Pensieri tratti da libri di teologia.
Mi permetto di postare questi pensieri che mi hanno colpito e forse fanno un pochino di più intendere come un cristiano deve intendere ed indirizzare la sua fede.
Buona lettura (anche se lunga).
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Per la metafisica, la natura dell’essere divino è determinata dalla sua unità e indivisibilità, dalla mancanza di principio e di fine, di movimento e di mutamento. Siccome questa natura dell’essere divino è pensata sul fondamento dell’essere finito, deve includere tutte le determinazioni dell’essere finito ed escludere quelle che ad esse si oppongono, altrimenti l’essere finito non potrebbe trovare nell’essere divino fondamento e consistenza contro il nulla che emerge minaccioso dalla morte, dalla sofferenza e dal caos. Dall’essere divino vanno quindi escluse morte , sofferenza e disordine.
La teologia cristiana ha recepito e riproposto fino ai nostri giorni questo concetto di Dio della teologia filosofica, perché praticamente fino ad oggi ha condiviso il bisogno religioso di un uomo che si sente finito, minacciato e mortale, e che quindi cerca protezione in una onnipotenza e autorità superiori. Nel concetto metafisico di Dio della cosmologia antica ed in quello della psicologia moderna, stanno contrapposti e separati l’essere della divinità, della origine di tutte le cose o del principio incondizionato, quale zona in cui la morte è impossibile, e l’essere umano, quale zona in cui la morte è invece necessaria. Se si applica questo concetto di Dio alla morte di Cristo in croce, bisogna svuotare la croce della divinità, perché Dio per definizione non può né soffrire né morire: è causalità pura. Ma la teologia cristiana, se non vuole rassegnare le dimissioni e perdere la propria identità, deve pensare l’essere di Dio presente nella passione, nell’agonia ed anche nella morte di Gesù. In un Dio concepito come pura casualità, come principio incondizionato, non può riconoscere sofferenza e morte alcuna, nessuna di simili negazioni. Il soggetto di tale patire non potrebbe essere veramente Dio.
Proprio su questo punto ai nostri giorni si dovrà approfondire il confronto tra teologia cristiana e concetto filosofico di Dio. Se per tanto tempo nella figura di Cristo i teologi hanno scorto “ il volto impassibile e freddo del dio platonico, cui si aggiungono alcuni lineamenti desunti dall’etica stoica” è giunto finalmente il momento di distinguere nettamente, alla luce della fede cristiana, tra il Padre di Gesù Cristo ed il Dio dei pagani e dei filosofi (Pascal). Su un piano teorico, ciò risponde al dis-establishment critico che la cristianità sta conducendo nei confronti delle religioni borghesi delle diverse società in cui vive, nelle quali domina appunto quel modo teistico di concepire Dio. Su questo punto la teologia della chiesa primitiva aveva fatto parecchia strada. Evolvendo il concetto di Dio in chiave trinitaria, essa parlava di Dio riferendosi all’incarnazione ed alla morte di Gesù, e così non faceva esplodere soltanto il concetto della filosofia antica, ma dissolveva pure le divinità delle religioni politiche dei popoli.
Il rifiuto della dottrina trinitaria, o la sua riduzione ad una formula ortodossa ma vuota, tipici dell’epoca moderna, stanno ad indicare un cristianesimo che si è assimilato alle religioni di bisogno presenti nella società moderna.
Con il messaggio cristiano si Dio, annunciato con la croce di Cristo, è venuto ad introdursi nel mondo metafisico un elemento estraneo, nuovo. Questa fede deve infatti comprendere la divinità di Dio alla luce dell’evento della passione e morte del Figlio di Dio, e quindi mutare dalle fondamenta gli ordini dell’essere del pensiero metafisico e le scale di valore del sentire religioso. Essa deve riflettere sulla passione di Cristo intendendola come potenza di Dio. E viceversa, deve vedere la libertà della sofferenza e della morte come possibilità dell’uomo. La teologia cristiana non si sforzerà quindi d’intendere la morte di Gesù fondandosi sulla premessa di quel concetto di Dio di stampo metafisico o morale.
