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  • cinziatitti
    Gallina vecchia
    • 16/11/07
    • 1974

    #106
    [QUOTE=Amarilli;851374]Per Cinziatitti
    ( inutile dire che la motivazione
    [COLOR=#800080][FONT=lucida console][SIZE=2][I]Se

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    • cinziatitti
      Gallina vecchia
      • 16/11/07
      • 1974

      #107
      Per Amarilli

      Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll....perch
      [COLOR=#800080][FONT=lucida console][SIZE=2][I]Se

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      • cinziatitti
        Gallina vecchia
        • 16/11/07
        • 1974

        #108
        Per Fabionoir

        La mia africa di Karen Blixen

        La motivazione è evidente...
        [COLOR=#800080][FONT=lucida console][SIZE=2][I]Se

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        • Artemis
          Opinionista
          • 04/06/07
          • 5863

          #109
          [QUOTE=Amarilli;851233][B]Per Artemis


          ANTICHRISTA
          AM
          ουδὲ τεθνάσι θανόντες

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          • Amarilli

            #110
            Per Pulsar

            Howards End
            di Edward Morgan Forster



            Perch

            Comment

            • Amarilli

              #111
              [QUOTE=cinziatitti;851432]Per Fabionoir

              La mia africa di Karen Blixen

              La motivazione

              Comment

              • cinziatitti
                Gallina vecchia
                • 16/11/07
                • 1974

                #112
                Originariamente Scritto da Amarilli Visualizza Messaggio
                Cinzia, ma lo hai letto?
                se si, sei tremenda
                E' una questione di sopravvivenza.....
                [COLOR=#800080][FONT=lucida console][SIZE=2][I]Se

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                • Pulsar
                  Opinionista
                  • 08/04/08
                  • 4761

                  #113
                  [QUOTE=Amarilli;852854]Per Pulsar

                  Howards End
                  di Edward Morgan Forster



                  Perch
                  [FONT="Georgia"][I]Ho un sogno e lo realizzer

                  Comment

                  • Pulsar
                    Opinionista
                    • 08/04/08
                    • 4761

                    #114
                    Per Amarilli

                    "Stelle Morenti"
                    J. Ayerdhal - C. Dunyach


                    Perch
                    [FONT="Georgia"][I]Ho un sogno e lo realizzer

                    Comment

                    • Amarilli

                      #115
                      [QUOTE=Pulsar;853096]Per Amarilli

                      "Stelle Morenti"
                      J. Ayerdhal - C. Dunyach


                      Perch

                      Comment

                      • EVOKar
                        Stronzo chi legge!!
                        • 08/12/06
                        • 5337

                        #116
                        [QUOTE=armadilli aramilli;818493]Per EvoKar

                        LO STRANO CASO DEL CANE UCCISO A MEZZANOTTE
                        di MARK HADDON

                        Strana mente, strana intelligenza, strane capacit
                        [COLOR="Black"][SIZE="4"][FONT="Century Gothic"]La foto col sigaro

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                        • Amarilli

                          #117
                          Per Spleen
                          invece il libro di una scrittrice siciliana per parte di madre,
                          erede di una famiglia di studiosi e scrittori,
                          nata in Giappone, ha vissuto la prima infanzia
                          in un campo di concentramento giapponese
                          insieme al padre, il grande Fosco Maraini, la madre e le sorelle.

                          La lunga vita di Marianna Ucrìa
                          Dacia Maraini,

                          «Vorrei che Marianna tenesse compagnia al lettore/trice con il suo silenzio carico di pensieri».
                          (Dacia Maraini, intervista rilasciata a ItaliaLibri)


                          Padre e figlia, anzi «il signor padre» e «la mutola» avvinti in un rapporto che va oltre il muro del silenzio, che crea una sorta di legame indissolubile, fuori dal tempo.

                          No, Marianna non ricorda perché a un certo punto della sua vita le orecchie si siano rifiutate di ascoltare e la bocca di parlare. Né assistere all’impiccagione di un ragazzo giustiziato dal macabro Tribunale della Inquisizione era servito a nulla. Ma la sua menomazione non si traduce in una sconfitta, che anzi la diversifica dalle altre donne e riempie il suo silenzio di pensieri.


