Perche' l'amore fa soffrire? Riflessioni.

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  • Baboulenka
    Opinionista
    • 25/01/09
    • 14527

    #1

    Perche' l'amore fa soffrire? Riflessioni.

    Stavo leggendo questo estratto del saggio Perché l’amore fa soffrire di Eva Illouz, pubblicato da Il Mulino. Queste pagine sono tratte dal terzo capitolo "La richiesta di riconoscimento: l’amore e la vulnerabilità del Sé". Mi piacerebbe sapere che ne pensate



    Il passaggio dal corteggiamento premoderno a quello moderno è il passaggio da rituali e significati pubblicamente condivisi a interazioni private in cui l’altro viene valutato secondo criteri molteplici e transitori: l’attrazione fisica, la chimica emotiva, la compatibilità dei gusti e l’assetto psicologico. La classe sociale, il rango, il «carattere» appartengono a un mondo in cui i criteri per stabilire il valore erano noti e pubblicamente espressi; oggi invece il valore sociale deve essere negoziato nell’ambito dei gusti individuali. Per esempio, la seduttività e la desiderabilità, sebbene seguano canoni pubblici di bellezza, sono soggette a una dinamica del gusto individualizzata e pertanto relativamente imprevedibile. La desiderabilità, assunta come criterio primario di scelta del partner, complica la dinamica del riconoscimento, crea incertezza, implica che l’uomo e la donna abbiano scarsa capacità di prevedere se verranno giudicati attraenti da un potenziale partner o riusciranno a mantenere vivo il suo desiderio. In uno studio sui single timidi gli psicologi Jacobson e Gordon descrivono un’esperienza che di fatto è sociologica:
    Nella mia esperienza di psicologo a New York affrontare un appuntamento è il denominatore comune che innesca la timidezza nei single di qualsiasi età, siano essi donne o uomini. Nella loro ricerca di qualcuno con cui condividere la vita, molti dei miei pazienti mi riferiscono di essere colti da sentimenti di paura del rifiuto e inadeguatezza talmente forti da trovare qualsiasi scusa per non uscire di casa. [...] Circa dieci anni fa cominciai a notare che erano sempre più numerosi i pazienti che affermavano di sentirsi socialmente incompetenti, invisibili agli altri e spaventati – soprattutto se dovevano affrontare un appuntamento o un contesto sociale.
    Il senso di invisibilità riferito da questi pazienti o, per usare un termine più comune, la loro «paura del rifiuto» è pertanto soprattutto la paura di ciò che Honneth definisce «invisibilità sociale», una condizione in cui l’individuo viene fatto sentire socialmente indegno. Può avere origine da forme di umiliazione sottili, non apertamente espresse: la mimica facciale, in particolare l’espressione degli occhi, del volto, e il sorriso costituiscono il meccanismo elementare di visibilità sociale e una forma altrettanto elementare di riconoscimento. È questa invisibilità a minacciare il Sé nelle relazioni sentimentali, proprio perché i segni di conferma veicolano la promessa di conferire piena esistenza sociale.
    Questa forma di autocritica è molto diversa dalle strategie di autosvalutazione ottocentesche di cui si è discusso in precedenza: non consiste nella manifestazione del carattere; riflette piuttosto quella che potremmo definire «incertezza concettuale di sé», o incertezza dell’immagine che si ha di sé e dei criteri per determinarla. L’incertezza concettuale si pone all’estremo opposto dell’autosvalutazione. Quest’ultima innanzitutto non veniva tenuta nascosta, ma dichiarata apertamente; non minacciava l’ideale del Sé ma piuttosto lo rappresentava, richiedeva la rassicurazione rituale dell’altro, creava un legame, presupponeva il riferimento implicito a ideali morali noti a entrambe le parti. In una lettera al fratello Theo, Van Gogh descrive come il suo amore venne rifiutato dalla cugina Kee.
