procuratrice dell'Aia minaccia che, nel caso non venissero arrestati entro la fine di giugno di quest'anno, rivelerà pubblicamente chi ostacola il loro arresto. Lei evidentemente ha a disposizione dei dati su chi nella comunità internazionale, nella Repubblica serba, nella Serbia e nel Montenegro protegge Karadzic e Mladic.

              Che non si tratta di uno scherzo, lo ha dimostrato durante la tourne balcanica della scorsa settimana, quando ha indicato la Chiesa serba ortodossa, come complice di Karadzic. Ricordiamo che nell'intervista a Monitor lei ha detto che è un male se il governo montenegrino non sa cosa succede nella chiesa, specialmente se “essa è inclusa in attività politiche e si occupa di nascondere gli accusati dell'Aia”.

              Da anni anche parecchi funzionari europei credono che il più grosso appoggio logistico a Karadzzic per potersi nascondersi sia offerto dalla Chiesa serba ortodossa. I Monasteri della SPC (Chiesa serba ortodossa, ndt.) nella Repubblica serba , in Serbia e nel Montenegro sono nominano come ricoveri del più ricercato fuggiasco d'Europa, la cui testa vale cinque milioni di dollari. Quale luogo di soggiorno temporaneo di Karadzic in Montenegro alcune volte è stato nominato il monastero di Ostrog, ed anche, a poca distanza da esso, una nuova struttura ecclesiastica nella Valle di Jovan.

              Non è un segreto: Karadzic è l'orgoglio della Chiesa serba ortodossa, negli ultimi anni in cattivo rapporto con i vertici statali montenegrini. Però, Carla Del Ponte non può sfruttare tale situazione e non obbligherà il governo montenegrino ad entrare in alcune strutture della chiesa, come hanno fatto le forze della SFOR nella Repubblica serba. Durante tali azioni sono stati gravemente feriti anche i due pope. La procuratrice dell'Aia, inoltre, non obbligherà il governo montenegrino neanche a trattare i sacerdoti ortodossi come gli altri cittadini del Montenegro. La polizia montenegrina lascia passare le macchine dei funzionari della chiesa senza un particolare controllo. Alcuni poliziotti montenegrini spesso fermano le macchine dei gran dignitari della chiesa per inchinarsi davanti a loro e per baciargli la mano.

              Il metropolita Amfilohije ha invitato Carla Del Ponte a “venire nei monasteri della Chiesa serba ortodossa in Montenegro e di controllare se lì si nasconde l'ex leader dei Serbi bosniaci Radovan Karadzic”. Lo stesso invito da gentiluomo Amfilohije lo aveva rivolto alla signora del Ponte due anni fa. Allora era stato un po' più preciso. Alla domanda dei giornalisti di Vijesti se sapeva dove si nascondesse Karadzic, Amfilohije aveva risposto: “Karadzic si nasconde nella mia preghiera”.

              L'attrazione fatale fra i pii uomini giusti e gli accusati dall'Aia, incolpati di genocidio, dura da tempo senza diminuire di intensità: la Chiesa serba ortodossa non ha invitato mai né Karadzic né Mladic ad arrendersi e pentirsi. E finché la Chiesa serba ortodossa gli protegge le spalle, ricercarli può assomigliare ad una caccia ai fantasmi.

              Il noto magazine sarajevese Start da anni, in ogni numero, ricorda quanti giorni sono passati da quando avrebbero dovuto esser arrestati Karadzic e Mladic: il cronometro di Start ha misurato la cifra di 3350 giorni. Il mito sulla supposta impossibilità di prendere Karadzic e Mladic ogni giorno cresce sempre di più. “Radovan Karadzic e Ratko Mladic per la maggior parte del tempo non sono in BiH (Bosnia Erzegovina, ndt.)”, ha detto l'altro giorno David Leakey, il comandante dell'EUFOR. I capi della Serbia e del Montenegro rigettano energicamente la possibilità che i due si trovino là, proprio come i rappresentanti della Repubblica serba. Così si è creata un'atmosfera divina per le speculazioni.

