A questo proposito, cosa pensa dell’utero in affitto?
«È una pratica brutale, un uso della donna ancora più grave degli anni ’60 e ’70, quando si creavano barricate contrapposte ma non in queste categorie orribili. Si può ridurre la donna a un utero? La donna è fatta di volontà, di amore, di cervello, sarebbe come se l’uomo fosse ridotto alla divinazione del fallo. Oggi siamo al punto che diciamo “ho preso l’utero in Indonesia”, come se attorno non ci fosse una donna, come fosse assemblata ».
Come mai ha chiamato suo figlio Francesco Saverio?
«Io nacqui di 8 mesi e pesavo meno di un chilo e mezzo, i medici mi diedero per morto. Mamma, che era una delle più grandi greciste, sognò san Francesco Saverio che le diceva che io sarei sarei sopravvissuto e avrei fatto del bene. Lei rimase colpita perché non lo conosceva come santo, e tutta la vita fu devota a lui, come pure io».
E quel bene da compiere lei se lo sente addosso come un impegno preso?
«Lo vivo come una libertà, se dentro ho del bene lo farò. Intanto non mi manca mai il coraggio di dire quel che penso anche a persone importanti, se è per difendere il più fragile».
Come con la sua famosissima Sara?
«Era il 1978, conoscevo una ragazza di 16 anni che aspettava un figlio non con gioia ma con angoscia. Il suo ragazzo, atterrito, era scappato... Il rischio era che lei rinunciasse a quel bambino e anche una semplice canzone può aprirti gli occhi. Io descrivevo le piccole grandi modifiche che lo sguardo di un uomo vede nel corpo di sua moglie quando è incinta... Fui accusato di essere antiabortista, ma nel mio piccolo penso che questa canzone abbia avuto alcuni meriti e non solo il fatto che in quegli anni metà delle bimbe si chiamarono Sara ».
Qual è la canzone in cui più si riconosce?
«Tienimi dentro te, dell’ultimo album: non è una canzone, è un sentimento. E poi Oltre il confine, che è del 2011 e parla di accoglienza dei profughi. Il Papa – che ammiro profondamente perché in lui vedo l’unione perfetta tra san Francesco e san Francesco Saverio, tra francescano e gesuita – ha detto una cosa incredibile: “Siamo abituati a una solidarietà che è dare il superfluo, ma questo non basta, Dio ti chiede una parte di te, devi toccare il tuo capitale, non quello che rimane”. Dobbiamo assolutamente recuperare il senso della carità cristiana, che va oltre la solidarietà, che va all’amico e al nemico. Carità vuol dire amore e l’amore vince sempre, anche quando perde. Del resto Cristo, perdendo, ha vinto l’eternità per noi».
Come concludiamo questa chiacchierata a 360 gradi?
«Con un augurio di Buona Pasqua. Si può ancora dire? Trovo assurde le discussioni su crocifissi e benedizioni a scuola. La Messa un’ostentazione? Non scherziamo: ecco di nuovo il televoto, come fosse una guerra di religione. Si cerca lo scontro nel nome di un laicismo che manipola il mondo e vi mette al centro l’uomo, ecco perché l’umanità sta cambiando e diventa materialista, nichilista, agnostica. A questa mutazione genetica resiste solo chi più ha fede, perché le radici profonde non si estirpano. E le radici ti portano a Dio».
«È una pratica brutale, un uso della donna ancora più grave degli anni ’60 e ’70, quando si creavano barricate contrapposte ma non in queste categorie orribili. Si può ridurre la donna a un utero? La donna è fatta di volontà, di amore, di cervello, sarebbe come se l’uomo fosse ridotto alla divinazione del fallo. Oggi siamo al punto che diciamo “ho preso l’utero in Indonesia”, come se attorno non ci fosse una donna, come fosse assemblata ».
Come mai ha chiamato suo figlio Francesco Saverio?
«Io nacqui di 8 mesi e pesavo meno di un chilo e mezzo, i medici mi diedero per morto. Mamma, che era una delle più grandi greciste, sognò san Francesco Saverio che le diceva che io sarei sarei sopravvissuto e avrei fatto del bene. Lei rimase colpita perché non lo conosceva come santo, e tutta la vita fu devota a lui, come pure io».
E quel bene da compiere lei se lo sente addosso come un impegno preso?
«Lo vivo come una libertà, se dentro ho del bene lo farò. Intanto non mi manca mai il coraggio di dire quel che penso anche a persone importanti, se è per difendere il più fragile».
Come con la sua famosissima Sara?
«Era il 1978, conoscevo una ragazza di 16 anni che aspettava un figlio non con gioia ma con angoscia. Il suo ragazzo, atterrito, era scappato... Il rischio era che lei rinunciasse a quel bambino e anche una semplice canzone può aprirti gli occhi. Io descrivevo le piccole grandi modifiche che lo sguardo di un uomo vede nel corpo di sua moglie quando è incinta... Fui accusato di essere antiabortista, ma nel mio piccolo penso che questa canzone abbia avuto alcuni meriti e non solo il fatto che in quegli anni metà delle bimbe si chiamarono Sara ».
Qual è la canzone in cui più si riconosce?
«Tienimi dentro te, dell’ultimo album: non è una canzone, è un sentimento. E poi Oltre il confine, che è del 2011 e parla di accoglienza dei profughi. Il Papa – che ammiro profondamente perché in lui vedo l’unione perfetta tra san Francesco e san Francesco Saverio, tra francescano e gesuita – ha detto una cosa incredibile: “Siamo abituati a una solidarietà che è dare il superfluo, ma questo non basta, Dio ti chiede una parte di te, devi toccare il tuo capitale, non quello che rimane”. Dobbiamo assolutamente recuperare il senso della carità cristiana, che va oltre la solidarietà, che va all’amico e al nemico. Carità vuol dire amore e l’amore vince sempre, anche quando perde. Del resto Cristo, perdendo, ha vinto l’eternità per noi».
Come concludiamo questa chiacchierata a 360 gradi?
«Con un augurio di Buona Pasqua. Si può ancora dire? Trovo assurde le discussioni su crocifissi e benedizioni a scuola. La Messa un’ostentazione? Non scherziamo: ecco di nuovo il televoto, come fosse una guerra di religione. Si cerca lo scontro nel nome di un laicismo che manipola il mondo e vi mette al centro l’uomo, ecco perché l’umanità sta cambiando e diventa materialista, nichilista, agnostica. A questa mutazione genetica resiste solo chi più ha fede, perché le radici profonde non si estirpano. E le radici ti portano a Dio».


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