Il vangelo di Marco, secondo la maggior parte dei critici, fu composto tra il 65 ed il 75.
In seguito agli studi di B. Reicke e J.A.T. Robinson, non sembra sostenibile per la composizione di Marco una data posteriore alla distruzione di Gerusalemme (70 d.C.).
D’altra parte la proposta avanzata da J. O’Callaghan nel 1972 di identificare il frammento di papiro della grotta n.7 di Qumran, noto con la sigla 7Q5, con Mc 6,52-53, se fosse certa obbligherebbe a datare il vangelo di Marco prima dell’anno 50. Detta proposta è stata rivista da C.P. Thiede nel 1989, arrivando alla conclusione che gli argomenti di O’Callaghan sono solidamente fondati. All’identica conclusione si giunse nel simposio celebrato su questa questione, nell’ottobre del 1991, presso l’università cattolica di Eichstadt.
Ma, indipendentemente dall’affermazione di O’Callaghan, la datazione molto anticipata di Marco si impone per i seguenti dati forniti dallo stesso vangelo.
1) Il vangelo si chiude suggerendo che Pietro, come gli altri discepoli, essendo ancora attaccati alle categorie del giudaismo, non ha ancora compreso l’universalità della missione cristiana; per questo non si è ancora incontrato in Galilea con Gesù resuscitato (Mc 16,7-8) [ Tutti ammettono che Mc 16,9-20 costituisce un’aggiunta posteriore, dovuta ad una mano diversa da quella dell’evangelista e che, probabilmente fu realizzata nei primi decenni del II secolo , cfr. Gnilka, La finale de l’Evangile de Marc ]. Quindi, quando viene scritto il vangelo, non c’è ancora stato quel cambiamento di mentalità che, secondo gli Atti, Pietro sperimentò dopo la conversione di Cornelio (At 10,1-11,17) e che sfociò nella rottura con le attese nazionalistiche dei giudei (A 12.11). Il deciso intervento di Pietro nell’assemblea di Gerusalemme a favore dell’integrazione nella comunità dei pagani convertiti al cristianesimo, in condizioni di parità con i giudeo-credenti e senza dover loro imporre, come pretendevano i giudaizzanti, né la circoncisione né l’osservanza della Legge (At 15,1-11), dimostra che in lui è avvenuto questo cambiamento. Poiché tale assemblea fu celebrata tra il 49 ed il 50, il vangelo di Marco, che non conosce ancora il cambiamento avvenuto in Pietro, fu necessariamente composto prima di tale data.
2) Dall’analisi di Marco si deduce che il suo autore è un deciso sostenitore dell’integrazione nella comunità cristiana, senza alcun tipo di subordinazione, dei giudei esclusi dall’Israele istituzionalizzato e dei gentili; non solo non condivide le tesi giudaizzanti sostenute dalla comunità di Gerusalemme, ma è molto critico nei confronti di esse, fino al punto di dire che i seguaci di Gesù provenienti dal giudaismo (= i discepoli, i Dodici) non hanno capito il mistero racchiuso nella sua persona né le implicazioni del suo messaggio. Quindi, quando Marco viene scritto, la polemica tra credenti provenienti dal giudaismo e quelli del paganesimo o, in pratica, equiparati ai pagani, era ormai arrivata al suo punto critico. Il vangelo riflette, quindi, una problematica che rispecchia un’epoca molto primitiva del cristianesimo, senz’altro precedente alla distruzione di Gerusalemme.
3) Marco è l’unico vangelo nel quale vengono ricordati tre volte gli erodiani e sempre insieme ai farisei (3,6; 8,15; 12,13). La prima di queste menzioni (3,6), che presenta i farisei che si alleano con gli erodiani per cercare il modo di farla finita con Gesù, risulta stranissima dal punto di vista storico, data la profonda inimicizia esistente tra i farisei e la casa reale di Erode [ Espressione di questa inimicizia fu il rifiuto dei farisei di prestare giuramento di fedeltà ad Erode ]. Ma sembra riflettere la situazione creatasi durante il breve regno di Erode Agrippa I (41-44 d.C.), unico periodo storico nel quale la casa di Erode poté contare sull’appoggio e sulle simpatie dei farisei. E’ logico, quindi, dedurre che la sua opera fu scritta durante quel periodo.
4) Da Mc 13,9bc.12-13a si deduce chiaramente che l'evangelista non ha esperienza di una condanna dei discepoli di Gesù per iniziativa dei tribunali civili. In questi versetti annuncia il destino che attende i discepoli per la loro adesione a Gesù: saranno perseguitati dai loro stessi compatrioti o concittadini giudei, i quali, dopo averli condannati, li faranno comparire di fronte ai tribunali civili, ottenendone la condanna a morte. Non esiste quindi in Marco il minimo indizio della persecuzione scatenata contro i cristiani al tempo di Nerone; il vangelo conosce la persecuzione a morte messa in atto dalle istanze ufficiali giudaiche, ma viene scritto in un periodo in cui il cristianesimo non era ancora considerato un pericolo per le autorità civili dell'impero. Bisognerebbe quindi farlo risalire alla prima fase dell'espansione del cristianesimo.