              Mladic, si dice sia protetto da 13 combattenti. I servizi segreti di Sarajevo considerano che proprio lui sia il responsabile del recente omicidio di due reclute dell'Esercito Jugoslavo a Topcider, che per loro curiosità hanno abbandonato il posto di guardia e si sono avviati in una zona dove non potevano entrare.

              Secondo le fonti della comunità bosniaca di informazione Karadzic è stato persino nella casa di villeggiatura di un alto ufficiale in pensione, a Igalo. Radovan è protetto da 25 uomini, per lo più i membri dell'ex unità speciale del Ministero degli affari interni della Repubblica serba. Intorno a Karadzic si sono formati tre anelli di sicurezza, accanto a lui ci sono sempre quattro guardie del corpo. Non si separa mai dalla sua pistola.

              Nei circoli dei servizi di informazione si può sentire che l'arresto di Karadzic pare sia impedito anche dagli americani ai quali Karadzic è servito come pretesto per rimanere nella strategicamente importane Bosnia. Dunque, dopo che da poco la SFOR se ne è andata dalla BiH, a Sarajevo è rimasto ad operare il comando della NATO, comandato dal generale Steven Schook . Lì vi lavorano 150 tra ufficiali e civili.

              “La NATO è uno strano strumento, perché ci ha aiutato tanto nel raccogliere le prove, ma hanno sempre affermato di non avere il mandato per localizzare i fuggiaschi”, ha detto Carla Del Ponte.

              Forse alla procuratrice dell'Aia questo rebus militare-informativo-politico lo ha risolto il portavoce di State Department, Richard Boucer, dicendo che “Karadzic e Mladic sono una delle ragioni per cui gli stati Uniti e la NATO lasciano parte delle loro forze nella BiH anche dopo aver passato di consegna la missione di pace alle forze militari dell'Unione europea”.

              Tale motivo chiave per la permanenza degli americani sarebbe mancato se la NATO avesse arrestato in tempo i due più famosi latitanti dell'Aia. La conclusione viene da sé: la NATO non ha arrestato Karadzic e Mladic perché avevano bisogno di un pretesto per far rimanere gli americani in Bosnia.

              In qualsiasi modo, il mito sull'impossibilità di catturare Radovan Karadzic e Ratko Mladic sarà, se Carla Del Ponte manterrà la promessa, distrutto verso la metà di quest'anno. O loro verrano arrestati o lei pubblicamente proverà che non si tratta di fantasmi, ma di latitanti protetti e nascosti da persone con nome e cognome concreti.

              I rifugi di Karadzic

              Al Ministero degli affari interni del Montenegro nessuno aveva voglia di rispondere alla questione: se Karadzic viene in Montenegro e chi potrebbero essere i suoi complici. Spiegano che si tratta di una cosa molto delicata. Il sospetto che Karadzic però si muove fra la Repubblica serba e il Montenegro ha un suo motivo. Passare illegalmente tale frontiera, affermano le fonti di Monitor, non è di alcun problema. Ufficialmente esistono soltanto alcuni passaggi, ma il resto della frontiera è pieno di buchi come un setaccio e, secondo le parole dei nostri interlocutori, è praticamente impossibile da controllare.

              Anche se Karadzic tempo fa avesse soggiornato in Montenegro, non sarebbe stato certo il primo dei latitanti dell'Aia. Alcuni di loro vi hanno trascorsi giorni e con il consenso silenzioso del governo. Più fonti hanno affermato che nel 2001 Veselin Sljivancanin, poi finito all'Aia, veniva con la scorta al completo per porgere le condoglianze a Cepurci. I testimoni hanno affermato che alcuni anni fa sulla spiaggia di Rezevici hanno visto anche Ratko Mladic.

              Invece, come affermano le nostre fonti, il Montenegro è diventata meno sicuro appena è partito per l'Aia il recentemente processato generale Pavle Strugar. Cosa che fino a un certo punto ha impaurito i latitanti dell'Aia.

