neuroteologia
La riflessione sulla teologia, sulla mente e le sue funzioni è originaria e comune a tutte le grandi tradizioni religiose: il cervello come luogo nel quale agiscono sensi spirituali ha una lunga storia che, attraverso la sisicoteologia, di età newtoniana, arriva a quella che in età recente, con un calco dalla letteratura di fantascienza, viene sovente definita neuroteologia. Questa disciplina indaga, con strumenti sempre più raffinati, le specializzazioni del cervello: si è infatti scoperta la funzione di alcune aree del cervello durante momenti di quiete estatica, identificati con l’esperienza religiosa per motivi storico-teologici ben evidenti. Alcuni studi hanno dimostrato una relazione fra disturbi come alcune forme epilettiche e ‘sensazioni’ di tipo religioso (riprodotte in alcuni soggetti attraverso esperimenti oggi più criticati di un tempo). Da questi dati frammentari sono state ricavate due apologetiche simmetriche: alcuni scienziati hanno creduto di poter ricavare una decostruzione dell’intera esperienza religiosa; per altro verso, una teologia apologetica ha classicamente sostenuto che proprio questi dati mostrano una inclinazione innata del sentimento religioso, legandosi con ciò anche alla psicologia del profondo e alla ricerca sulla filosofia della mente. [➔ coscienza e autocoscienza; epilessia; mente, filosofia della; sensazione e percezione]
Il rapporto fra atto di fede religiosa e razionalità è materia indagata dalle teologie sulla base dei propri metodi di lavoro. Il passo della Genesi ebraica sulla creazione dell’uomo «ad immagine e nella somiglianza di Dio» ha spesso spinto l’ermeneutica biblica alla ricerca del contenuto – la dignità, la razionalità, la mente, la coscienza, ecc. – di quella relazione profonda fra creatura e creatore. In modo diverso, anche le tradizioni spirituali d’Oriente hanno sviluppato una loro interpretazione del rapporto fra mente e illuminazione interiore: sia attraverso una vera e propria fisiologia teologica (il terzo occhio), sia attraverso la pratica del controllo del cervello attraverso la mente. Nella tradizione cristiana l’antropologia delle lettere di Paolo prima e l’uso del termine logos nel prologo dell’evangelo di Giovanni poi (inizio 2° sec. d. C.) aprono le dottrine della grande chiesa a un rapporto impensabile con il platonismo, fino a farne la chiave della cristologia e dunque dell’antropologia. La dottrina patristica dei ‘sensi’ spirituali presente fin da Origene (che li contrapponeva però ai sensi materiali) è valorizzata nella tradizione cattolico-romana degli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola fino al ritorno in senso diverso nei teologi del Novecento, come Karl Rahner e Urs von Balthasar tra i più recenti. Dal canto suo un tratto consistente dell’apologetica coranica consiste proprio nella rivendicazione di una maggiore razionalità dell’ultima rivelazione di Dio al profeta Muhammad, chiamato a restaurare quella via diretta che le altre rivelazioni avevano corrotto, via diretta alla quale la filosofia aristotelica, da qui rientrata anche nella tradizione cristiana, si offre come organo di interpretazione del reale.
Rapporto tra teologia, filosofia e scienza
Questo immenso patrimonio di scritture, di letture, di dottrine genera una risonanza infinita di concetti e preconcetti che agiscono a molti livelli e sono potenziati, piuttosto che diminuiti, dal ‘bagno’ nella filosofia greca e nelle sue riletture storiche: a qualunque livello, e ogni qual volta si pronunciano i termini chiave – mente, anima, cervello, persona –, si finisce sempre per riscontrare l’esistenza di debiti o allergie verso quel patrimonio. In presenza, dunque, di progressi scientifici importanti come quelli collegati alla ricerca sul cervello nel 20° secolo, non bisogna illudersi che il rapporto fra teologia, filosofia e scienza – con tutte le varianti che le possono collegare – si riduca a un mero conflitto fra autorità ecclesiastica e libertà di ricerca. C’è infatti, dalla metà del 19° sec. in poi, una capacità delle teologie cristiane d’impossessarsi della ‘certezza’ scientifica per costruire su quel dato una propria apologetica che trasla le proprie..........
Il casco di Dio
Gli esperimenti (1983) fatti dal medico canadese Michael Persinger – che si presenta come un liberatore dalla mistificazione religiosa e che viene contestato da manifestazioni dei gruppi del fondamentalismo protestante, o evangelicali, inferociti – usano invece un approccio scientifico diverso: egli inventa e testa un casco capace di produrre disturbi magnetici durante i quali il lobo temporale farebbe ‘esperienza’ di un Dio finalmente smascherato come effetto elettrico. La coeva dimostrazione che l’iperattivazione limbica in pazienti con TLE causa ossessioni religiose spinge a nuove ricerche: nel 1999 Graham Beaumont e collaboratori pubblicano una casistica sul nesso fra lesioni del lobo temporale destro e manifestazioni di iper-religiosità. Altre zone del cervello, però, vengono indagate: Vilayanur S. Ramachandran sostiene, per es., che è l’area di Broca (la stessa che governa il linguaggio) quella nella quale si attiva l’esperienza religiosa. Alla Università di San Diego, nel 1998, viene individuato un punto della corteccia frontale che si attiva negli stati mistici che corrisponde alla tradizione del ‘terzo occhio’ (ajina chakra) nella fisiologia mistica dello yoga. Con ciò il tentativo scientifico di ridurre la fede a neurologia e della fede di ridurre la neurologia a scienza della materia tornano al punto di partenza.
