Poesie

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  • Tiberio
    Opinionista
    • 16/08/16
    • 3530

    #1771
    https://discutere.it/showthread.php?...sie&highlight=

    Opere mie
    "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

    Comment

    • Kanyu
      *

      • 10/05/19
      • 23112

      #1772
      Dylan Thomas.
      Non andartene docile in quella buona notte


      Non andartene docile in quella buona notte,
      I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
      Infuria, infuria, contro il morire della luce.

      Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
      Perchè dalle loro parole non diramarono fulmini
      Non se ne vanno docili in quella buona notte,

      I probi, con l'ultima onda, gridando quanto splendide
      Le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
      S'infuriano, s'infuriano contro il morire della luce.

      Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
      Troppo tardi imparando d'averne afflitto il cammino,
      Non se ne vanno docili in quella buona notte.

      Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi
      Che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire,
      S'infuriano, s'infuriano contro il morire della luce.

      E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi,
      Benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
      Non andartene docile in quella buona notte.
      Infuriati, infuriati contro il morire della luce.
      "Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi"

      Comment

      • conogelato
        Candle in the wind

        • 17/07/06
        • 66024

        #1773
        Bella!
        amate i vostri nemici

        Comment

        • Tiberio
          Opinionista
          • 16/08/16
          • 3530

          #1774
          Da questa De André trasse il Cantico dei drogati

          Riccardo Mannerini
          Eroina

          Come potrò dire
          a mia madre
          che ho paura?
          La vita,
          il domani,
          il dopodomani
          e le altre albe
          mi troveranno
          a tremare
          mentre
          nel mio cervello
          l’ottovolante della critica
          ha rotto i freni
          e il personale
          è ubriaco.
          Ho paura,
          tanta paura,
          e non c’è nascondiglio possibile
          o rifugio sicuro.
          Ho licenziato
          Iddio
          e buttato via una donna.
          La mia patria
          è come la mia intelligenza:
          esiste, ma non la conosco.
          Ho voluto
          il vuoto.
          Ho fatto
          il vuoto.
          Sono solo
          e ho freddo
          e gli altri nudi
          ridono forte
          mentre io striscio
          verso un fuoco che non mi scalda.
          Guardo avvilito
          questo deserto
          di grattacieli
          e attonito
          vedo sfilare
          milioni di esseri di vetro.
          Come potrò
          dire a mia madre
          che ho paura?
          La vita,
          il suo motivo,
          e il cielo
          e la terra
          io non posso raggiungerli
          e toccare…
          Sono sospeso a un filo
          che non esiste
          e vivo la mia morte
          come un anticipo terribile.
          Mi è stato concesso
          di non portare addosso
          vermi
          o lezzi o rosari.
          Ho barattato
          con una maledizione
          vecchia ma in buono stato.
          Preparazione della siringa di eroinaFu un errore.
          Non desto nemmeno
          più la pietà
          di una vergine e non posso
          godere il dolore
          di chi mi amava.
          Se urlo chi sono,
          dalla mia gola
          escono deformati e trasformati
          i suoni che vengono sentiti
          come comuni discorsi.
          Se scrivo il mio terrore,
          chi lo legge teme di rivelarsi e fugge
          per ritornare dopo aver comprato
          del coraggio.
          Solo quando
          scadrà l’affitto
          di questo corpo idiota
          avrò un premio.
          Sarò citato
          di monito a coloro
          che credono sia divertente
          giocare a palla
          col proprio cervello
          riuscendo a lanciarlo
          oltre la riga
          che qualcuno ha tracciato
          ai bordi dell’infinito.
          Come potrò dire a mia madre
          che ho paura?
          Insegnami,
          tu che mi ascolti,
          un alfabeto diverso
          da quello della mia vigliaccheria.
          "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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          • Tiberio
            Opinionista
            • 16/08/16
            • 3530

            #1775
            Jack Kerouac
            Sulle lacrime

            Lacrime è la mia fronte che si rompe,
            Il lunato agitato
            sedersi
            In bui cimiteri di treni
            Quando per vedere il volto di mia madre
            Che richiamava dalla sua visione
            Piansi alla comprensione
            Della trappola mortalità
            E del sangue personale della terra
            Che mi aspettavano
            Padre padre
            Perché mi hai abbandonato?
            Mortalità & repulsione
            Scorrazzano per questa città
            Infelicità è il mio secondo nome
            Voglio essere salvato,
            Affondato-non può essere
            Non vuole essere
            Mai fu fatta per essere
            Così da vomitare!