5) Mc 13,14b-16.21-22 raccoglie le esortazioni di Gesù rivolte ai suoi seguaci. La prima (13,14b-16) deve essere necessariamente anteriore alla distruzione di Gerusalemme ed al momento in cui si consumò l’assedio alla città, perché in quel caso la fuga verso i monti, raccomandata all’inizio dell’esortazione (v.14b), sarebbe stata impossibile, dal momento che la prima cosa che fecero i romani fu proprio quella di occupare le alture (Conzelmann). La seconda esortazione (13,21-22) invita i discepoli a non lasciarsi ingannare da quelli che, di fronte alla visione dell’avvenimento descritto in 13,14a, annunciano l’arrivo del Messia restauratore della gloria d’Israele; questa esortazione esclude che Marco abbia potuto scrivere dopo la guerra dei giudei contro Roma, dal momento che tutte le speranze di un intervento speciale di Dio che avrebbe salvato la nazione, attraverso il suo Messia svanirono con la sconfitta e ricomparvero solo al tempo di Adriano [ Quando durante la grande rivolta degli anni 132-135 Simone Bar Kokhba fu riconosciuto come Messia da rabbi Akiba]. Entrambe le esortazioni si fondano sulla visione, da parte dei discepoli, dell’’”esecrabile devastazione”, che si trova dove non avrebbe dovuto essere (13,14a). Questo avvenimento, descritto in termini enigmatici, si riferisce certamente all’invasione della Palestina da parte dell’esercito romano. Per rendere compatibile questa invasione con i dati che finora abbiamo raccolto dal vangelo stesso occorrerebbe metterla in relazione con la situazione creatasi alla fine del regno di Caligola, quando l’imperatore, nell’inverno del 39/40 ordinò al suo legato di Siria di erigergli una statua nel tempio di Gerusalemme. A quel punto, il conflitto con Roma apparve inevitabile e non scoppiò solo perché l’imperatore fu assassinato (24 gennaio del 41). Ma le tensioni con Roma continuarono durante il regno di Erode Agrippa I (41-44), durante il quale si riaccesero i sentimenti nazionalistici e le speranze messianiche (Schurer). Marco può benissimo essere stato scritto in tali circostanze, quando ancora era vivo nella memoria di tutti il ricordo di quanto era accaduto con Caligola e tutto lasciava prevedere che il confronto con Roma non avrebbe tardato a prodursi.
In seguito agli studi di B. Reicke e J.A.T. Robinson, non sembra sostenibile per la composizione di Marco una data posteriore alla distruzione di Gerusalemme (70 d.C.).
D’altra parte la proposta avanzata da J. O’Callaghan nel 1972 di identificare il frammento di papiro della grotta n.7 di Qumran, noto con la sigla 7Q5, con Mc 6,52-53, se fosse certa obbligherebbe a datare il vangelo di Marco prima dell’anno 50. Detta proposta è stata rivista da C.P. Thiede nel 1989, arrivando alla conclusione che gli argomenti di O’Callaghan sono solidamente fondati. All’identica conclusione si giunse nel simposio celebrato su questa questione, nell’ottobre del 1991, presso l’università cattolica di Eichstadt.
Ma, indipendentemente dall’affermazione di O’Callaghan, la datazione molto anticipata di Marco si impone per i seguenti dati forniti dallo stesso vangelo.
1) Il vangelo si chiude suggerendo che Pietro, come gli altri discepoli, essendo ancora attaccati alle categorie del giudaismo, non ha ancora compreso l’universalità della missione cristiana; per questo non si è ancora incontrato in Galilea con Gesù resuscitato (Mc 16,7-8) [ Tutti ammettono che Mc 16,9-20 costituisce un’aggiunta posteriore, dovuta ad una mano diversa da quella dell’evangelista e che, probabilmente fu realizzata nei primi decenni del II secolo , cfr. Gnilka, La finale de l’Evangile de Marc ]. Quindi, quando viene scritto il vangelo, non c’è ancora stato quel cambiamento di mentalità che, secondo gli Atti, Pietro sperimentò dopo la conversione di Cornelio (At 10,1-11,17) e che sfociò nella rottura con le attese nazionalistiche dei giudei (A 12.11). Il deciso intervento di Pietro nell’assemblea di Gerusalemme a favore dell’integrazione nella comunità dei pagani convertiti al cristianesimo, in condizioni di parità con i giudeo-credenti e senza dover loro imporre, come pretendevano i giudaizzanti, né la circoncisione né l’osservanza della Legge (At 15,1-11), dimostra che in lui è avvenuto questo cambiamento. Poiché tale assemblea fu celebrata tra il 49 ed il 50, il vangelo di Marco, che non conosce ancora il cambiamento avvenuto in Pietro, fu necessariamente composto prima di tale data.
