Conquistadores

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  • andrea_90
    Opinionista
    • 15/02/06
    • 368

    #1

    Conquistadores

    Trattare questo argomento
    " Se mi dirai che qualcosa ti
  • Tomleo
    Banned
    • 19/03/05
    • 2045

    #2
    Una foto dei conquistadores:
    Un gesuita portando una croce
    e i conquistadores lo seguono
    massacrando gli indios.
    Last edited by Tomleo; 14-05-2006, 14:23.

    Comment

    • Gloucester
      Opinionista
      • 29/03/06
      • 5314

      #3
      Riferisce Carlo Cipolla nel suo saggio Vele e cannoni che, allorquando Vasco da Gama approdò in India, a chi gli domandava cosa cercasse presso quei lidi egli rispose "Cristiani e spezie". A prescindere da questo incipit didascalico, illuminare i complessi e spesso difficili rapporti intercorrenti fra religione e conquista risulterà cruciale per chiarire cosa rappresentò realmente la grande stagione del colonialismo ispano-portoghese dei secoli XVI-XVII. La diffusione del cattolicesimo nel Nuovo Mondo non di rado era autenticamente vissuta come un'alta missione morale e di civilizzazione; e se una simile consapevolezza di certo non può giustificare l'eradicazione spesso violenta delle originarie culture amerinde, sarebbe altrettanto errato presumere che la religione fornisse regolarmente un pretesto ad una ben più spregiudicata bramosìa di ricchezze da parte dei conquistadores. Senza dubbio personaggi come Cortés e lo stesso Pizarro, volendo giudicare le loro azioni secondo parametri squisitamente etici ed umanitari, risulteranno assolutamente indifendibili; ma agli occhi dei devoti sovrani che si succedettero sul trono della Castiglia, da Isabella la Cattolica, passando per Carlo I sino a Filippo II, la conversione degli indigeni e pertanto la creazione di un impero che aspirava ad essere autenticamente cristiano prima ancora che spagnolo non dovrebbe essere sottovalutata nella sua dimensione ideale. Il cristianesimo, a sua volta, non si limitò soltanto a motivare numerose imprese alla luce di necessità pastorali, ma sulla scorta di suggestioni antiche che risalivano sino al Medioevo, impresse ulteriore impulso al dinamismo coloniale spagnolo e portoghese. Il tutto alla luce della possibilità (invero destinata a rivelarsi miraggio) di allacciare contatti con quei mitici regni cristiani che, situati dalla tradizione nel cuore dell'Asia, per secoli avevano acceso l'immaginazione di esploratori e mercanti non da ultimo lo stesso Marco Polo. Il favoloso reame del Prete Gianni di cui tanto a lungo si vagheggiò in Europa prima di pervenire ad un rilevante affinamento delle proprie conoscenze geografiche ed etnografiche, fu ad esempio alla base delle spedizioni in Etiopia del diplomatico ed esploratore portoghese Péro da Covilha; ed i viaggi di quest'ultimo, toccando il Mar Rosso, la costa meridionale della Penisola Arabica con Aden e Hormuz nel Golfo Persico, gettarono le basi della futura penetrazione commerciale successivamente intrapresa ad opera del grande Afonso de Albuquerque.

      Per quel che riguarda la colonizzazione delle Americhe, dovrebbe essere senza dubbio ascritta alla grande opera missionaria inaugurata dal cattolicesimo la responsabilità di aver contribuito in modo determinante alla parziale od integrale distruzione dell'identità culturale e sociale delle popolazioni che la Spagna andava gradualmente assoggettando; nell'operare in tale direzione la religione si fece promotrice di un'azione di eradicamento percepita come necessario presupposto al rimodellamento delle società indie sui valori cristiani propri dell'Europa, ma senza voler attuare alcuna sospetta apologia del cristianesimo occorrerrà tuttavia fare ennesimamente dei distinguo, allorquando si sostenga che la religione abbia effettivamente sostenuto e sovente motivato lo sforzo coloniale spagnolo. In Spagna, infatti, sin dalla creazione nel 1483 del cosiddetto Consiglio dell'Inquisizione da parte di Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona, la religione divenne strumento di potere nelle mani del monarca e puntello dell'autorità regia. Tribunale governativo prima ancora che istituzione ecclesiastica, l'Inquisizione Spagnola agiva in nome della preservazione dell'ortodossia cattolica; ma la sistematica persecuzione di quanto veniva considerato come eretico o sedizioso ammetteva come fondamentale risvolto la costante eradicazione del dissenso all'interno della società, facendone pertanto un prezioso ed importantissimo strumento volto all'imposizione della volontà del Re Cattolico. Proprio per tali motivi è stata ripetutamente ribadita l'unicità e specificità dell'Inquisizione Spagnola rispetto ad altri tribunali inquisitoriali come il Sant'Uffizio di Roma, i quali agivano godendo invece della più totale autonomia e facendo capo al solo Pontefice, laddove la carica di presidente del Consiglio dell'Inquisizione era invece ricoperta dallo stesso monarca od un suo stretto collaboratore (come nel caso del cardinale Diego de Espinosa sotto Filippo II). A ciò si aggiunga che la preminenza della Corona nei rapporti fra Stato e Chiesa venne ulteriormente rafforzata dallo stretto legame che si andò progressivamente annodando fra il trono e gli ordini monastici come quelli domenicano e francescano, oltre che dalle non trascurabili capacità di pressione politica che il Re di Spagna era in grado di esercitare nei confronti del Pontefice non soltanto in qualità di difensore della fede (ruolo che lo rendeva moralmente inattaccabile), ma anche come principe più potente della penisola italiana.