            Dio


            Seduto sui nostri significati
            Egomaniaco Dio,
            Solitaria macchia d'olio luccico di pioggia
            È solito irritarci per di più
            Nel Reale.

            Come meditare

            - luci spente -
            autunno, mani strette, in istantanea
            estasi come una pera di eroina o morfina.
            la ghiandola nel mio cervello secernente
            il buon fluido felice (Fluido Santo) allorché
            mi ah-bbasso e tengo ogni parte del corpo
            giù in trance da puntomorto – Sanando
            ogni mio male – tutto cancellando – neppure
            resta il brandello di uno «spero-che-tu» o una
            Bolla di Pazzia, ma la mente
            libera, serena, spensierata. “Quando arriva
            un pensiero spuntando da lontano con la sua
            esibita figura d’immagine, lo freghi,
            lo sfreghi via, lo smonti e si fa
            smunto, e il pensiero non viene – e
            con gioia comprendi per la prima volta
            «Pensare è proprio come non pensare –
            Perciò non devo pensare
            mai
            più».

            Beat (una prosa poetica, titolo mio, ndr, rielaborata da me in versi), originale di Kerouac citato da "Scrivere Bop. Lezioni di scrittura creativa"

            Fu da cattolico […]
            che un pomeriggio
            andai nella chiesa della mia infanzia (una delle tante),
            Santa Giovanna d'Arco a Lowell, Mass.,
            e a un tratto, con le lacrime agli occhi,
            quando udii il sacro silenzio della chiesa
            (ero solo lì dentro, erano le cinque del pomeriggio;
            fuori i cani abbaiavano, i bambini strillavano, cadevano le foglie,
            le candele brillavano debolmente solo per me),
            ebbi la visione di che cosa avevo voluto dire veramente con la parola “Beat”,
            la visione che la parola Beat significava beato
            "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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            • conogelato
              Candle in the wind

              • 17/07/06
              • 66024

              #1776
              Ogni anno, mentre scopro che Febbraio
              È sensitivo e, per pudore, torbido,
              Con minuto fiorire, gialla irrompe
              La mimosa.
              (Giuseppe Ungaretti)
              amate i vostri nemici

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              • Tiberio
                Opinionista
                • 16/08/16
                • 3530

                #1777
                La poesia più bella dell'universo, imho

                Paul Verlaine
                Languore


                Io sono l'Impero alla fine della decadenza,
                che guarda passare i grandi Barbari bianchi
                componendo acrostici indolenti dove danza
                il languore del sole in uno stile d'oro.

                Soletta l'anima soffre di noia densa al cuore.
                Laggiù, si dice, infuriano lunghe battaglie cruente.
                O non potervi, debole e così lento ai propositi,
                e non volervi far fiorire un po' quest'esistenza!

                O non potervi, o non volervi un po' morire!
                Ah! tutto è bevuto! Non ridi più, Batillo?
                Tutto è bevuto, tutto è mangiato! Niente più da dire!

                Solo, un poema un po' fatuo che si getta alle fiamme,
                solo, uno schiavo un po' frivolo che vi dimentica,
                solo, un tedio d'un non so che attaccato all'anima!
                "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                • Tiberio
                  Opinionista
                  • 16/08/16
                  • 3530

                  #1778
                  Oscar Wilde
                  La ballata del carcere di Reading

                  In Memoriam C.T.W. già soldato delle Guardie Reali a Cavallo Obiit nel carcere di S.M. a Reading,

                  Berkshire, il 7 luglio 1896.


                  Prima edizione: Londra, Smithers, 1898, in-8° (in luogo del nome dell’autore, la sua sigla di carcerato: “C.3.3.”).


                  * * *
                  I


                  Più non portava la scarlatta tunica,
                  Poiché il sangue ed il vino erano rossi,
                  E sangue e vino aveva sulle mani
                  Allorché fu sorpreso, con la morta,
                  Quella povera morta che egli amava
                  E uccise nel suo letto.

                  Camminava frammezzo agli imputati
                  In un frusto e meschino abito grigio;
                  Aveva in capo un berretto da cricket
                  E i suoi passi parevan lievi e gai:
                  Ma io non vidi uomo guardar mai
                  Così intensamente la luce.