                          Lei però non invecchia precocemente, anzi: «strano come regga bene l’età… neanche un filo di grasso, nessuna deformazione, snella come quando aveva vent’anni, la carnagione chiara, fresca, i capelli ancora ricci e biondi, solo una ciocca bianca sulla tempia sinistra


                          Figura splendida, affascinante, coinvolgente questa Marianna senza infanzia, senza amore, senza udito, senza futuro. Sullo sfondo di una terra orgogliosamente ancorata alla sua inettitudine, profumata, arsa, sfavillante di limoni, di odori, di pietanze succulente, di estati torride, di brevi inverni ventosi che giungono all’improvviso, di cavalli, di monacazioni, di proverbi, di arroganza nobiliare, di immobilismo e di sfavillio, di località dai nomi accattivanti, musicali, di boschi di sugheri, di «distese di terreni coperti da una lanugine gialla piumata appena scossa dal vento»

                          Marianna Ucrìa: capace di usare la penna in un momento storico in cui le donne sono tutte analfabete o quasi, sono donne «dall’intelligenza lasciata a impigrire nei cortili delle delicate teste acconciate con arte parigina.

                          «Vorrei che il romanzo comunicasse ai lettori un’idea profonda e sensuale della Sicilia». La Sicilia de La lunga vita di Marianna Ucrìa riesce a soggiogarti così profondamente, da farti sentire nelle narici l’odore della menta, del mare, immaginando «una notte benigna, tiepida, allagata di profumi» e percependo «una leggera brezza salina che arriva a tratti dal mare».


                          Last edited by Ospite; 09-08-2008, 22:31.

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                          • spleen
                            Opinionista
                            • 13/03/07
                            • 4823

                            #118
                            Uh,il primo libro di Dacia che ho letto..

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                            • Amarilli

                              #119
                              Per Rufus

                              Un piccolo bellissimo libro edito dalla University of Michigan Press
                              di Lewis Porter
                              John Coltrane: His Life and Music

                              Ed uno di Ben Ratliff
                              Coltrane: The Story of a Sound

                              Ci sono frasi bellissime e punti di vista inusuali.


                              It is more difficult to write about John Coltrane than almost any other major 20th-century artist. By the standards of many jazz musicians his life was uneventful. Sure, he had a heroin habit for a while and Miles Davis punched him, but once he'd experienced the "spiritual awakening" described in the liner notes of A Love Supreme he dedicated himself to his music with extreme single-mindedness.
                              Novelists and poets lead eventless lives too, but since they're working in the same medium as the person writing about them there is a compensating overlap between creation and commentary. Instrumental music leaves the critic straining across an abyss. How to convey what's happening in this non-verbal, contentless form? One way is to explore the relationship between music and the larger social context from which it emerged.
                              The problem, as Ben Ratliff acknowledges in his consistently stimulating new book, is best understood within the hermetic context of, um, music. While hardly unique to Coltrane, this dilemma profoundly affects the way we listen to him. Recorded on November 18 1963, the mournful "Alabama" is assumed have been written in response to the bombing of a church in Montgomery, Alabama, two months earlier. A few years ago, however, the jazz critic Francis Davis provocatively suggested that if this "was what Coltrane meant for the piece to be 'about', he kept it to himself in the recording studio, not saying a word about the deaths of those children to the pianist McCoy Tyner or the drummer Elvin Jones, both of whom were sidemen at the session. As far as they remember, the piece didn't even have a name yet."
                              If this sounds vaguely blasphemous then it is an indication of the other obstacle to writing about Coltrane: the sheer awe he inspires. Sonny Rollins is a great saxophonist. Miles Davis was a genius. Coltrane was - what? A visionary seeker? A saint? Miles may have taken music in "New Directions" but Coltrane was compelled "to go cosmic". The words are those of the trumpeter Charles Tolliver, who spoke for many when he said Coltrane "was God". Founded after his death in 1967, the Church of John Coltrane in San Francisco was of similar mind, though this belief proved rather costly when, in 1981, his widow Alice sued for 7.5 million bucks for copyright infringement.
                              Coltrane's death, aged 40, had about it the air of self-immolation. Rashied Ali, who duetted with him on the last studio recordings, Interstellar Space, reckoned Coltrane "exhausted the saxophone". Ratliff wonders if this is to understate the matter: did he also exhaust jazz itself?
                              Ratliff's unusual approach to the compound difficulties of writing about Coltrane is not to rehearse the story of his life but to trace the history of his sound. Not just the way he sounded - and we run into familiar linguistic shortcomings quite early on, when that sound is described as "large and dry, slightly undercooked" - but the evolution of what jazzers used to refer to as his "concept". Ratliff then extends his investigation, in the second half of the book, to examine Coltrane's legacy.
                              Coltrane's style evolved in traditional journeyman fashion: he heard Charlie Parker, played alto with Dizzy Gillespie's big band, switched to tenor and toured with Earl Bostic. After a brief period with Davis he did a long stint with Thelonious Monk. What Ratliff calls "the beginning of Coltrane's trance music" can be heard in 1958 when he was back with Davis, playing the Monk tune "Straight, No Chaser" on the album Milestones. A year later the Davis quintet recorded Kind of Blue but, impatient to pursue his own explorations of the potential for modal jazz opened up by Davis, Coltrane formed his own quartet with Jones, Tyner and Jimmy Garrison (bass). They remained together for six years. During that stretch, Tyner estimates, they "rehearsed four or five times". The rest of the time they were performing and recording, flat out.
                              Coltrane often embellished the core quartet with extra players and instruments but after the addition of a second drummer (Ali) and tenor player (Pharoah Sanders) the centre could not hold. Tyner and Jones quit ("All I could hear was a lot of noise," the drummer complained). Garrison stayed till the end, alongside Ali, Sanders and Alice Coltrane on piano.
                              Ratliff correctly insists that Coltrane always "did his best work in quartets, no matter how much a fifth member had to offer". Revered for his uncompromising oddity, Eric Dolphy lacked an "internal clamp on time"; his presence, "instead of intensifying" the benchmark Village Vanguard residency of 1961, invariably "made it slacker".