2) Dall’analisi di Marco si deduce che il suo autore è un deciso sostenitore dell’integrazione nella comunità cristiana, senza alcun tipo di subordinazione, dei giudei esclusi dall’Israele istituzionalizzato e dei gentili; non solo non condivide le tesi giudaizzanti sostenute dalla comunità di Gerusalemme, ma è molto critico nei confronti di esse, fino al punto di dire che i seguaci di Gesù provenienti dal giudaismo (= i discepoli, i Dodici) non hanno capito il mistero racchiuso nella sua persona né le implicazioni del suo messaggio. Quindi, quando Marco viene scritto, la polemica tra credenti provenienti dal giudaismo e quelli del paganesimo o, in pratica, equiparati ai pagani, era ormai arrivata al suo punto critico. Il vangelo riflette, quindi, una problematica che rispecchia un’epoca molto primitiva del cristianesimo, senz’altro precedente alla distruzione di Gerusalemme.
3) Marco è l’unico vangelo nel quale vengono ricordati tre volte gli erodiani e sempre insieme ai farisei (3,6; 8,15; 12,13). La prima di queste menzioni (3,6), che presenta i farisei che si alleano con gli erodiani per cercare il modo di farla finita con Gesù, risulta stranissima dal punto di vista storico, data la profonda inimicizia esistente tra i farisei e la casa reale di Erode [ Espressione di questa inimicizia fu il rifiuto dei farisei di prestare giuramento di fedeltà ad Erode ]. Ma sembra riflettere la situazione creatasi durante il breve regno di Erode Agrippa I (41-44 d.C.), unico periodo storico nel quale la casa di Erode poté contare sull’appoggio e sulle simpatie dei farisei. E’ logico, quindi, dedurre che la sua opera fu scritta durante quel periodo.
4) Da Mc 13,9bc.12-13a si deduce chiaramente che l'evangelista non ha esperienza di una condanna dei discepoli di Gesù per iniziativa dei tribunali civili. In questi versetti annuncia il destino che attende i discepoli per la loro adesione a Gesù: saranno perseguitati dai loro stessi compatrioti o concittadini giudei, i quali, dopo averli condannati, li faranno comparire di fronte ai tribunali civili, ottenendone la condanna a morte. Non esiste quindi in Marco il minimo indizio della persecuzione scatenata contro i cristiani al tempo di Nerone; il vangelo conosce la persecuzione a morte messa in atto dalle istanze ufficiali giudaiche, ma viene scritto in un periodo in cui il cristianesimo non era ancora considerato un pericolo per le autorità civili dell'impero. Bisognerebbe quindi farlo risalire alla prima fase dell'espansione del cristianesimo.
5) Mc 13,14b-16.21-22 raccoglie le esortazioni di Gesù rivolte ai suoi seguaci. La prima (13,14b-16) deve essere necessariamente anteriore alla distruzione di Gerusalemme ed al momento in cui si consumò l’assedio alla città, perché in quel caso la fuga verso i monti, raccomandata all’inizio dell’esortazione (v.14b), sarebbe stata impossibile, dal momento che la prima cosa che fecero i romani fu proprio quella di occupare le alture (Conzelmann). La seconda esortazione (13,21-22) invita i discepoli a non lasciarsi ingannare da quelli che, di fronte alla visione dell’avvenimento descritto in 13,14a, annunciano l’arrivo del Messia restauratore della gloria d’Israele; questa esortazione esclude che Marco abbia potuto scrivere dopo la guerra dei giudei contro Roma, dal momento che tutte le speranze di un intervento speciale di Dio che avrebbe salvato la nazione, attraverso il suo Messia svanirono con la sconfitta e ricomparvero solo al tempo di Adriano [ Quando durante la grande rivolta degli anni 132-135 Simone Bar Kokhba fu riconosciuto come Messia da rabbi Akiba]. Entrambe le esortazioni si fondano sulla visione, da parte dei discepoli, dell’’”esecrabile devastazione”, che si trova dove non avrebbe dovuto essere (13,14a). Questo avvenimento, descritto in termini enigmatici, si riferisce certamente all’invasione della Palestina da parte dell’esercito romano. Per rendere compatibile questa invasione con i dati che finora abbiamo raccolto dal vangelo stesso occorrerebbe metterla in relazione con la situazione creatasi alla fine del regno di Caligola, quando l’imperatore, nell’inverno del 39/40 ordinò al suo legato di Siria di erigergli una statua nel tempio di Gerusalemme. A quel punto, il conflitto con Roma apparve inevitabile e non scoppiò solo perché l’imperatore fu assassinato (24 gennaio del 41). Ma le tensioni con Roma continuarono durante il regno di Erode Agrippa I (41-44), durante il quale si riaccesero i sentimenti nazionalistici e le speranze messianiche (Schurer). Marco può benissimo essere stato scritto in tali circostanze, quando ancora era vivo nella memoria di tutti il ricordo di quanto era accaduto con Caligola e tutto lasciava prevedere che il confronto con Roma non avrebbe tardato a prodursi.


Comment