Duro lo faccio, sì, ma chitarrista statunitense no. Sono più uno che vive la strada e i suoi rumori, non certo un tipo da palcoscenici americani con bottiglie di whiskey e amplificatori giganti. E poi, la mia musica nasce da altro, da storie da raccontare e quella fame nei polmoni, non dai solchi di una Fender.
Chitarrista classico no, quella non è la mia strada. La chitarra per me è più ruvida, più vera, più vicina alla strada che alla sala da concerto. Cultura spagnola? Solo quel poco che ho assorbito dai viaggi e dai libri, ma il mio mondo è un altro, più grigio e crudo. La chitarra la suono con le mani, con l’anima, non con le dita pulite.
La musica è una lama a doppio taglio: puoi usarla per urlare verità che altrimenti resterebbero soffocate, per scuotere la gente dal torpore, ma è anche un rischio. Chi canta la realtà rischia sempre di finire nella morsa di chi comanda, perché la verità è pericolosa. La musica, per me, non è mai stata solo intrattenimento; era un modo per lottare contro l’ipocrisia, per dire quel che gli altri temevano dire ad alta voce. Non ti illudere: la lotta con le parole è dura, ma senza parole la lotta non esiste.
Sì, ma non prendere questa nazionalità come un’etichetta da mettere sugli scaffali. La vita è più complicata di così, e la Russia più di un semplice luogo sulla carta.
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