              Però, i nostri interlocutori di fiducia, vicini alla polizia, dicono che non bisogna escludere la possibilità che Karadzic ed alcuni altri fuggiaschi visitino ancora il Montenegro, con misure di estrema cautela e una buona logistica. Più volte i funzionari stranieri e i media hanno detto che c'è il sospetto che a proteggerli sia la Chiesa serba ortodossa. Il Ministero degli affari interni del Montenegro ha sempre smentito tali affermazioni. Generalmente si sa tutto: le macchine e le strutture della Chiesa serba ortodossa secondo le regole non sono sottoposte ai controlli di routin della polizia. Non è noto nemmeno un caso in cui la polizia abbia fatto una perquisizione e un controllo dei monasteri nominati come rifugi dei latitanti dell'Aia.

              Durante la visita della scorsa settimana a Podgorica e a Sarajevo, la procuratrice dell'Aia Carla Del Ponte ha avviato la formazione delle squadre comuni della polizia della Bosnia ed Erzegovina e del Montenegro, che lavorerebbero insieme per arrestare gli accusati dell'Aia. Tale iniziativa ha avuto il semaforo verde dalla direzione statale del Montenegro e della BiH. Si aspetta che già nei prossimi giorni ci saranno delle sedute a cui parteciperanno i più alti funzionari del Ministero degli affari interni di entrambi i Paesi.

              Come si può sentire da fonti sicure ci saranno dei colloqui molto importanti sui dettagli puramente tecnici e sulle modalità di collaborazione. In gioco ci sono due opzioni: dallo scambio dei dati informativi alla formazione delle squadre comuni per l'arresto degli accusati dell'Aia.

              Brindisi nel nome del genocidio

              Dopo che le truppe serbe sono entrate a Srebrenica, nei mentre era in corso la brutale liquidazione di più di otto mila Bosgnacchi, in modo solenne è commemorato l'anniversario dei cinque anni dalla fondazione del SDS. Festeggiando “la liberazione di Srebrenica” Radovan Karadzic, e brindando al metropolita buon bosniaco Nikolaj, è stato sincero: “Non avremo potuto fare nulla senza la Chiesa serba ortodossa”.
              Il metropolita Nikolaj ha risposto in modo pio: “ Brindo all'onore e alla gloria della vittoria serba e delle armi”.

              Un accordo fatto a Dayton?

              Graham Blewitt, ex vice di Carla Del Ponte, nel gennaio dell'anno scorso ha detto che “ci sono state occasioni per arrestare Karadzic, ma che la SFOR non lo ha fatto”. Per ciò lui sospettava che ci fosse in “questione un accordo fatto a Dayton”. La moglie di Radovan, Ljiljana Zelen Karadzic dice che si tratta di questo: “Durante il 1995 Radovan e Holbrooke fecero un accordo che mio marito si avrebbe rinunciato alle funzioni politiche nella Repubblica serba, e si sarebbe ritirato dalla vita pubblica, politica e sociale, e che non avrebbe rilasciato nessuna dichiarazione ai media. In cambio gli Stati Uniti avrebbero fatto in modo di ritirare tutte le accuse contro di lui, creando le condizioni per assicurargli una normale vita professionale e famigliare. Tale accordo è stato verificato come un accordo ed esiste sotto forma di atto ufficiale nell'archivio della RS e degli USA”.

              “La verità è che abbiamo dovuto vietare l'SDS. Invece, ci eravamo messi d'accordo che Karadzic sparisse, che si sarebbe nascosto per sempre. Vi ricordate che lui dovette rinunciare anche alla carica di presidente della RS e del SDS”, ha detto poi Holbrooke sul Dnevni avaz di Sarajevo. Alcuni giorni dopo, quando è stato sollevato il polverone, Holbrooke si è coretto: “Come più volte in passato ho sottolineato, con Karadzic non è stato fatto nessun accordo”.
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              • DALMATINO
                Opinionista
                • 06/11/06
                • 189