                              E un film
                              Some Like It Hot
                              di Billy Wilder

                              Dove oltre la famosa frase "Nobody's perfect!"
                              c'

                              Comment

                              • Amarilli

                                #120
                                Per Piotr Aleksejevic
                                Uno dei miei autori preferiti di argomenti Russi

                                di Vittorio Strada
                                EuroRussia. Letteratura e cultura da Pietro il Grande alla rivoluzione
                                Editore Laterza (collana Storia e societ&#224

                                L'appartenenza della Russia all'Europa costituisce una questione aperta. Si tratta di un problema tutt'altro che astratto poiché di volta in volta il discorso europeo è servito alla Russia per individuare la propria identità, interpretare il proprio passato e delineare il proprio futuro, riconoscendo all'Europa la funzione di punto di riferimento. Il valore determinante del rapporto e del confronto Russia-Europa si manifesta nel momento in cui la Russia inizia una grande operazione di avvicinamento al Vecchio Continente, a partire dall'epoca delle rivoluzionarie riforme nel XVIII secolo. I saggi di Vittorio Strada ripercorrono gli intrecci e gli scambi con la civiltà europea in due secoli e mezzo di storia culturale russa.

                                Pietro il grande
                                Di TROYAT HENRI
                                Rusconi editore

                                E anche

                                Pietro il Grande lo zar occidentale
                                di Ezio Savino

                                Prendendo spunto dal libro Pietro il Grande della storica inglese Lindsey Hughes, Ezio Savinio delinea l’azione riformatrice dello zar Pietro I di Russia all’inizio del XVIII secolo, soffermandosi in particolare sulla creazione della potente flotta militare.
                                Pietro I fu il promotore di una vera e propria europeizzazione della Russia resa possibile attraverso riforme dell’amministrazione, con la fondazione di una nuova capitale, San Pietroburgo, e l’attrazione di manodopera qualificata dall’Europa Occidentale.
                                Nemmeno la rivoluzione bolscevica riuscì a cancellare il ricordo e le effigi di questo zar assurto a vero e proprio eroe nazionale della Russia.