                  Uomo non vidi che guardasse mai
                  Con sì intensa pupilla
                  La breve tenda azzurra
                  Che i prigionieri chiamano cielo
                  E la nuvola errante che passava
                  Con argentee vele.

                  Camminavo con altre anime in pena
                  In un altro cerchio,
                  Pensando se la colpa di quell’uomo
                  Fosse grave o leggera,
                  Quando mi sussurrò dietro una voce:
                  “Colui sarà impiccato”.

                  Ah, Cristo Iddio! Le mura del carcere
                  Parvero barcollare bruscamente
                  E sul mio capo il cielo diventò
                  Come un casco d’acciaio incandescente;
                  Anima in pena pur essendo io stesso,
                  Non potei la mia pena sentir più.

                  Sol seppi quale incalzato pensiero
                  Gli accelerasse il passo e perché mai
                  Egli guardasse il fulgore del giorno
                  Con sì intensa pupilla:
                  Quell’uomo aveva ucciso ciò che amava,
                  E quindi doveva morire.

                  Eppure ognuno uccide ciò che ama,
                  Lo intendano tutti:
                  Lo fanno alcuni con un bieco sguardo
                  Ed altri con parole carezzevoli,
                  Il vile con un bacio,
                  Il prode con la spada!

                  Alcuni uccidono il loro amore quando sono giovani,
                  Altri quando sono vecchi;
                  Alcuni strozzano con le mani della Lussuria,
                  Altri con le mani dell’Oro:
                  I migliori si servon d’una lama,
                  Perché così i morti più presto diventano freddi.

                  Troppo poco si ama, o troppo a lungo;
                  C’è chi vende l’amore e chi lo compra,
                  Chi commette il delitto lacrimando
                  E chi senza un sospiro:
                  Poiché ogni uomo uccide ciò che ama,
                  Ma non per questo ogni uomo muore.

                  Non muore d’una morte obbrobriosa
                  In un giorno d’infamia tenebrosa,
                  Non ha un nodo scorsoio intorno al collo
                  Ed un panno sul viso,
                  Né ritto sprofonda traverso l’assito
                  In uno spazio vuoto.

                  Non siede vigilato giorno e notte
                  Da uomini silenti
                  Che lo spiano quando tenta di piangere
                  E quando tenta di pregare,
                  Che lo spiano per tema che sottragga
                  Al carcere la sua preda.

                  Non vede, svegliandosi all’alba,
                  Terrificanti figure affollare la sua cella;
                  Il tremante cappellano in veste bianca,
                  Lo sceriffo cupo e severo,
                  Il governatore tutto in nero,
                  Gialla faccia da giorno del Giudizio.

                  Non si leva con fretta miseranda
                  Per indossare i panni del condannato,
                  Mentre un medico dalla bocca volgare lo guata
                  E prende nota d’ogni suo sussulto,
                  Palpeggiando un orologio in cui i battiti lievi
                  Son come orrendi colpi di martello.

                  Non conosce la sete disgustosa
                  Ch’empie di sabbia le fauci,
                  Prima che il boia con i suoi guanti da giardiniere
                  S’insinui dalla porta imbottita
                  E con tre cinghie di cuoio lo leghi
                  Sì che le sue fauci non abbiano sete mai più.

                  Non reclina la testa ad ascoltare
                  La lettura dell’Ufficio dei Morti
                  Né, mentre il terrore dell’anima
                  L’assicura che non è morto ancora,
                  Sfiora la propria bara inoltrandosi
                  Dentro lo spaventoso capannone.

                  Non fissa i vuoti spazi
                  Traverso un piccolo tetto di vetro:
                  Non prega con labbra di creta
                  Perché passi la sua agonia;
                  Né sente sulla guancia fremente
                  Il bacio di Caifa.




                  II



                  Per sei settimane il nostro soldato passeggiò nel cortile,
                  Col suo frusto e meschino abito grigio:
                  Aveva in capo il berretto da cricket,
                  E i suoi passi parevan lievi e gai:
                  Ma io non vidi mai uomo guardar mai
                  Così intensamente la luce.

                  Uomo non vidi che guardasse mai
                  Con sì intensa pupilla
                  La breve tenda azzurra
                  Che i prigionieri chiamano cielo
                  E la nuvola errante che trascina
                  Il suo arruffato vello.

