Mi chiedo se alcune strutture che oggi tendiamo a leggere solo come costrutti culturali, spesso negativi e nefasti, non fossero anche risposte pragmatiche a bisogni piuttosto permanenti: cooperazione, cura reciproca, continuità tra generazioni.
In fondo l’essere umano, per quanto ami pensarsi autonomo, resta una creatura inevitabilmente sociale — anche quando non è spontaneamente socievole. Vivere insieme non ci riesce sempre naturale, ma da soli, talvolta o...sovente, funzioniamo ancora peggio.
Forse molte forme relazionali del passato non nascevano perché ideali, ma perché sufficientemente stabili da permettere alle persone di attraversare nel tempo fragilità, conflitti, dipendenze reciproche.
E quindi mi chiedo: nel momento in cui smontiamo quei modelli, stiamo semplicemente liberando possibilità nuove… oppure stiamo anche cercando, magari senza accorgercene, nuove strutture capaci di svolgere le stesse funzioni?
Perché il bisogno di libertà cambia le forme.
Ma non è detto che elimini i bisogni a cui quelle forme rispondevano.


fossi un dittatorespenderei fior di quattrini e sussidi per far laureare tutti, sussidi alle famiglie e garanzie fino al triennio; la magistrale, si vedrà; ovviamente a partire dalle elementari; poi magari fai l'artigiano e lasci; però vorrei un'opportunità offerta già a tutti i bambini di intravedere qualcosa, e anche ai genitori; che c'entra ?
che le persone che hanno l'opportunità di investire anche in una passione di alto livello di impegno, vivono la vita privata in modo più equilibrato, se non incorrono in particolari sfortune; sono più centrate e fiduciose;
ho precisato che è un'utopia.
c'� del lardo in Garfagnana


no; esseri umani più ricchi di identità e centrati, che vivranno i soliti casini, con qualche ancoraggio in più; il sussidio lo do alle famiglie perché si impegnino a farli studiare e abbiano fiducia che il sistema li garantirà fino ai 20, e forse dopo;
magari non faranno tutti gli ingegneri, ma avere giovani che hanno più autostima perché più istruiti, forse migliora un po' tutta la vita sociale, qualità ed equilibrio delle relazioni incluse; hai persone meno insicure e meno dipendenti.
c'� del lardo in Garfagnana
senza "cambi sociali strutturali", intendi? Cioé: che, liberi e creativi, creino "nuove strutture" (che ignoriamo) che possano rispondere ai bisogni essenziali della "perennità" della specie, assicurati fino a oggi (bene, mièz-e-mièz, o male) dalla mai a sufficienza esecrata "famiglia patriarcale".
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niente rivoluzioni, sol dell'avvenire, dirigismi e ambizioni;
solo provare a mandare in giro per il mondo gente in grado di pescare i propri desideri anche tra opzioni di qualità; puoi cominciare a 14 anni a farti la maionese in casa, invece di comprare il tubetto;
ripeto, che i giovani possano avere desideri di valore, qualità, è un'utopia;
ma anche qualcosina in questa direzione vale la pena.
c'� del lardo in Garfagnana


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Ultima modifica di axeUgene; 03-03-2026 alle 22:13
c'� del lardo in Garfagnana


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c'� del lardo in Garfagnana
Non vorrei dire cazzate, pur non temendone la portata, ma allora ricordo che risposi.
È una vita che mi chiedo:"si ok, ma tu cosa porti? Non sei figa, non sei bella, vuoi ragionare anche dopo una litigata, mandi a cacare e poi dopo mezz'ora ti è passata, che catenazzo vai trovando?".
Mi dò molteplici risposte e di solito prevale quella che è più adatta a come mi sento in quel momento.
Ultimamente mi rispondo:"non porto nulla e non voglio qualcuno che mi porti qualcosa. Ove mai fosse che incontri qualcuno spero solo.di accorgermene".
Io porto la possibilità di non rendermi conto dell' incontro.
Un vero drammone brontiano.
Molte donne stanno iniziando a mettere in discussione l'idea stessa che avere una relazione con un uomo sia un fine in sé. In un mondo in cui i ruoli tradizionali appaiono sempre meno attraenti, ho molte amiche che preferiscono stare da sole, alcune hanno superato i quaranta, altre, dopo relazioni poco soddisfacenti decidono che è meglio stare da sole o quasi, molte hanno il cane, per quanto riguarda gli incontri vis a vis, dicono che se capita qualcosa d’interessante va bene, altrimenti nulla. Mentre per gli uomini il discorso è diverso, almeno dalle cose che sento, sempre in proporzione, l’uomo cerca la compagna, una persona con cui condividere un percorso, sia relazionale che emotivo. A me sembrano due mondi che si parlano poco, o che hanno perso la capacità di ascoltarsi.