Supposta la validità di questa premessa, non si potrebbe assolutamente capire la morte di Gesù in termini teologici. Ed invece, questa fede dovrà ”comprendere l’essere divino di Dio partendo dall’evento di questa morte”.
Non si potrà allora continuare ad esporre il cristianesimo come “modo di credere monoteistico” ( Schleirmacher). La fede cristiana non è “monoteismo radicale”. In quanto teologia della croce, la teologia cristiana esercita una funzione critica e liberante nei confronti del monoteismo filosofico e politico. Il teismo dice che Dio non può patire, non può morire, e questo lo afferma per dare un valido riparo all’essere che patisce e muore. La fede cristiana invece sostiene che Dio soffrì nella passione di Gesù, Dio morì sulla croce di Cristo, e questo affinché noi vivessimo e risorgessimo nel suo futuro. Sul piano psicologico-religioso, la fede cristiana libera quindi dalle proiezioni infantili dei bisogni umani e traspone nella ricchezza di Dio, libera dall’impotenza umana e traspone nell’onnipotenza divina, libera dalla miseria dell’uomo e traspone nella responsabilità di Dio. Libera dalle figure divinizzate del padre , cui l’uomo ricorre per conservare la propria infantilità.
Libera dal timore degli schemi politici fondanti sull’onnipotenza, con i quali i padroni legittimano su questa terra il loro dominio ed istillano nei deboli il complesso di inferiorità; schemi dei quali i deboli si servono per compensare in sogno la propria impotenza.
Libera da determinazioni conferite dall’esterno e da indirizzi imposti da altri, da ciò che le anime ansiose amano e nello stesso tempo odiano, Questo Dio della croce non è il “gran cacciatore” (Chardonnel), l’oppressore della nostra coscienza . Colui che così intende Dio, abusa del suo nome e si muove nelle lontananze della croce.
Mi permetto di postare questi pensieri che mi hanno colpito e forse fanno un pochino di più intendere come un cristiano deve intendere ed indirizzare la sua fede.
Buona lettura (anche se lunga).
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Per la metafisica, la natura dell’essere divino è determinata dalla sua unità e indivisibilità, dalla mancanza di principio e di fine, di movimento e di mutamento. Siccome questa natura dell’essere divino è pensata sul fondamento dell’essere finito, deve includere tutte le determinazioni dell’essere finito ed escludere quelle che ad esse si oppongono, altrimenti l’essere finito non potrebbe trovare nell’essere divino fondamento e consistenza contro il nulla che emerge minaccioso dalla morte, dalla sofferenza e dal caos. Dall’essere divino vanno quindi escluse morte , sofferenza e disordine.
La teologia cristiana ha recepito e riproposto fino ai nostri giorni questo concetto di Dio della teologia filosofica, perché praticamente fino ad oggi ha condiviso il bisogno religioso di un uomo che si sente finito, minacciato e mortale, e che quindi cerca protezione in una onnipotenza e autorità superiori. Nel concetto metafisico di Dio della cosmologia antica ed in quello della psicologia moderna, stanno contrapposti e separati l’essere della divinità, della origine di tutte le cose o del principio incondizionato, quale zona in cui la morte è impossibile, e l’essere umano, quale zona in cui la morte è invece necessaria. Se si applica questo concetto di Dio alla morte di Cristo in croce, bisogna svuotare la croce della divinità, perché Dio per definizione non può né soffrire né morire: è causalità pura. Ma la teologia cristiana, se non vuole rassegnare le dimissioni e perdere la propria identità, deve pensare l’essere di Dio presente nella passione, nell’agonia ed anche nella morte di Gesù. In un Dio concepito come pura casualità, come principio incondizionato, non può riconoscere sofferenza e morte alcuna, nessuna di simili negazioni. Il soggetto di tale patire non potrebbe essere veramente Dio.