                  Non si torceva le mani
                  Come i pazzi che ardiscono tentare
                  D’allevar la Speranza, figlia spuria,
                  Nell’antro della nera Disperazione:
                  Solamente guardava in alto il sole
                  E beveva l’aria del mattino.

                  Non torceva le mani, non piangeva,
                  Né si divincolava o si struggeva:
                  Beveva l’aria quasi contenesse
                  Un salutare balsamo:
                  Beveva a bocca spalancata il sole
                  Come se fosse vino!

                  Ed io e tutte quelle anime in pena
                  Nell’altro cerchio incedenti
                  Dimenticammo se la nostra colpa
                  Fosse grave o leggera:
                  Con opaco stupore guardavamo
                  L’uomo che doveva penzolar dalla forca.

                  Ed era strano vederlo passare
                  Con andatura così lieve e gaia,
                  Ed era strano vederlo fissare
                  Così intensamente la luce,
                  E strano era pensare
                  Che un tale debito avesse da pagare.

                  La quercia e l’olmo han deliziose foglie
                  Che a primavera si schiudono:
                  Ma orrido a vedersi è l’albero della forca,
                  Con la radice morsa dalle vipere,
                  E, verde o secco, un uomo ha da morire
                  Prima ch’esso dia frutto!

                  Il più alto posto è quel seggio di grazia
                  Al quale tendon tutti gli ambiziosi:
                  Ma chi vorrebbe in cordone di canapa
                  Troneggiare dall’alto d’un patibolo
                  E attraverso un collare d’assassino
                  Lanciare in cielo l’ultimo suo sguardo?

                  Dolce è danzare al suono dei violini
                  Quando l’amore e la vita sorridono;
                  Danzare a suon di flauti, a suon di liuti,
                  E’ delicato e raro:
                  Ma non è dolce con agile piede
                  Ballar sospesi in aria!

                  Così con occhi curiosi e congetture angosciate
                  Di giorno in giorno osservandolo,
                  Ci chiedevamo se ognuno di noi
                  Non finirebbe alla stessa maniera
                  Poichè nessuno può dire fino a qual rosso inferno
                  Possa smarrirsi la sua cieca anima.

                  Infine il morto non passeggiò più
                  Frammezzo gli imputati
                  Ed io seppi che adesso era là ritto
                  Nel nero banco degli accusati,
                  E che mai più avrei visto la sua faccia
                  In questo dolce mondo del Signore.

                  Come due navi perdute che passano nella tempesta
                  Ci eravamo sfiorati,
                  Ma senza un cenno, senza una parola:
                  Non avevamo parole da dire,
                  Poiché non nella notte santa ci eravamo incontrati,
                  Ma nel giorno della vergogna.

                  Intorno a entrambi un muro di prigione.
                  Due reietti eravamo:
                  Il mondo ci aveva rigettato dal suo cuore
                  E Iddio dai suoi pensieri:
                  E la trappola di ferro che attende il peccato
                  Nella sua insidia ci aveva ghermiti.



                  III


                  Dure le pietre nel Cortile degli Indebitati,
                  Alte le mura stillanti:
                  Ed era là ch’egli prendeva aria
                  Sotto il plumbeo cielo,
                  E due guardiani gli camminavano ai fianchi
                  Per tema che morisse.

                  O sedeva con quelli che spiavano
                  Dì e notte la sua angoscia,
                  Che lo spiavano quando si alzava per piangere
                  E quando si curvava per pregare,
                  Che lo spiavano affinché non sottraesse
                  Al patibolo loro la sua preda.

                  Il governatore s’atteneva
                  Agli articoli del Regolamento:
                  Il medico diceva che la morte
                  Era nient’altro che un fatto scientifico:
                  Due volte al giorno veniva
                  Il cappellano e lasciava un opuscolo.

                  E due volte al giorno egli fumava la pipa
                  E beveva il suo quarto di birra:
                  In quell’anima intrepida non v’era
                  Nascondiglio per la paura:
                  Spesso diceva d’essere contento
                  D’aver vicine le mani del boia.


                  Ma perché mai affermasse una cosa sì strana
                  Nessun guardiano osava domandargli,
                  Poiché chi dalla sorte è condannato
                  Al compito di guardia nelle carceri
                  Deve porsi alle labbra un catenaccio
                  E fare del suo viso una maschera.

