Dal "Viaggio in Italia" di Goethe al "Calepino" di Doxa

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  • restodelcarlino
    giullare

    • 13/05/19
    • 12756

    #1

    Dal "Viaggio in Italia" di Goethe al "Calepino" di Doxa



    Molti conoscono il Viaggio in Italia di Goethe.
    Meno noto è quello di Doxa, del quale "La Svanvera" é riuscita ad avere l'esclusiva.

    Tutti i cammini (o buona parte) portano a Compostela, ma da dove partono?
    Da Cremona
    Non per il Torrazzo, che pure merita il viaggio, né per il violino, una delle poche invenzioni umane capaci di convincere il legno ad avere un'anima. Non per il torrone, o i marubini o la mostarda.
    Per il Teatro Collettivo Femminile e la sua Musa e Vestale rossotizianchiomata e punknerovestita.
    Doxa vi giunse con l'intenzione di dedicarsi ivi alla meditazione e all'ascolto. Purificatori e rigeneranti.
    Chiuso.
    "Per Pellegrinaggio"
    Quindi, di necessità fece virtù ed intraprese il "Viaggio in Italia"

    Arrivò a Verona in una mattina limpida.
    Davanti all'Arena rimase qualche minuto in silenzio, sull' attenti. Per educazione, perché doxa sostiene che le opere antiche debbano essere salutate con riverenza, prima di essere giudicate.
    Entrò, percorse lentamente l'ellisse e osservò le pietre, le aperture, la misura dell'insieme. Apprezzo' tra se e sé la straordinaria capacità edilizia dei Romani, che costruivano per l'eternità e non per il taglio del nastro inaugurale.
    Sotto il poggiolo di Giulietta, si fermò davanti al dettaglio architetturale da molti ignorato: la mensola marmorea reggi-arco-e-faretra per ser Kanyu, indispensabile nelle notti senza luna per meditare con sigaro al labbro e Clinton in mano."
    "E' vero", si trova annotato nel calepino, "La grande architettura si riconosce anche nei particolari che nessuno fotografa."

    Vicenza lo trattenne più del previsto
    Davanti alla Basilica Palladiana rimase in silenzio qualche minuto, riflettendo sulla strana assenza di felini nelle vicinanze di bettole e trattorie. Ad un turista bulgaro in sandali, calzini e canottiera traforata spiego' che il Palladio non costruiva palazzi: costruiva ragionamenti ai quali concedeva, per cortesia, porte e finestre. Per questo le sue architetture sembrano sempre avere ragione, tanto da essere, incredibilmente, perfino abitabili...ma il bulgaro, esaurito il selfie, era già fuggito.
    Riprese il discorso dal Bucintoro, sul Brenta, indicando una villa e sorridendo alla domanda della coppia di giapponesi in kimono a fiori, annuendo che si' era palladiana e che si vedeva in quanto la simmetria non rassicurava l'occhio, ma tranquillizzava il pensiero.E sorrise al selfie dei turisti.

    A Venezia evitò accuratamente Piazza San Marco nelle ore di maggiore affluenza, in quanto le città d'arte sono come le biblioteche. Bisognerebbe entrarvi quando non c'é nessuno, i libri sono tutti disponibili e si puo' leggere in pace.
    Nella Basilica rimase a lungo con lo sguardo rivolto ai mosaici, annotando che qui l'oro ha rinunciato a essere metallo. Con un arguto, sottile gioco di parole, é divenuto "lucifero", scegliendo di diventare latore di luce, piuttosto che sterco de lo dimonio. Raggiunse la stazione, in gondola, sul Canal Grande. L'alta prua fendeva le acque, che a Venezia non sono solo elemento della natura, ma qui, a Venezia, materiali da costruzione, se si é abbastanza ostinati.