                #8
                IL GENOCIDIO SERBO A VUKOVAR IN CROAZIA



                Atti d’accusa per crimini commessi su civili a Vukovar

                Božidar Piljić, Procuratore della Repubblica nella Contea di Vukovar ha dichiarato al “Vukovarske Novine” che “in un lasso di tempo molto breve verranno emanati nuovi atti d’accusa, dal momento che alcuni argomenti sono nella fase finale della loro elaborazione. Nella vicenda di Vukovar viene ricompreso anche il periodo di tempo che è seguito subito dopo l’occupazione della città, quando la popolazione civile è stata fatta oggetto di maltrattamenti fisici”. Anche se finora non si è potuto rendere noto intorno a quale aspetto penale verta la questione - l’atto d’accusa verrà emanato prima della fine dell’anno - è noto comunque che la cosa riguarda una “microubicazione” [sic!] all’interno della sola Vukovar.
                Nel corso del 2004 sono state presentate nuove denunce contro cinque persone per aver commesso atti criminali di guerra tredici anni orsono. In tutti i casi ad essere colpiti sono stati civili di nazionalità non serba e una delle denunce riguarda una violenza carnale avvenuta nel 1991. Come si è appreso, l’atto d’accusa per stupro ai danni di una donna è stato emanato nei confronti di due individui maschi, ma entrambi [oggi] sfuggono alla caccia degli organismi croati e si trovano in condizioni di latitanza nel territorio della Serbia e Montenegro.
                Prossimamente, poi, dovrebbe essere portato innanzi al tribunale di Contea a Vukovar anche il procedimento per i crimini di guerra commessi a partire dal ‘91 nel villaggio di Bapska - qui vi è un elenco di 11 uomini accusati -, ed è cominciato anche il procedimento per i crimini perpetrati nel villaggio di Mikluševci. In differenti passaggi dell’inchiesta si rilevano casi di crimini di guerra dei quali sono stati bersaglio i Croati dei villaggi di Berak, Sotin – nell’area danubiana – nel corso dell’aggressione serba.

                Inchieste per omicidi alla vigilia ed in seguito all’occupazione di Podunavlje

                “Raccogliamo costantemente informazioni, acquisiamo notizie puntuali sui crimini ed eseguiamo attività di indagine in tutti i luoghi dove si sono rinvenute fosse comuni e vittime dei crimini. Lavoriamo in collaborazione con la polizia, e siamo in contatto con il MUP (n.d.t.: il Ministero degli Affari Interni) anche per quel che riguarda la caccia alle persone sospettate di crimini” ha dichiarato Piljić, aggiungendo inoltre che, in forza delle direttive del Ministero della Giustizia della Repubblica di Croazia, si evita [però] di condurre procedimenti giudiziari per crimini di guerra in assenza delle persone accusate.
                Dopo una decina d’anni di attività, le ricerche sui crimini commessi condotte nei villaggi del Podunavlje croato hanno ripagato [il grande lavoro compiuto], e la Procura della Repubblica della Contea si occupa sempre più anche di crimini particolari [n.d.t.: pojedinačni zločini]. All’interno di questa categoria sono ricompresi i crimini avvenuti in tempo di guerra - in occasione dell’occupazione [della città ad opera delle forze serbe e della JNA] o nel tempo immediatamente successivo ad essa.
                “Tutte le informazioni vengono verificate e si lavora intensamente per far emergere gli autori di crimini di tale natura” ha confermato Božidar Piljić. E’ da segnalare, tuttavia, il dato che fino ad ora nessuno - ossia, né una persona oggetto di maltrattamenti né una persona sulla quale è stato perpetrato un crimine durante l’aggressione - ha denunciato personalmente l’autore del crimine stesso!
                Perché ciò accada non lo sa spiegare nemmeno il Procuratore della Repubblica a Vukovar; ma resta il fatto che coloro che operano quotidianamente sul territorio sono consapevoli degli ostacoli dovuti all’assenza di prove. Costoro dicono che, ad onta delle spaventose dimensioni dei crimini commessi a partire dal 1991, dopo più di 13 anni vi sono sempre meno testimoni potenziali. Alcuni sono deceduti; altri, per l’orrore vissuto, hanno cacciato tutto nell’oblio, oppure oggi non desiderano più rimestare i ricordi nel timore di nuovi traumi; a maggior ragione [n.d.t.: non coltivano questo desiderio] per il terrore di nuovi “incontri ravvicinati” con gli aguzzini, anche se [costoro si ritrovano] seduti in manette sul banco degli accusati.
                In tal modo, nonostante i crimini di guerra non cadano mai in prescrizione, è rimasto molto poco delle prove materiali o della documentazione che aiuterebbero a dimostrare i crimini [avvenuti] e a giungere all’emanazione della sentenza [nei confronti degli autori]. Per questo motivo è interessante il fatto che lo ŽDO abbia stabilito anche una collaborazione con il Centro di nuova costituzione per la ricerca dei crimini di guerra a Vukovar, poiché ogni traccia, anche la più piccola, può aiutare a condurre di fronte alla giustizia gli autori di crimini commessi dal 1991 in poi.
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                • rafrad6164
                  Opinionista
                  • 19/07/06
                  • 169