                  Altrimenti potrebbe commuoversi e cercare
                  Di porgere conforto e consolare:
                  E che farebbe l’umana pietà
                  Rinchiusa in una tana di assassini?
                  In un simile luogo dove la parola bontà
                  L’anima d’un fratello potrebbe aiutare?

                  Con passo goffo e dondolante intorno al cortile
                  La Parata dei Pazzi scandivamo!
                  Non ci importava: sapevamo d’essere
                  La Brigata del Diavolo:
                  Teste rase e piedi di piombo
                  Compongono un ‘allegra mascherata.

                  Sfilacciavamo corda incatramata
                  Con le unghie corrose e sanguinanti;
                  Sfregavamo le porte e i pavimenti,
                  Pulivamo le inferriate lucenti:
                  Ogni squadra lavava i tavolati
                  Tra un fragore di secchi sbatacchiati.

                  Cucire i sacchi, spaccare le pietre,
                  Il polveroso trapano girare,
                  Urtare le gamelle, urlare gli inni,
                  Al mulino sudare:
                  Ma nel cuore d’ognuno
                  Tranquillo se ne stava il terrore.

                  Così tranquillo, che ogni giornata
                  Strisciava come un’onda greve d’alghe:
                  E noi dimenticammo l’aspra sorte
                  Che attende il folle e il tristo,
                  Fino a quando, tornando dal lavoro,
                  Passammo accanto ad una tomba aperta.

                  La bocca della gialla fossa spalancata in uno sbadiglio
                  Attendeva d’ingoiare una cosa vivente:
                  Il fango stesso gridava per chiedere sangue
                  Al sitibondo cortile d’asfalto:
                  E noi sapemmo che prima che l’alba imbiondisse
                  Un prigioniero doveva penzolar dalla forca.

                  Rientrammo senza indugio, con l’anima assorta in pensieri
                  Di morte, di terrore e di condanna:
                  Il boia, con il suo piccolo sacco,
                  S’allontanò pesantemente nel buio:
                  E ognuno tremava infilandosi
                  Nella propria tomba numerata.

                  Quella notte i deserti corridoi
                  Si gremiron d’immagini paurose,
                  E su e giù per la città di ferro
                  Andavano passi furtivi che non udivamo;
                  Dalle sbarre che occultano le stelle
                  Bianche facce sembravano spiare.

                  Egli giaceva come chi disteso
                  Sogna in una ridente prateria;
                  le guardie lo guardavano dormire,
                  Né sapevan capire
                  Come fosse possibile godere un sonno sì dolce
                  Con il boia alle costole.





                  Ma non v’è sonno per uomini che devono piangere
                  E che in passato non piansero mai:
                  E così noi – i folli, i frodatori, i furfanti –
                  Facemmo quella veglia interminabile:
                  E in ogni cervello, su mani dolorose strisciando,
                  Il terrore d’un altro penetrava.

                  Ahimè, è spaventevole
                  Sentire la colpa di un altro!
                  Nell’anima la spada del Peccato
                  Ci entrava fino all’elsa avvelenata,
                  E come gocce di piombo erano le lacrime che versavamo
                  Per il sangue non sparso da noi.

                  Con le loro scarpe di feltro i guardiani
                  Scivolavano davanti alle porte sprangate
                  E dalla spia vedevano, con occhio sgomento,
                  Figure grigie sul pavimento,
                  E si domandavano perché si inginocchiassero a pregare
                  Uomini che un tempo non pregavano mai.

                  Tutta la notte stemmo inginocchiati in preghiera,
                  Dementi che piangevano un cadavere!
                  Le agitate piume della mezzanotte
                  Eran pennacchi sopra un carro funebre,
                  E amaro vino offerto su una spugna
                  Era il sapore del Rimorso.

                  Il gallo grigio cantò, cantò il gallo rosso,
                  Ma il giorno mai non spuntava;
                  Contorte forme di terrore si rannicchiavano
                  Negli angoli dove noi giacevamo:
                  E tutti gli spiriti maligni che vanno errando nella notte
                  Dinanzi a noi pareva folleggiassero.

                  Scivolavano e passavano, scivolavano rapidi,
                  Come viandanti attraverso la nebbia:
                  Beffavano la luna in un trescone
                  Ricco di giri e intrecci delicati;
                  Con movenze solenni e orrenda grazia
                  I fantasmi tenevano convegno.