      E' secondo tale chiave di lettura che dovrebbe essere pertanto letta l'attività sia dei tribunali inquisitoriali di Messico e Perù che dal Consiglio dell'Inquisizione dipendevano, sia degli ordini di predicatori fra le popolazioni del Nuovo Mondo. In qualsiasi circostanza il Re di Castiglia si servì del proprio prestigio ed ascendente, oltre che degli strumenti governativi di cui disponeva, per piegare l'attività religiosa a favore del rafforzamento del neonato Impero Spagnolo; e l'ambiguità che sovente avvolge la diffusione spesso forzosa del cristianesimo nelle Americhe è dovuta al fatto che tale opera di conversione seguisse ad un tempo indirizzi legati tanto alla pragmatica ragion di stato quanto a sincere motivazioni evangeliche, senza che in tale situazione si palesasse agli occhi dei contemporanei alcun elemento di contraddizione. Risulterà inoltre ancor più difficile avanzare un giudizio globale in merito al contributo del cattolicesimo nel quadro dell'avventura coloniale spagnola qualora si tenga conto che non solo le autorità ecclesiastiche si espressero frequentemente per sanzionare gli abusi perpetrati ai danni dei nativi dalle amministrazioni locali o dall'arbitrio dei singoli, ma che quelle stesse autorità ecclesiastiche, forti della tradizione di studi etnografici e storiografici propria dell'Europa Occidentale sin dall'antichità, avvertirono sovente la necessità di tramandare mediante i loro studi le stesse culture che pure andavano distruggendo. E così il francescano Diego de Landa, vescovo dello Yucatàn ed infaticabile quanto esecrabile distruttore di codici maya, fu allo stesso tempo diligente compilatore di quella Relaciòn de las Cosas de Yucatàn ove forniva il primo dettagliato resoconto della lingua, della cultura e della religione maya che pure aveva contribuito in modo determinante a spazzare via. Uno dei pilastri della nostra conoscenza del Messico azteco è rappresentato dalla Historia Generàl de las Cosas de la Nueva España di Bernardino de Sahagùn; eppure lo stesso Sahagùn era un missionario francescano che nel corso della sua opera, compilata anche mediante la raccolta di numerose testimonianze dirette, non nasconde il suo personale disgusto per taluni aspetti della cultura e dei riti aztechi.