non è il tipo di risposta che intendevo, ma non è l'inquisizione, e tantomeno un pensiero "alto";
io ragionavo terra-terra, di configurazione pregi/difetti, che in me descrivono un tipo di personalità che può trovarmi modicamente sopportabile per ragioni modicamente sostenibili; cioè, che non mi soffre troppo e viceversa;
non è sta grande scienza, ma osservazione ex-post, che in qualche caso può essere utile, forse.
c'� del lardo in Garfagnana
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È molto più difficile oggi parlarsi e imparare ad ascoltare i bisogni e desideri dell'altro, si vive in una società (occidentale) che ha ritmi frenetici e che punta molto sull'individualità e libertà personale, in pratica per dirla in stile zen un eccesso di ego e desideri e aspettative.
Non che "l'ego" e i propri desideri siano sbagliati ma è l'eccesso che porta confusione.
Manca anche spesso la capacità di andare uno incontro all'altro e trovare dei compromessi, la rinuncia non visti come sacrificio, come succede tra fratelli litiganti, guerre in atto ecc...la coppia e la famiglia alla fine sono il primo nucleo sociale in cui si cresce.
Poi bisogna vedere l'età delle coppie, da giovani si hanno dei progetti e aspettative, più facile che due giovani desiderino formare una coppia ma se poi va male è comprensibile sia piu faticoso ricominciare da capo e relazionarsi di nuovo con altre persone, soprattutto poi se di mezzo ci sono dei figli.
La vita è veramente molto semplice, ma noi insistiamo nel renderla complicata.
Confucio
Mi chiedo se l’idea della comunità cooperante non apra anche una questione parallela: quella dell’appartenenza.
Finora l’identità personale, cioè il senso di chi siamo, è nata in gran parte da una storia relazionale abbastanza definita, sintetizzata nella "Famiglia".
Se la cura e la responsabilità si distribuiscono su una rete più ampia, cambiano inevitabilmente anche il luogo e modalità nelle quali quell’identità si forma.
Mi chiedo quindi: modelli più comunitari produrranno identità più libere e plurali… o faranno emergere un bisogno nuovo di riferimenti stabili?
Perché, se cambia chi si prende cura, cambia anche il modo in cui impariamo a dire “noi”.
@ninag;@LadyHawke (non "pojana", plis)
Se ho ben capito, sembra emergere la sovrapposizione di due dinamiche non necessariamente conflittuali, anche se talvolta divergenti, all’interno di un processo evolutivo piuttosto dinamico e multivariabile.
Da un lato pare crescere, almeno in molte esperienze femminili, l’idea che la relazione non rappresenti più una necessità strutturale, ma una possibilità tra altre.
Dall’altro lato emerge però una difficoltà crescente di sincronizzazione tra aspettative, tempi di vita e disponibilità al compromesso, indipendentemente dal genere, in un contesto in cui anche i bisogni relazionali stessi continuano a evolvere.
Forse non è solo che “ci si ascolta meno”, ma che oggi arriviamo all’incontro con identità più complesse e autocoscienti, quindi meno malleabili rispetto al passato.
Mi chiedo allora:
stiamo assistendo a una reale divergenza dei bisogni relazionali, oppure a una sorta di aumento "inflazionistico" della soglia oltre la quale ciascuno è disposto ad adattarsi?
E, se esiste questa "inflazione", quale potrebbe esserne il fenomeno originario: maggiore autonomia individuale, aspettative più alte, o minore necessità materiale della cooperazione?
E ancora: se la coppia (nell'ambito di una "famiglia") è stata storicamente il primo spazio di apprendimento del compromesso, dove si acquisiscono oggi quelle competenze relazionali?
Perché forse non è diminuito il desiderio di relazione, ma la tolleranza verso ciò che ogni relazione inevitabilmente comporta.
Ultima modifica di restodelcarlino; Ieri alle 11:12