                  Con smorfie e lazzi li vedemmo muoversi,
                  Tenendo per mano, ombre sottili:
                  Gira, gira, in tumulto fantomatico
                  Ballarono una sarabanda:
                  E i dannati grotteschi tracciavano arabeschi
                  Come il vento fa sulla sabbia!

                  Con piroette di marionette
                  Sulle punte dei piedi saltellavano:
                  Ma con i flauti della Paura l’orecchio assordavano,
                  Nella raccapricciante mascherata,
                  E a gran voce cantavano, e lungamente cantavano,
                  Poiché cantavan per destare i morti.

                  “Oh! – gridavano. – il mondo è lungo e largo,
                  Ma gambe incatenate vanno zoppe!
                  E gettare una volta o due i dadi
                  E’ un gioco da signori:
                  Ma non vince chi gioca col Peccato
                  Nella segreta Casa dell’Infamia”.

                  Non eran certo aeree parvenze
                  Quei buffoni che allegri sgambettavano:
                  Per uomini le cui vite erano tenute in catene
                  E i cui piedi non potevano andare liberamente,
                  Ahi, piaghe di Cristo! Essi eran creature ben vive
                  E spaventose a guardarsi.

                  In cerchio, in cerchio vorticosamente ballavano il valzer:
                  Alcuni giravano, in coppie leziose;
                  Altri con passi affettati di tipi un po’ equivoci
                  Si dileguavano su per le scale:
                  E con sottili sogghigni, con occhiatine adescanti,
                  Ognuno ci assisteva nelle nostre preghiere.

                  Il vento del mattino cominciò a far udire i suoi gemiti,
                  Ma ancora durava la notte;
                  Sul suo gigantesco telaio l’ordito delle tenebre scorse
                  Fin che l’ultimo filo fu tessuto:
                  E nel pregare paura ci colse
                  Della giustizia del sole.

                  Il vento gemebondo andò vagando
                  Intorno alle piangenti mura del carcere,
                  finché, come una ruota d’acciaio che giri,
                  Sentimmo serpeggiare i minuti:
                  O gemebondo vento, che cosa avevamo mai fatto
                  Per meritarci un simile siniscalco?

                  Io vidi infine l’ombra delle sbarre
                  Come un traliccio lavorare in piombo
                  Stamparsi sull’imbiancata parete
                  Di fronte al letto fatto di tre assi,
                  E seppi che in qualche luogo del mondo
                  Già rosseggiava la terribile alba di Dio.

                  Alle sei scopammo le nostre celle,
                  Alle sette tutto era tranquillo:
                  Ma il fremito di un’ala possente
                  Parve riempir la prigione,
                  Poiché il Signore della Morte dal gelido fiato
                  Era entrato per uccidere.

                  Non passò avvolto di purpureo fasto,
                  Né cavalcava un corsiero bianco al par di luna.
                  Tre metri di corda ed un asse scorrevole
                  Son tutto ciò che occorre per la forca:
                  Così con la corda dell’obbrobrio venne l’Araldo
                  Per compiere la sua opera segreta.

                  Eravamo come gente che in una palude
                  Di sozza tenebra brancoli:
                  Non osammo alitare una preghiera
                  O dare sfogo all’angoscia:
                  Qualcosa era morto in ognuno di noi,
                  E ciò che era morto era la speranza.

                  La truce giustizia dell’uomo segue il suo corso
                  E mai non devia:
                  Abbatte il debole, abbatte il forte
                  Con il suo passo semina la morte:
                  Con tallone di ferro schiaccia il forte,
                  Il mostruoso parricida!

                  Aspettavamo il battere delle otto
                  Con la lingua ispessita dalla sete:
                  Poiché alle otto batte il destino
                  Che d’un uomo fa un maledetto,
                  E il destino si serve d’un nodo scorsoio
                  Tanto per il migliore che per il peggiore.

                  Non potevamo fare altro
                  Che attendere il segno imminente:
                  Come cose di pietra in una valle sperduta
                  Sedevamo immobili e muti;
                  ma il cuore d’ognuno dava battiti rapidi e cupi,
                  Come su un tamburo un demente.

                  Con un colpo improvviso l’orologio della prigione
                  Percosse l’aria fremente,
                  E dal carcere intero eruppe un gemito
                  Di disperazione impotente,
                  Simile al grido che odono le paludi sgomente
                  Dalla tana di un lebbroso.