    A Padova visitò la Cappella degli Scrovegni.
    Lunga sosta meditativa perché con Giotto il cielo smette di essere un luogo. Diventa un ambiente nel quale gli uomini possono finalmente abitare.
    Disturbato dai flash e dal rumore del chewing-gum masticato da una coppia dell'Ohio, li apostrofo', col dito indice alzato (ed incurante delle possibili ripercussioni daziarie), richiedendo rispettoso silenzio verso i sommi artisti che non inventano il futuro, ma si limitano ad arrivare con qualche secolo di anticipo. Senza risultato (per i dazi, si vedrà)

    Ferrara gli apparve composta con un'eleganza priva di ostentazione...anche se qualcuno ebbe l'ardire di chiamare "diamanti" un bugnato che, per fortuna, custodiva gemme pittoriche assai più preziose.. E la salama da sugo, innaffiata da spumeggiante Fortana confortava il pensiero che la città estense é bene educata, non fa marketing : é paziente, perché sa che il viaggiatore cadrà sotto il suo fascino.

    Ravenna lo trattenne più del previsto.
    Davanti ai mosaici Doxa rimase in silenzio. Poi, uscendo, cercò una piccola osteria e ordinò cappelletti in brodo. Nel piatto, ricordavano il cielo stellato di Galla Placidia. Li osservò qualche istante. Non seppe decidere se fosse un complimento per il mosaico o per la cuoca.
    Assaggiò lentamente e annotò che le grandi civiltà si riconoscono da un particolare: riescono a trasformare migliaia di frammenti in un'unità. A Ravenna ci sono riusciti due volte: con i mosaici e con la sfoglia.


    Richiuse il calepino, dopo un'ultima frase:
    "L'Italia è un Paese curioso. Ovunque si guardi, appare nella mente un'immagine...che qualcuno ha già pensato prima di noi. Fortunatamente ha avuto la cortesia di lasciare qualche appunto in pietra."

    (continua)

    Last edited by restodelcarlino; 25-07-2026, 16:13.
    ...vassapé...
  • restodelcarlino
    giullare

    • 13/05/19
    • 12756

    #2
    Arrivato al Po, doxa fu "folgorato", anche se nessun Caravaggio era presente per eternare con un selfie quella che sarebbe passata ai posteri discuteriani come la "Rivelazione dell'Eridano" :
    "Le grandi opere d'arte sono divenute, non come la fantozziana corazzata Potenkin, ma noiose e scontate. Il David resta il David, la Cappella Sistina la Cappella Sistina, il Cenacolo il Cenacolo, il velo del Cristo velato resta dubbio se sia marmo o lino e la Primavera continua tranquillamente a fiorire. Ma quando un'opera compare su calamite, ombrelli, tazze, asciugamani e calamite applicate alle tazze appoggiate sugli asciugamani, corre il rischio di essere ammirata, lodata e selfiata per dovere."
    Richiuse il calepino.
    Da questo momento basta monumenti celebri. Cercherò quelli che non hanno ancora avuto il cattivo gusto di finire sulle calamite da frigorifero.
    Getto' i dadi con i quali (novello Bogart del Caine) aveva nervosamente giocherellato...ed attraverso l'Eridano. (Si, il Po. Per i colti. Nota del redattore)

    La prima tappa fu Pisa.
    La riconobbe per la Torre, che era ancora inclinata. Ed era il punto di riferimento, in quanto era diretto ad un baracchino, a forma buscheto-brunelleschiana, tra mandolino e putipù, in piena Piazza dei Miracoli, dall'insegna "The very Alice Colata", tempio della nouvelle cuisine tamigio-vesuviana, dove officiava una ostessa anglo-partenopea, che serviva spaghetti alla colatura di alici, nella lingua del bardo, con tale naturalezza da far sospettare che Shakespeare avesse trascorso l'infanzia ai Quartieri Spagnoli.
    Doxa pratico' il rituale, arrotolando gli spaghetti rigorosamente in senso orario (da Capri a Procida). Con facile gioco di parole, " Miracolato".
    Poi annotò che i monumenti raccontano ciò che una città è stata. Le trattorie spiegano molto meglio ciò che è diventata. Soprattutto, quando in cucina officia un QI stratosferico