Proprio su questo punto ai nostri giorni si dovrà approfondire il confronto tra teologia cristiana e concetto filosofico di Dio. Se per tanto tempo nella figura di Cristo i teologi hanno scorto “ il volto impassibile e freddo del dio platonico, cui si aggiungono alcuni lineamenti desunti dall’etica stoica” è giunto finalmente il momento di distinguere nettamente, alla luce della fede cristiana, tra il Padre di Gesù Cristo ed il Dio dei pagani e dei filosofi (Pascal). Su un piano teorico, ciò risponde al dis-establishment critico che la cristianità sta conducendo nei confronti delle religioni borghesi delle diverse società in cui vive, nelle quali domina appunto quel modo teistico di concepire Dio. Su questo punto la teologia della chiesa primitiva aveva fatto parecchia strada. Evolvendo il concetto di Dio in chiave trinitaria, essa parlava di Dio riferendosi all’incarnazione ed alla morte di Gesù, e così non faceva esplodere soltanto il concetto della filosofia antica, ma dissolveva pure le divinità delle religioni politiche dei popoli.
Il rifiuto della dottrina trinitaria, o la sua riduzione ad una formula ortodossa ma vuota, tipici dell’epoca moderna, stanno ad indicare un cristianesimo che si è assimilato alle religioni di bisogno presenti nella società moderna.
Con il messaggio cristiano si Dio, annunciato con la croce di Cristo, è venuto ad introdursi nel mondo metafisico un elemento estraneo, nuovo. Questa fede deve infatti comprendere la divinità di Dio alla luce dell’evento della passione e morte del Figlio di Dio, e quindi mutare dalle fondamenta gli ordini dell’essere del pensiero metafisico e le scale di valore del sentire religioso. Essa deve riflettere sulla passione di Cristo intendendola come potenza di Dio. E viceversa, deve vedere la libertà della sofferenza e della morte come possibilità dell’uomo. La teologia cristiana non si sforzerà quindi d’intendere la morte di Gesù fondandosi sulla premessa di quel concetto di Dio di stampo metafisico o morale.
Supposta la validità di questa premessa, non si potrebbe assolutamente capire la morte di Gesù in termini teologici. Ed invece, questa fede dovrà ”comprendere l’essere divino di Dio partendo dall’evento di questa morte”.
Non si potrà allora continuare ad esporre il cristianesimo come “modo di credere monoteistico” ( Schleirmacher). La fede cristiana non è “monoteismo radicale”. In quanto teologia della croce, la teologia cristiana esercita una funzione critica e liberante nei confronti del monoteismo filosofico e politico. Il teismo dice che Dio non può patire, non può morire, e questo lo afferma per dare un valido riparo all’essere che patisce e muore. La fede cristiana invece sostiene che Dio soffrì nella passione di Gesù, Dio morì sulla croce di Cristo, e questo affinché noi vivessimo e risorgessimo nel suo futuro. Sul piano psicologico-religioso, la fede cristiana libera quindi dalle proiezioni infantili dei bisogni umani e traspone nella ricchezza di Dio, libera dall’impotenza umana e traspone nell’onnipotenza divina, libera dalla miseria dell’uomo e traspone nella responsabilità di Dio. Libera dalle figure divinizzate del padre , cui l’uomo ricorre per conservare la propria infantilità.
Libera dal timore degli schemi politici fondanti sull’onnipotenza, con i quali i padroni legittimano su questa terra il loro dominio ed istillano nei deboli il complesso di inferiorità; schemi dei quali i deboli si servono per compensare in sogno la propria impotenza.
Libera da determinazioni conferite dall’esterno e da indirizzi imposti da altri, da ciò che le anime ansiose amano e nello stesso tempo odiano, Questo Dio della croce non è il “gran cacciatore” (Chardonnel), l’oppressore della nostra coscienza . Colui che così intende Dio, abusa del suo nome e si muove nelle lontananze della croce.


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