      Il carattere della fase iniziale della colonizzazione spagnola delle Americhe fu prevalentemente (ma non esclusivamente) segnato da guerre di rapina volte alla spoliazione dei territori conquistati; il fatto che i conquistadores fossero spinti dalla brama di oro e preziosi escluse inizialmente qualsiasi relativo interessamento non solo nei confronti della cultura e delle tradizioni dei popoli oggetto delle loro mire, ma anche verso l'instaurazione di sia pur embrionali forme di governo volte all'amministrazione degli immensi spazi che la Castiglia andava incamerando. Le condizioni di anarchia che si vennero a creare in Perù in seguito al successo ottenuto da Pizarro e lo scontro fra questi ed il suo luogotenente Diego de Almagro, disputa che in conclusione avrebbe condotto all'assassinio di entrambi, dimostrano quanto sinora sostenuto; soltanto dopo la morte dei due conquistadores la Corona spagnola fu in grado di riorganizzare le annessioni degli anni 1532-1536 nel neonato Vicereame del Perù. Ad accrescere la caoticità delle annessioni cui beneficiò, spesso involontariamente ed inconsapevolmente, il Re Cattolico, contribuì anche la natura eventuale di molte di tali acquisizioni. Spedizioni destinate successivamente ad essere coronate da un clamoroso successo vennero pianificate ed intraprese in piena autonomia se non addirittura in aperto contrasto con gli orientamenti dei governatori locali e del governo centrale spagnolo: questo fu il caso della spedizione di Hernàn Cortés del 1519-1521, intrapresa in disaccordo con il governatore di Cuba Diego Velàsquez che in un'occasione giunse addirittura ad ordinare l'arresto dello stesso Cortés inviando a Vera Cruz Pànfilo de Narvàez. Difatto, nel corso di meno di tre anni, il capitano spagnolo, alla guida di una compagine di armati che inizialmente ammontava ad appena 400 uomini e che anche in seguito alla defezione delle forze del Narvàez non superò mai il migliaio, distrusse l'impero azteco annettendo alla Corona territori grandi il doppio della Spagna: un risultato strabiliante se si considerano i mezzi di cui poteva disporre il condottiero e le difficoltà che dovette fronteggiare nello stesso campo spagnolo. Simili successi dimostrano altresì la grande fragilità dell'edificio che gli spagnoli si affrettarono a smantellare. Il cosiddetto Impero azteco era difatto costituito da una lega stipulata fra le tre città-stato di Tenochtitlan, Texcoco e Tlacopan che dominavano a loro volta su di una serie di popoli tributari; quello azteco era pertanto un impero egemonico basato sullo sfruttamento delle popolazioni vicine, e benché gli strumenti di governo di cui potevano disporre gli aztechi raggiungessero in taluni ambiti ragguardevoli livelli di sviluppo (come dimostrato ad esempio dall'efficiente rete stradale e dal servizio di messi che la percorreva), una simile compagine fu sempre ben lungi dal costituire uno stato autonomo e centralizzato. Il giogo che la confederazione impose ai propri vassalli, obbligandoli al versamento di tributi tanto in materie prime quanto in vite umane per sostenere i complessi rituali di sangue propri del culto azteco, era inoltre estremamente mal tollerato: una simile condizione di soggezione incatenava tali popoli a numerosi obblighi e sacrifici anche gravosi senza tuttavia assicurar loro alcun tangibile vantaggio. Ragion per cui, una volta approdato in Messico, fu molto facile per Cortés far leva sul diffuso sentimento di malcontento che agitava le popolazioni tributarie sino ad ottenere il loro aiuto nell'abbattimento della potestà degli odiati aztechi. In tale frangente l'alleanza che venne stipulata fra gli spagnoli e la città di Tlaxcala, nemica tradizionale di Tenochtitlan, si sarebbe rivelata determinante nella campagna del 1520 che portò all'assedio ed alla distruzione della capitale azteca.

      Cortés fu comandante militare talentuoso ed allo stesso tempo politico e diplomatico astuto e lungimirante. Oltre a far leva sul diffuso malcontento dei popoli tributari nei confronti dell'impero, all'inizio della sua spedizione sfruttò mirabilmente le incertezze di Montezuma: e ben intuendo come le sue numerose ambasciate servissero in realtà a stornare l'attenzione degli spagnoli dalla capitale, egli decise di marciare risolutamente su Tenochtitlan prendendo in ostaggio lo stesso monarca e giungendo a dominare direttamente il centro del potere azteco. In tale frangente Montezuma commise degli errori cruciali: offrì numerosi doni agli spagnoli in cambio della loro promessa di ritirarsi oltre i confini dell'Impero, ma non prese in considerazione la possibilità che un simile sfoggio di ricchezze, alimentando tanto la determinazione di Cortés quanto la cupidigia dei suoi uomini, potesse sortire esattamente gli effetti contrari. Benché durante la cosiddetta Noche triste gli spagnoli venissero cacciati con forti perdite, la morte di Montezuma (non si sa se eliminato per ordine di Cortés od ucciso dai suoi stessi sudditi nel corso dei tumulti cittadini), e l'incapacità dimostrata dagli aztechi di riorganizzarsi anche a fronte del progressivo sfaldamento del sistema egemonico su cui si fondava il loro potere, condannarono l'Impero alla distruzione. In ogni frangente Cortés dimostrò una invidiabile comprensione della mentalità azteca e delle credenze che si celavano dietro certi atteggiamenti e decisioni, dimostrando di saper volgere tale comprensione a proprio favore: allorquando arguì che la titubanza e la ritrosia ad agire dimostrate da Montezuma derivavano dal dubbio che egli potesse essere il Quetzalcoatl delle leggende azteche, lo spagnolo cercò in tutti i modi di convincere il monarca della propria origine divina. In questo sottile gioco diplomatico e psicologico egli fu crucialmente coadiuvato dall'attività di interprete e consigliere svolta dalla oramai mitica figura di Malintzin (o Malinche), una oriunda che sarebbe stata successivamente conosciuta col nome di Doña Marina; e la cui importanza, al fine di dischiudere ai conquistatori la comprensione della mentalità azteca, viene ripetutamente sottolineata da Bernàl Diaz del Castillo, luogotenente di Cortés, nella sua opera Verdadera Historia de la Conquista de Nueva España.