Due apologetiche
Il complesso di queste indagini, però, ha fornito all’apologetica religiosa materiali pronti per un uso opposto. Infatti la fisiologizzazione del sentimento religioso s’incontra alla perfezione con lo sforzo di una tradizione apologetica intransigente, che vede proprio in queste dimensioni l’impronta della mano di Dio nella natura umana e permette di rileggere in senso opposto le indagini su cervello ed esperienza religiosa. Non solo dal punto di vista dell’apologetica cattolica, nella quale s’impegna ancora Drewermann, ma anche da altri orizzonti religiosi. James H. Austin pubblica (1999) infatti, Zen and the brain: toward an understanding of meditation and consciousness, che dimostra gli effetti benefici della meditazione su mente e cervello: la scelta del buddhismo giapponese come unità di misura facilita il compito di Austin e sdrammatizza la portata ideologica di talune ricerche precedenti, che si proponevano di demistificare l’estasi cristiana finendo in vicoli ciechi polemici, stigmatizzati da Alasdair Coles in un articolo di sintesi, pubblicato sulla rivista Brain nel 2008. È invece capofila di una nuova stagione di ‘dimostrazioni’ neurologiche dell’insipienza della religione la ricerca di Andrew Newberg, Eugene D’Aquili e, dal 2001, anche di Vince Rause. Prima con il volume The mystical mind prendono posizione come se non ci fosse altro da fare che prendere atto del fatto che l’esperienza religiosa ‘avviene’ nel cervello e se mai (come fa Anne Runehov, Sacred or neural) da lì partire con una teologia ad hoc. Poi, in Why God won’t go away. Brain science and the biology of belief (2001), con la biologia della credenza, propongono la loro metateologia o megateologia: l’esperimento al centro dello studio riguarda il monitoraggio SPECT del cervello durante la meditazione. La scoperta dei centri attivati dalla...........
http://www.treccani.it/enciclopedia/...-di-Medicina)/
La riflessione sulla teologia, sulla mente e le sue funzioni è originaria e comune a tutte le grandi tradizioni religiose: il cervello come luogo nel quale agiscono sensi spirituali ha una lunga storia che, attraverso la sisicoteologia, di età newtoniana, arriva a quella che in età recente, con un calco dalla letteratura di fantascienza, viene sovente definita neuroteologia. Questa disciplina indaga, con strumenti sempre più raffinati, le specializzazioni del cervello: si è infatti scoperta la funzione di alcune aree del cervello durante momenti di quiete estatica, identificati con l’esperienza religiosa per motivi storico-teologici ben evidenti. Alcuni studi hanno dimostrato una relazione fra disturbi come alcune forme epilettiche e ‘sensazioni’ di tipo religioso (riprodotte in alcuni soggetti attraverso esperimenti oggi più criticati di un tempo). Da questi dati frammentari sono state ricavate due apologetiche simmetriche: alcuni scienziati hanno creduto di poter ricavare una decostruzione dell’intera esperienza religiosa; per altro verso, una teologia apologetica ha classicamente sostenuto che proprio questi dati mostrano una inclinazione innata del sentimento religioso, legandosi con ciò anche alla psicologia del profondo e alla ricerca sulla filosofia della mente. [➔ coscienza e autocoscienza; epilessia; mente, filosofia della; sensazione e percezione]
Il rapporto fra atto di fede religiosa e razionalità è materia indagata dalle teologie sulla base dei propri metodi di lavoro. Il passo della Genesi ebraica sulla creazione dell’uomo «ad immagine e nella somiglianza di Dio» ha spesso spinto l’ermeneutica biblica alla ricerca del contenuto – la dignità, la razionalità, la mente, la coscienza, ecc. – di quella relazione profonda fra creatura e creatore. In modo diverso, anche le tradizioni spirituali d’Oriente hanno sviluppato una loro interpretazione del rapporto fra mente e illuminazione interiore: sia attraverso una vera e propria fisiologia teologica (il terzo occhio), sia attraverso la pratica del controllo del cervello attraverso la mente. Nella tradizione cristiana l’antropologia delle lettere di Paolo prima e l’uso del termine logos nel prologo dell’evangelo di Giovanni poi (inizio 2° sec. d. C.) aprono le dottrine della grande chiesa a un rapporto impensabile con il platonismo, fino a farne la chiave della cristologia e dunque dell’antropologia. La dottrina patristica dei ‘sensi’ spirituali presente fin da Origene (che li contrapponeva però ai sensi materiali) è valorizzata nella tradizione cattolico-romana degli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola fino al ritorno in senso diverso nei teologi del Novecento, come Karl Rahner e Urs von Balthasar tra i più recenti. Dal canto suo un tratto consistente dell’apologetica coranica consiste proprio nella rivendicazione di una maggiore razionalità dell’ultima rivelazione di Dio al profeta Muhammad, chiamato a restaurare quella via diretta che le altre rivelazioni avevano corrotto, via diretta alla quale la filosofia aristotelica, da qui rientrata anche nella tradizione cristiana, si offre come organo di interpretazione del reale.