                  E come si vedono le più spaventevoli cose
                  Nel cristallo d’un sogno,
                  Vedemmo la corda di canapa oleosa
                  Appesa alla trave nera
                  E udimmo la preghiera
                  Che il laccio del boia in un urlo strozzò.

                  Tutto il dolore che lo lacerò
                  Fino a strappargli quell’amaro grido,
                  E i furiosi rimpianti, i sudori di sangue,
                  Nessuno al pari di me li poté capire:
                  Poiché colui che vive più di una vita
                  Più di una morte deve morire.




                  IV

                  Non si va in cappella il giorno
                  In cui impiccano un uomo:
                  Il cappellano ha troppo male al cuore,
                  O sul suo volto c’è troppo pallore,
                  O nei suoi occhi sono scritte cose
                  Che nessuno deve vedere.

                  Così ci tennero rinchiusi fin quasi a mezzogiorno,
                  Poi suonarono la campana,
                  E con le loro chiavi tintinnanti i guardiani
                  Aprirono le celle intente in ascolto,
                  E noi scendemmo pesantemente le scale di ferro,
                  sbucando ognuno dal suo isolato inferno.

                  Uscimmo nella dolce aria di Dio,
                  Ma non al modo consueto:
                  La faccia dell’uno sbiancata dalla paura,
                  La faccia dell’altro era grigia,
                  Ed io non vidi mai uomini tristi guardare
                  Così intensamente la luce.

                  Uomini tristi non vidi mai che guardassero
                  Con sì intensa pupilla
                  La breve tenda azzurra
                  Che noi reclusi chiamavamo cielo,
                  E la nuvola spensierata che in alto passava
                  In lieta libertà.

                  Ma v’erano alcuni tra noi
                  Che a testa bassa incedevano,
                  Ben sapendo che, se ognuno avesse ciò che si merita,
                  Sarebbe toccato a loro morire:
                  Egli aveva soltanto ucciso una cosa vivente
                  Essi ciò che era già morto.

                  Poiché chi pecca una seconda volta
                  Desta un’anima morta al patimento,
                  La trae dal macchiato sudario
                  E la fa sanguinare nuovamente,
                  Sanguinare la fa con grosse gocce di sangue,
                  E la fa sanguinare vanamente!

                  Come scimmie o pagliacci, in mostruoso costume
                  Di storte frecce stellato,
                  Silenziosamente andavamo muovendoci in cerchio,
                  Intorno al cortile di sdrucciolevole asfalto;
                  Silenziosamente andavamo muovendoci in cerchio
                  E nessuno diceva una parola.

                  Silenziosamente andavamo muovendoci in cerchio,
                  E nella svuotata mente d’ognuno
                  Il ricordo di cose terribili
                  Irrompeva come un terribile vento:
                  Dinanzi a ognuno incedeva l’Orrore
                  E dietro strisciava il Terrore.



                  Tronfi i guardiani andavan su e giù,
                  Vigilando il loro armento di bruti;
                  Indossavano uniformi nuove fiammanti,
                  I loro panni domenicali,
                  Ma noi capimmo a quale lavoro avessero atteso,
                  Dalla calce che avevano sugli stivali.

                  Dove larga poc’anzi una tomba s’apriva,
                  Non c’era più tomba alcuna:
                  Solo una striscia di terra smossa e di sabbia
                  Lungo l’orrendo muro del carcere,
                  E un piccolo mucchio di calce ardente
                  Affinché l’uomo avesse un sudario.

                  Ed ha invero un sudario, il disgraziato,
                  Quale pochi possono pretendere:
                  Ben giù, sotto un cortile di prigione,
                  Ignudo per maggiore sua vergogna,
                  Giace, con le catene ad ambo i piedi,
                  Avviluppato in lenzuolo di fiamma!

                  E senza posa la calce ardente
                  Rode le carni e le ossa,
                  Rode le fragili ossa di notte,
                  Le teneri carne di giorno:
                  Rode ora le carni, ora le ossa,
                  Ma sempre rode il cuore.

                  Per tre lunghi anni non semineranno
                  Né pianteranno laggiù:
                  Per tre lunghi anni il sito maledetto
                  Sarà sterile e nudo,
                  E guarderà l’attonito cielo
                  Con uno sguardo privo di rimproveri.