      In aggiunta alla paralisi decisionale ed alla costante indecisione che contraddistinse la loro azione sino almeno al tragico assedio di Tenochtitlan gli aztechi, ed in generale i popoli mesoamericani, trovarono regolarmente insostenibile il confronto militare con gli spagnoli in campo aperto: si è più volte accennato, nel corso del tempo, alla dimensione simbolico-religiosa che dominava l'attività militare azteca, volta alla conduzione di una serie di combattimenti altamente ritualizzati il cui obiettivo era l'eliminazione del comandante nemico e la cattura del maggior numero possibile di prigionieri. Sbigottiti dall'approccio occidentale alla scienza militare, volto precipuamente all'annientamento del nemico sul campo, gli aztechi trovarono estremamente difficile adattarsi alle "regole d'ingaggio" cui gli spagnoli li avevano costretti per una questione di mentalità ancor prima che di efficienza dei loro strumenti bellici: ed in quest'ultimo caso occorrerebbe ricordare come le armi dei popoli mesoamericani, basate sul legno, sull'ossidiana e molto più raramente sul bronzo, fossero appositamente studiate per affrontare avversari coperti soltanto di leggeri farsetti di cotone rinforzato se non sprovvisti addirittura di qualsiasi protezione. Tutti questi fattori, nel complesso, rischiavano di rendere qualsiasi scontro in campo aperto un vero e proprio massacro ai danni delle forze indigene, e soltanto all'epoca del già ripetutamente citato assedio di Tenochitlan, quando ogni innovazione era destinata a rivelarsi oramai tardiva, gli aztechi presero a modificare le loro tattiche: abbandonando ogni velleità di confronto diretto essi si diedero ad una disperata guerriglia fatta di innumerevoli sortite ai danni degli assedianti ispano-tlaxcalani. Consci oramai del fatto che un cavaliere disarcionato, in virtù anche della sua pesante armatura, risultava praticamente inerme e poteva quindi essere facilmente circondato ed abbattuto, essi impararono a sgusciare fra le zampe dei destrieri spagnoli per abbatterli; ed altrettanto consapevoli di come le loro primitive armi in legno ed ossidiana non potessero competere nel combattimento ravvicinato con le lame europee, iniziarono a riporre sempre più la loro fiducia nel tiro delle frombole, armi massimamente temute dallo stesso Cortés per la loro capacità di tramortire o financo uccidere un fante con un solo colpo ben mirato.

      All'iniziale spinta espansionistica di cui ho trattato sinora con particolare riguardo alla conquista del Messico si aggiunse in un secondo momento la riorganizzazione dei possedimenti coloniali spagnoli attorno al Vicereame della Nuova Spagna (Messico) ed al Vicereame del Perù (di cui vennero delineati con precisione confini e rispettivi ambiti di competenza) intrapresa dall'abile ed energico Juan de Ovando, ministro di Filippo II e presidente del Consiglio delle Indie dal 1571 al 1575. Tale riforma, che vide peraltro la compilazione della prima legislazione coloniale e l'assegnazione ai due Vicereami di governatori singolarmente capaci nelle persone, rispettivamente, di Don Martìn Enriquez de Almansa e Don Francisco de Toledo, determinò anche un significativo miglioramento delle condizioni di vita dei nativi, mediante la costituzione di appositi tribunali, voluti per espressa volontà dell'Ovando e per intendimento dello stesso Filippo II, cui gli indigeni potevano appellarsi per denunciare alle autorità competenti eventuali abusi cui fossero stati fatti oggetto da parte dei singoli o delle amministrazioni locali. Ma dal momento che tale argomento non è inerente ad una trattazione della conquista delle Indie da parte della Spagna mi riservo di accantonarlo, concludendo qui il mio excursus.
      Last edited by Gloucester; 15-05-2006, 23:45.

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      • Piotr Aleksejevic
        Zar autocrate di tutte le Russie
        • 24/11/05
        • 7926

        #4
        Prime scoperte e spirito dei conquistadores

        L'Amministrazione Coloniale Spagnola, sotto il regno di Ferdinando d'Aragona
        ed Isabella di Castiglia, era sotto l'immediata tutela di due tribunali con
        sede a Siviglia :
        - Consiglio delle Indie
        - Casa de Contrataci
        CONIGLIO MANNARO

        "Ci sono amori che durano il tempo di uno sguardo e rivoluzioni che vivono lo spazio di un mattino, sono forse per questo meno importanti di certi compromessi scellerati che incatenano tutta una vita?"
        Gianni-Emilio Simonetti

        La calma

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