Rapporto tra teologia, filosofia e scienza
Questo immenso patrimonio di scritture, di letture, di dottrine genera una risonanza infinita di concetti e preconcetti che agiscono a molti livelli e sono potenziati, piuttosto che diminuiti, dal ‘bagno’ nella filosofia greca e nelle sue riletture storiche: a qualunque livello, e ogni qual volta si pronunciano i termini chiave – mente, anima, cervello, persona –, si finisce sempre per riscontrare l’esistenza di debiti o allergie verso quel patrimonio. In presenza, dunque, di progressi scientifici importanti come quelli collegati alla ricerca sul cervello nel 20° secolo, non bisogna illudersi che il rapporto fra teologia, filosofia e scienza – con tutte le varianti che le possono collegare – si riduca a un mero conflitto fra autorità ecclesiastica e libertà di ricerca. C’è infatti, dalla metà del 19° sec. in poi, una capacità delle teologie cristiane d’impossessarsi della ‘certezza’ scientifica per costruire su quel dato una propria apologetica che trasla le proprie..........
Il casco di Dio
Gli esperimenti (1983) fatti dal medico canadese Michael Persinger – che si presenta come un liberatore dalla mistificazione religiosa e che viene contestato da manifestazioni dei gruppi del fondamentalismo protestante, o evangelicali, inferociti – usano invece un approccio scientifico diverso: egli inventa e testa un casco capace di produrre disturbi magnetici durante i quali il lobo temporale farebbe ‘esperienza’ di un Dio finalmente smascherato come effetto elettrico. La coeva dimostrazione che l’iperattivazione limbica in pazienti con TLE causa ossessioni religiose spinge a nuove ricerche: nel 1999 Graham Beaumont e collaboratori pubblicano una casistica sul nesso fra lesioni del lobo temporale destro e manifestazioni di iper-religiosità. Altre zone del cervello, però, vengono indagate: Vilayanur S. Ramachandran sostiene, per es., che è l’area di Broca (la stessa che governa il linguaggio) quella nella quale si attiva l’esperienza religiosa. Alla Università di San Diego, nel 1998, viene individuato un punto della corteccia frontale che si attiva negli stati mistici che corrisponde alla tradizione del ‘terzo occhio’ (ajina chakra) nella fisiologia mistica dello yoga. Con ciò il tentativo scientifico di ridurre la fede a neurologia e della fede di ridurre la neurologia a scienza della materia tornano al punto di partenza.
Due apologetiche
Il complesso di queste indagini, però, ha fornito all’apologetica religiosa materiali pronti per un uso opposto. Infatti la fisiologizzazione del sentimento religioso s’incontra alla perfezione con lo sforzo di una tradizione apologetica intransigente, che vede proprio in queste dimensioni l’impronta della mano di Dio nella natura umana e permette di rileggere in senso opposto le indagini su cervello ed esperienza religiosa. Non solo dal punto di vista dell’apologetica cattolica, nella quale s’impegna ancora Drewermann, ma anche da altri orizzonti religiosi. James H. Austin pubblica (1999) infatti, Zen and the brain: toward an understanding of meditation and consciousness, che dimostra gli effetti benefici della meditazione su mente e cervello: la scelta del buddhismo giapponese come unità di misura facilita il compito di Austin e sdrammatizza la portata ideologica di talune ricerche precedenti, che si proponevano di demistificare l’estasi cristiana finendo in vicoli ciechi polemici, stigmatizzati da Alasdair Coles in un articolo di sintesi, pubblicato sulla rivista Brain nel 2008. È invece capofila di una nuova stagione di ‘dimostrazioni’ neurologiche dell’insipienza della religione la ricerca di Andrew Newberg, Eugene D’Aquili e, dal 2001, anche di Vince Rause. Prima con il volume The mystical mind prendono posizione come se non ci fosse altro da fare che prendere atto del fatto che l’esperienza religiosa ‘avviene’ nel cervello e se mai (come fa Anne Runehov, Sacred or neural) da lì partire con una teologia ad hoc. Poi, in Why God won’t go away. Brain science and the biology of belief (2001), con la biologia della credenza, propongono la loro metateologia o megateologia: l’esperimento al centro dello studio riguarda il monitoraggio SPECT del cervello durante la meditazione. La scoperta dei centri attivati dalla...........
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