                  #9
                  Lo gia' detto e ripetuto sull'altro forum. La Serbia con il fascismo non ha nulla cosa spartire. E' la Croazia che ha una tradizione storica in pulizie etniche, infoibamenti ecc...L'intolleranza regna a Zagabria e non certo a Belgrado. Mi dispiace che l'Istria (terra civile ed ospitale) sia stata inglobata nello stato Croato, senza aver a che fare ne storicamente ne culturalmente con il succitato paese.

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                  • DALMATINO
                    Opinionista
                    • 06/11/06
                    • 189

                    #10
                    Originariamente Scritto da rafrad6164 Visualizza Messaggio
                    Lo gia' detto e ripetuto sull'altro forum. La Serbia con il fascismo non ha nulla cosa spartire. E' la Croazia che ha una tradizione storica in pulizie etniche, infoibamenti ecc...L'intolleranza regna a Zagabria e non certo a Belgrado. Mi dispiace che l'Istria (terra civile ed ospitale) sia stata inglobata nello stato Croato, senza aver a che fare ne storicamente ne culturalmente con il succitato paese.
                    Ustascia=Cetnici =fascisti

                    Non sono i serbi meglio dei croati e viceversa , gli ustascia facevano i genocidi e le pulizie etniche durante la Seconda Guerra , i cetnici (cmq fascisti) serbi facevano le pulizie etniche e genocidi nelle guerre jugoslave.Entrambi (come l'Italia e gli altri paesi) avevano qualcosa col fascismo .. non voglio fare un popolo "superiore" o "inferiore" , entrambi avevano qualcosa con i crimini di guerra , ed anche appoggio i tuoi post scritti in questo forum per quanto riguarda gli ustascia.
                    http://croatia-exclusive.com/en

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                    • DALMATINO
                      Opinionista
                      • 06/11/06
                      • 189

                      #11
                      IL PRESIDENTE SERBO TADIC VOREBBE DIMENTICARE IL MASSACRO SERBO A VUKOVAR

                      Dicono i giornali ...

                      http://croatia-exclusive.com/en

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                      • DALMATINO
                        Opinionista
                        • 06/11/06
                        • 189

                        #12
                        LA PROVOCAZIONE DEI SERBI RITORNATI IN CROAZIA - I SERBI A SKABRNJA IN CROAZIA HANNO BRUCIATO LA BANDIERA CROATA

                        Dicono i giornali ...

                        http://croatia-exclusive.com/en

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                        • Hristo
                          Opinionista
                          • 08/10/04
                          • 6953

                          #13
                          Perdonami Dalmatino ma questo non è un blog, non si può aprire una discussione in cui si è l'unico utente a postare.
                          [B][FONT="Book Antiqua"]Prima legge del dibattito:

                          Comment

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