    La vita mi è diventata molto cara e sono felice di amare. La mia vita e il suo amore sono una cosa sola. «Ma ti trovi di fronte a un chiaro rifiuto!» obietterai. Rispondo: «Vecchio mio, per il momento considero quel rifiuto come un blocco di ghiaccio che mi stringo al cuore, sperando di riuscire a scioglierlo.
    Per Van Gogh essere rifiutati non rappresentava una minaccia al proprio status o al proprio valore, ma un’ulteriore opportunità che si offre all’uomo di dare prova della sua capacità di sciogliere il gelo del rifiuto. Lo si confronti con la testimonianza resa da una quarantenne omosessuale che si è da poco impegnata in una nuova relazione:
    Abbiamo trascorso un fine settimana fantastico: ho incontrato la sua famiglia e i suoi amici, e anche il sesso tra noi è stato stupendo… e dopo quel fine settimana lei mi dice che forse sarebbe stato meglio vederci solo per due ore stasera, o forse meglio aspettare domani. Mi sono sentita così arrabbiata con lei. Furiosa. E ora, mentre ne parlo, mi sento sopraffatta dall’ansia. Mi sento paralizzata. Come ha potuto farmi questo?
    Questa donna è divorata dall’ansia perché la richiesta della sua innamorata di incontrarla «solo» per due ore si riduce a un sentimento di «annichilimento sociale». Nelle sue memorie autobiografiche Catherine Townsend, editorialista di una rubrica sul sesso dell’«Independent», racconta la rottura della relazione con il suo compagno, circostanza che le ha procurato una sofferenza tale da indurla a frequentare un incontro dei Sex and Love Addicts Anonymous dove si presenta così:
    Mi chiamo Catherine e sono dipendente dall’amore [...]. Fino ad oggi non riuscivo a immaginare perché non riuscissi a gestire con successo la mia ultima relazione. Penso fosse perché volevo essere abbastanza in gamba da essere quella «giusta» per lui. Credo che in- consciamente volessi dare prova di valere tanto da indurre qualcuno a sposarmi. Quindi facevo di tutto per tenermi il mio ex a tutti i costi.
    Chiaramente la sofferenza di Catherine coinvolge il senso del proprio valore, che può essere determinato o annientato dall’amore. In un blog su internet una donna racconta che quando si è separata dal compagno il suo «cuore era a pezzi» e «gli ci sono voluti mesi (se non anni) per riprendersi». Gli amici l’hanno aiutata a superare il dispiacere dicendole che «era splendida, facendole mangiare tanta cioccolata e guardando [insieme a lei] una serie infinita di film scadenti». La reazione di questi amici riflette l’idea diffusa che la fine di un amore minacci il senso del valore di una persona e le fondamenta della sua sicurezza ontologica. Questi risultati sono confermati da una ricerca condotta da due sociologi citata nella rubrica del «New York Times» Modern Love: «Ciò che conta per le donne è avere una relazione, seppur disastrosa. “È un po’ patetico”, riconosce Ms Simon (la ricercatrice). “Nonostante il grande cambiamento sociale occorso in questo settore, il senso che le donne hanno del proprio valore è ancora fortemente legato al fatto di avere un uomo. Ciò è deplorevole”».
    Se il valore che le donne conferiscono a se stesse è ancora legato alla necessità di avere un uomo al proprio fianco, non significa che esse non si siano liberate da un retaggio del passato, ma che hanno sviluppato una dipendenza moderna dall’amore per riuscire a definire il senso del proprio valore. I manuali di consigli per affrontare incontri, sesso e amore sono diventati incredibilmente redditizi proprio perché la posta in gioco dell’amore, degli appuntamenti e del sesso è diventata molto alta.