    Empoli gli riservò una seconda sorpresa.
    Ad un passante, sicuramente indigeno (leccava voluttuosamente un cono gelato sammontana, ancora con l'etichetta della fabbrica), domandò dove fosse la cattedrale.
    Gli indico' lo stadio.
    Entrò.
    Osservò il raccoglimento dei fedeli, la liturgia, gli officianti, la compostezza dei pellegrini.
    Scrisse una sola riga:
    "Ogni città ha diritto alla propria religione civica, con i fedeli che si merita: il proprio luogo santo e le proprie liturgie ed i propri santi. Empoli ha scelto con avvedutezza : quella del risultato domenicale sancito dalla sfera e dalla zampata ben data."

    Quindi, affronto' l'attraversata dell'Appennino per scoprire le meraviglie del Castelluccio di Norcia.
    Cerco'...e trovo' un piatto fumante di lenticchie.
    Secondo una tradizione non confermata e che non gode dell'unanimità degli storici e degli studiosi, sarebbe stato il prezzo (saldo, pare ) convenuto e pagato per la "Progenitura" di biblica memoria.
    Doxa non si turbo' per l'equivoco.
    Con l'animo in pace, assaggio', sorrise. E fece scarpetta col pane casareccio.
    Annoto' che l'Italia è uno dei pochi Paesi nei quali l'architettura può essere sostituita dalla gastronomia senza che il viaggiatore si senta defraudato : ci sono luoghi che si visitano con gli occhi. Castelluccio pretende anche il cucchiaio.

    Da quel momento, abbandono' le guide, e si dedico' alla ricerca di patrimoni ignoti

    Una libreria dove il proprietario dichiarava di possedere tutti i libri indispensabili. Erano quattro.
    Scoprì un'edicola che vendeva soltanto giornali sportivi del giorno prima.
    Un bar nel quale il caffè veniva servito insieme a una discussione filosofica, senza supplemento.
    Una panchina sulla quale tre pensionati risolvevano definitivamente il debito pubblico ogni pomeriggio dalle quattro alle sei.

    Ed alle sei e cinque, un vecchietto, dallo spiccato accento sud-garganico gli parlò di una singolare dimora nei pressi di Bisceglie.
    La villa pseudo-vanvitelliana di Regina d'Autunno.
    Gli apparve come un piccolo acquarello dai colori tenui. Un edificio che non cercava di stupire, ma di sorridere. Un'architettura fiabesca, lieve, quasi timida, immersa in un giardino dove la primavera sembrava essersi dimenticata di andarsene.
    Doxa non ebbe il coraggio di spingere il cancello art deco in ferro battuto raffigurante veneri ed amorini, e di entrare nel giardino lussureggiante di ranuncoli, orchidee, glicine, bouganville e violette, per non turbarne l'armonia.
    Annoto' che le case finiscono sempre per assomigliare a chi le abita. Questa non aveva l'ambizione di essere una reggia. Le bastava essere gentile.

    Richiuse il calepino.
    Sembrava la conclusione del viaggio.
    Non lo era.

    Prima di tornare a casa salì al Ghisallo.
    Entrò nel museo con il rispetto che si deve ai luoghi di pellegrinaggio.
    Salutò in silenzio riverente le biciclette di Coppi, Bartali e Magni.

    Poi vide il triciclo di Ale.
    E annoto':

    «Le grandi imprese appartengono alla storia.
    I grandi affetti, fortunatamente, no.»

    Chiuse il calepino.
    Definitivamente.







    ...vassapé...

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    • doxa
      Opinionista
      • 30/04/19
      • 2678

      #3
      👌👍Grazie Carlino per il viaggio che mi hai permesso a zig zag dal nord al centro Italia in pochi minuti, altro che "Frecciarossa" o "Italo".

      Il mio bloc-notes l'ho riempito di appunti sulle cose viste e da vedere nelle località che mi hai fatto sorvolare sul drone 😀

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