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Teologia della morte di Dio

Andrea Mantegna, Cristo morto, tempera su tela, 1470 circa o 1483, Pinacoteca di Brera, Milano
La teologia della morte di Dio è un'espressione nata nel biennio 1965 – 1966. La rivista "Time" la diffuse mediante una serie di articoli scritti dai maggiori esponenti della cosiddetta "teologia radicale" americana.
Come movimento teologico è diffuso soprattutto negli Stati Uniti d’America dagli anni ’60 e 70 dello scorso secolo.
In ambito teologico vengono sviluppate delle riflessioni sul concetto di “secolarizzazione” (dal latino saeculum) con il significato di mondo. E’ un fenomeno sociale riguardante la separazione tra istituzioni religiose e secolari e del declino di credenze e pratiche religiose nella società.
Nel mondo contemporaneo lo spazio del sacro, del metafisico si è dissolto, l'esperienza di Dio è esperienza della sua assenza, tutta a vantaggio di un "uomo adulto" e autonomo.
La frase "morte di Dio", era già utilizzata negli scorsi due secoli: il XIX e il XX. Friedrich Nietzsche la utilizzava per descrivere il proprio ateismo umanista.
Anche Dietrich Bonhoeffer argomentava sulla "morte di Dio", intendendo la morte del dio costruito dall'uomo, la morte delle immagini, auspicata per far posto al vero Dio, al Dio del silenzio, al Dio-assente.
I teologi radicali, invece, intendevano eliminare proprio il concetto di Dio. Gli stessi teologi sostenevano che sarebbe stato ancora possibile fare teologia, anche senza i termini che indicano la trascendenza ("teologia secolare "). A indurli ad assumere tale posizione fu la cosiddetta “ presa di coscienza”:
La teologia doveva fare i conti con la sfida di vari filosofi dell’Università di Oxford. L'unica via percorribile: un riavvicinamento tra linguaggio religioso e linguaggio etico, e quindi la rivalutazione del linguaggio religioso a prescindere dal possibile contenuto del termine "Dio".
Un saggio di Paul van Buren, del 1963, propone una rilettura del vangelo senza le prospettive di trascendenza: parlare di Gesù Cristo in modo diverso da quello canonizzato dalla tradizione. Secondo van Buren, il parlare di Gesù Cristo è stato falsato dalle controversie cristologiche dei primi secoli: i cristiani, per sfuggire all'accusa di impietas, di "empietà", in quanto esaltavano e adoravano un essere umano, Gesù, elaborarono la teologia del Logos, ratificata dal Concilio di Calcedonia. Proprio in questo passaggio, tutto il messaggio di Cristo e la sua storia personale furono riletti in chiave di trascendenza. Dal punto di vista storico tale rilettura delle origini della religione cristiana presenta diversi punti deboli. Van Buren ammette che la teologia del XX secolo sia riuscita a portare qualche modifica all'impianto rigidamente metafisico sancito a Calcedonia, ma l'impianto di fondo resta sempre lo stesso.
Nel quadro culturale contemporaneo, invece, non c'è più posto per una teologia del Logos. È giunto il momento di impostare una cristologia di Gesù come uomo, una "teologia umanistica". Bisogna fare lo sforzo di rileggere i vangeli reinterpretando tutte le espressioni che sembrano alludere ad una natura divina di Gesù: resta il vangelo di Gesù Cristo uomo.
L'espressione "Figlio di Dio", per esempio, è una locuzione superata per dire che Gesù Cristo era un uomo diverso dagli altri, un uomo libero (dal mondo, dalle tradizioni, dalla religione, dall'egoismo: un uomo libero di donarsi completamente agli altri). Con le vicende della Pasqua, questo ideale di libertà e donazione è passato ai discepoli: è diventato "contagioso", e Gesù Cristo si è rivelato come autentico liberatore. Questo è, per la teologia radicale, il "significato secolare del vangelo": Gesù è stato un uomo libero che ha dato libertà.
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