    I solemnly swear that i am up to no good...
  • Lex
    #trollingeveryday
    • 11/04/10
    • 6422

    #2
    tl; dr
    schusa sono scemo
    si ono che sono scemo
    mi ritengo scemo

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    • axeUgene
      Opinionista

      • 17/04/10
      • 24581

      #3
      il concetto è giusto e importante;

      nella società liberale e priva di rigide divisioni di classe, l'investimento identitario nella relazione e in ciò che essa rappresenta può facilmente diventare quasi totalizzante;

      l'identità è la cosa più importante che "abbiamo", e in modo diretto o indiretto finisce a relazionarsi in una dimensione religiosa, in senso lato;
      può essere religione propriamente detta, o altrimenti, e oggi più frequentemente, un sistema di valori, o anche di negazione di quelli;

      anche l'amore romantico è divenuto cemento di una religione, quella dell'affermazione individuale nel caso in cui lavoro e ascesa sociale siano precluse, ossia in grande misura;

      la sofferenza dipende dalla trasformazione in oggetto - che si presta all'unilateralità - di ciò che è invece una relazione, interazione con un soggetto autonomo;

      la condizione ideale viene cristallizzata e congelata come ancora di benessere, da tenere sotto controllo, e la relazione passa in secondo piano, non orienta più le risposte e si determina un circolo vizioso: più non si vede lo stato della relazione, per paura, anche inconsapevole, di dover constatare che essa si discosta dal modello idealizzato, più essa si presta ad esercitare la sua funzione ansiogena, facendo deviare ancora di più le energie sul "controllo", e si tratta di una situazione di sofferenza;

      comunque, le son tutte cazzate;
      bisognerebbe ma'ttrombare 'me se non ci fosse un domani; altroché...
      c'è del lardo in Garfagnana

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      • conogelato
        Candle in the wind

        • 17/07/06
        • 66028

        #4
        Cosa impone oggi la società ai giovani? Essere perfetti, essere alla moda, essere efficienti, autonomi, sani, belli......
        Chiaro che simili dictat possano generare ansia e spavento.
        Quando invece le scale di valori sono molto diverse, le nuove generazioni crescono con una spina dorsale: In grado di far loro accettare successi e insuccessi della vita. In questo, il ruolo della famiglia è decisivo.
        amate i vostri nemici

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        • axeUgene
          Opinionista

          • 17/04/10
          • 24581

          #5
          Originariamente Scritto da conogelato Visualizza Messaggio
          Cosa impone oggi la società ai giovani? Essere perfetti, essere alla moda, essere efficienti, autonomi, sani, belli......
          sei proprio sicuro di quello che scrivi ?
          ti risulta che in qualsiasi epoca, un qualsiasi giovane sano di mente non abbia primariamente desiderato di essere sano, bello, autonomo, efficiente ? mi sembrano prerogative normali della condizione di giovane, no ?

          detto questo, credo che mai come negli ultimi 50 anni invece ci siano tanti modelli giovanili alternativi e diversi tra loro; anzi, esattamente antagonisti a quel prototipo che individui;

          forse il punto è che l'insicurezza e il timore di non essere amati magari dipende dal fatto che le relazioni non sono più confinate nell'abbrutimento di un tempo, in cui erano pochissime categorie minoritarie a potersi permettere il lusso dell'amore romantico;

          la gente si sposava giovanissima, col primo vicino che capitava, spesso in matrimoni combinati, borghesi con borghesi, contadini analfabeti con contadine analfabete, e poi giù ad abbrutirsi di fatica per una vita corta, con tanta merda, guerre, obbedienza e pochi discorsi...
          c'è del lardo in Garfagnana

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          • nahui
            Astensionista

            • 05/03/09
            • 21040

            #6
            Oggi leggevo in un romanzo che in ogni relazione d'amore cerchiamo la realizzazione di qualche nostro sogno, a volte sconosciuto anche a noi stessi. Forse la fine di un amore, il suo fallimento, ci fa soffrire tanto perchè ci riporta nella realtà, che è la solitudine e la morte. La vita può essere bella solo se privata del suo destino tragico mediante qualche droga, che può essere l'amore per alcuni, la religione, il lavoro, le varie passioni per altri. Qualcosa che ci distragga, insomma. Perchè di base c'è che siamo soli, e l'illusione che al mondo possa esserci qualcuno che ci riconosce per come realmente siamo, e così ci accetta e ci desidera, e magari per breve tempo trova piacevole la nostra compagnia, è un gran conforto. Certo, nella vita c'è dell'altro, però questa cosa chiamata amore rimane di gran lunga l'illusione migliore.
            Il vero castigo per chi mente non è di non essere più creduto, ma di non potere credere a nessuno.
            (George Bernard Shaw)

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            • conogelato
              Candle in the wind

              • 17/07/06
              • 66028

              #7
              Hai centrato il punto: Se un giovane scopre la sua singolarità e la sua particolarità, non vivrà come un'ossessione l'essere approvato dagli altri. Se poi (in più) vive la vita in una dimensione eterna e trascendente, starà bene da solo, con gli altri, con la fidanzata, con la moglie, con gli amici, coi genitori e via discorrendo.....Ha la certezza che la morte non è la fine di tutto. E dunque neppure gli ostacoli, le difficoltà, le incomprensioni nei rapporti, possono annientarlo.
              amate i vostri nemici

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