                                Era il 12 agosto 2000 quando il sommergibile russo Kursk, squarciato da una misteriosa esplosione, seppellì a 108 metri nelle gelide acque del Mare di Barents il suo equipaggio di 118 uomini.
                                Fioccarono sul governo di Mosca, e sul presidente Putin, accuse di inerzia e trascuratezza: erano passati giorni preziosi prima che le autorità rinunciassero al piano di occultare l’incidente e chiedessero soccorso tecnologico alle marine occidentali.
                                Se ci fosse stato lo zar Pietro il Grande - recriminavano i nostalgici, i tradizionalisti - si sarebbe epicamente gettato di persona nelle acque, per salvare i suoi marinai, come aveva fatto più volte dal ponte delle sue navi.

                                Senza contare che se ci fosse stato al timone della flotta Pietro I Alekseevic (Mosca, 1672 - San Pietroburgo, 1725), il naviglio impavesato con le bandiere recanti lo stemma di Sant’Andrea non avrebbe sofferto un tale degrado: reattori malconci, comunicazioni incerte, alti comandi improvvisati e tentennanti.

                                Ironia della sorte storica, le successive indagini misero in chiaro che a sparare il colpo fatale era stato l’incrociatore lanciamissili pesante «Pietro il Grande», unità ammiraglia e orgoglio della flotta russa. [...]

                                Pietro, invece, umanizzava le sue navi.

                                Ne teneva, una per una, un diario: data di nascita, tappe di armamento, imprese nautiche.
                                Il suo primo battello era stato insignito del titolo di «nonno della flotta». Dava alle unità nomi di parenti e di amici.

                                La sua tabacchiera era a forma di vascello. Il tutto dal nulla.

                                La Russia che aveva ereditato da suo padre, lo zar Alessio, oltre a essere in ritardo su tutti i fronti rispetto a un’Europa che galoppava verso i «lumi» del ‘700, quanto a marina era all’anno zero.

                                Pietro comprese che per aprire una finestra verso il continente in evoluzione e verso la modernità era indispensabile presentarsi sul mare con credenziali importanti.
                                Non gli bastò far sorgere dal nulla delle ghiacciate paludi baltiche una nuova capitale, San Pietroburgo (1703), baricentro spostato a Ovest, ma impostò anche la potenza navale russa al punto da costringere gli inglesi a emanare norme - spesso disattese - per impedire che carpentieri e mastri d’ascia britannici portassero all’estero le loro competenze [...] e i suoi avversari del Nord (soprattutto la Svezia) a percepire la reale minaccia all’equilibrio di forze in Europa.
                                L’entusiastico rapporto tra Pietro e il mare è uno dei tanti punti di questa personalità complessa e controversa toccati dalla storica inglese Lindsey Hughes nel suo Pietro il Grande, documentatissimo ritratto dell’uomo che, a denti stretti, anche la cultura ideologica sovietica accettò come figura di eroe nazionalpopolare.

                                Quando, per decreto di Lenin, il patrimonio monumentale della Russia pre-bolscevica fu ripulito delle effigi zariste «non più in sintonia con lo spirito dei tempi», il monumento equestre in bronzo di Pietro il Grande, di Etienne Falconet, fu risparmiato.

                                La Hughes dedica pagine illuminanti alla lettura dell’iconografia (statue, dipinti, medaglioni, monumenti) consacrata al personaggio, che conserva tuttora intatta la sua forza di testimonial, imperniata su un’idea di forza e autorità, una poderosa barbarie temperata da ragione instancabile, su pacchetti di sigarette, bottiglie di birra e loghi bancari.
                                La statua equestre di Pietroburgo è un concentrato ritratto idealistico.
                                Il dinamismo, in pace (le tumultuose riforme che strapparono la Santa Russia dal medioevo) e in guerra, esplode nella figura dell’uomo in arcione su un cavallo che s’impenna.

                                Il braccio destro teso, lo sguardo elevato indicano l’avvenire, l’occidente.
                                Gli zoccoli poggiano sulla «Pietra Tonante», un immenso blocco di roccia levigata in cui si saldano due valenze: da una parte la Russia antica, massiccia, grezza, spianata dall’ascia riformatrice dello zar carpentiere; dall’altra lo scoglio da cui, si dice, Pietro contemplava il golfo di Finlandia, o forse l’onda, su cui progettava di allargare il suo impero.
                                In questo libro si mescolano in modo avvincente qualità e pecche, privato e politico di un regreggente che pose il suo marchio sul ‘700 europeo.

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