“È un sollievo dei mortali, perché cessan di soffrir.”
Dice il Metastasio. E lo cito in riferimento ai pensieri giornalieri momentanei di ladipojana

Eppure, nella realtà concreta, accade spesso il contrario: la maggior parte degli esseri umani resta attaccata alla vita fino all’ultimo, anche quando la vita si riduce, si appesantisce, diventa dipendenza e fatica. Come se qualcosa, più forte della valutazione razionale, tenesse insieme tutto.
Una prima spiegazione è quella della mia "Legge fondamentale di Natura", non psicologica, ma biologica, scritta nel DNA: La vita tende a conservarsi, costi quello che costi, per la "perennità delle specie".
Tanto per continuare a fare sfoggio di sapienti letture, cito Baruch Spinoza, che dice (Etica) che siamo"conatus", Arthur Schopenhauer lo descriveva come “volontà di vivere”. Non una scelta, ma una struttura profonda: ciò che è vivo tende a restare vivo....Ah...siete perplessi sul "conatus"? Il conatus non è il “conato” che ti piega in bagno, né un “coitus” filosofico abbreviato: è semplicemente la testardaggine ontologica dell’essere a non sloggiare. ( capitolo ""scena saputella e saccente", check)
Poi c’è il livello umano: lo sappiamo che moriremo. Il punto é che, a parte il "quando", non sappiamo come sarà morire, né cosa significhi non esserci più. L’ignoto non riguarda solo il “dopo”, ma il passaggio stesso: perdita di controllo, dolore, dissoluzione. La mente riempie quel vuoto con scenari, e spesso lo rende più pesante della realtà.
Tanto per non perdere l'abitudine allo sfoggio di "culturame",
ricordo che per Seneca (maldestro suicida, a sentire Tacito) non è la morte a tormentare gli uomini, ma la sua attesa . Epicuro proponeva un "trucchetto" logico: quando ci siamo noi, la morte non c’è; quando c’è lei, noi non ci siamo più. Ma questa "trucchetto" non gli ha evitato l'esperienza di una morte, meglio di un' "attesa della", dolorosa per malattiaLe religioni si inseriscono proprio in questa frattura: attenuano l’ignoto promettendo un "dopo"...che organizzano legato a giudizio, premio o castigo. L’ignoto non sparisce: cambia forma.
Meglio o peggio?...il "vassapé" é di rigore.
A questo punto, si arriva alla possibilità della scelta consapevole sulla fine della propria vita. Tra la spinta naturale all’autoconservazione e la coscienza che può valutare la qualità dell’esistenza, si colloca una zona di tensione: fino a che punto la vita “che vuole continuare” coincide con la vita “che vale per chi la vive”?
E' qui che il problema smette di essere solo naturale o religioso e diventa non solo personale, ma etico e quindi, "politico".Senza soluzione semplice.
Forse, alla fine, la paura della morte non ha una sola radice: è insieme istinto, ignoranza del passaggio, costruzione culturale e coscienza riflessiva: nasce e si sviluppa su livelli diversi e non sembra riducibile a una risposta unica, buona per tutti e per...tutte le stagioni.
"Non consigliatemi, so sbagliare da solo": é la risposta bbona?
Vassapé


, mi auguro più in là, quanto più in là non lo so, so che la sofferenza e la morte mi fanno paura, sarà doloroso il passaggio da vivi a morti? La morte spaventa perchè rappresenta la fine di tutto o per lo meno la fine in questo mondo e dimensione. Se ne esistono altre non lo so e il non avere certezze, non sapere fa paura.
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Però, a pensarci bene, nemmeno tanto necessaria, visto che esistono fumatori ultranovantenni e centenari cultori di birra ed alcolici vari .
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