                  Secondo loro, un cuore d’omicida
                  Corromperebbe ogni semplice seme che venisse deposto.
                  Non è vero! La buona terra di Dio
                  E’ più buona di quanto gli uomini non sappiano,
                  E la rosa rossa si schiuderebbe semplicemente più rossa,
                  La rosa bianca più bianca.

                  Dalla sua bocca una rosa vermiglia,
                  Dal suo cuore una bianca!
                  Perché chi può dire per quali vie misteriose
                  Cristo riveli la sua volontà,
                  Se l’arido bastone del romeo
                  Fiorì al cospetto del grande pontefice?

                  Ma né la lattea rosa, né la rossa
                  Possono fiorire in aria di prigione:
                  Ciottolo, coccio, selce,
                  Ecco che cosa ci danno:
                  Poiché si sa che i fiori talvolta guariscono
                  La disperazione dell’uomo.

                  Così né la rosa rossa come vino né la bianca
                  Si sfoglieranno mai petalo a petalo
                  Su quella striscia di terra e di sabbia
                  Lungo l’orrendo muro del carcere,
                  Per dire a coloro che camminano per il cortile
                  Che il Figliuolo di Dio morì per tutti.

                  Ma benché l’orrendo muro del carcere
                  Ancora da ogni parte lo rinserri,
                  E uno spirito non possa errare la notte
                  Se da catene è avvinto,
                  Né possa far altro che piangere
                  Se giace in così empio recinto.

                  E’ in pace il disgraziato,
                  E’ in pace, o quanto prima lo sarà:
                  Più non lo fa impazzire cosa alcuna,
                  Né il Terrore s’aggira in pieno giorno,
                  Poiché la buia terra dove giace
                  Non ha sole né luna.

                  L’hanno impiccato come s’impicca una bestia:
                  Non hanno nemmeno suonato
                  Un funebre rintocco che avrebbe potuto
                  Calmare la sua anima atterrita
                  Ma in fretta e furia via l’hanno portato
                  E nascosto in una buca.

                  L’han spogliato dell’abito di tela
                  E abbandonato alle mosche:
                  Han deriso la gola paonazza ed enfiata,
                  Gli occhi vitrei e sbarrati:
                  Con alte risa hanno ammucchiato il sudario
                  In cui riposa il loro condannato.

                  Il cappellano non s’inginocchierebbe a pregare
                  Presso la sua disonorata tomba,
                  Né la segnerebbe con quella croce benedetta
                  Che Cristo diede per i peccatori,
                  Perché l’uomo era uno di coloro
                  Che Cristo venne a salvare.

                  Ma non importa: egli è semplicemente giunto
                  Allo sbocco prefisso della vita:
                  Lacrime sconosciute riempiranno
                  l'urna della Pietà per lui.
                  Avrà i lamenti degli uomini esiliati,
                  per gli esiliati esiste solo il pianto



                  V

                  Io non so se le leggi abbian ragione,
                  O se le leggi abbian torto;
                  Tutto ciò che sappiamo, qui in prigione,
                  E’ che le mura sono forti
                  E che ogni giorno è simile ad un anno,
                  Un anno in cui i gironi sono lunghi.

                  Ma questo so: che ogni legge
                  Dagli uomini fatta per l’uomo,
                  Fin dalla prima volta che un uomo tolse la vita al fratello
                  Ed ebbe inizio un mondo di triste travaglio,
                  Disperde il grano e conserva la pula
                  Con un pessimo vaglio.

                  Anche questo io so – e sarebbe bene
                  Se tutti lo potessero sapere –
                  Che ogni prigione costruita dagli uomini
                  Con mattoni di infamia è costruita,
                  E munita di sbarre affinché Cristo non abbia a vedere
                  Come gli uomini mutilano i loro fratelli.

                  Con sbarre oscuran la graziosa luna
                  E accecano il buon sole:
                  E fanno bene a nascondere il loro inferno,
                  Perché vi avvengono cose
                  Che né il Figlio di Dio né il figlio dell’uomo
                  Dovrebbero vedere giammai.

                  Le più vili azioni come erbe velenose
                  Prosperano nell’aria della prigione;
                  Solo quanto di buono vi è nell’uomo
                  Vi si guasta e intristisce:
                  La pallida Angoscia sta al pesante portone
                  Ed è guardiana la Disperazione.

                  Ché fan patire la fame al bimbetto spaurito
                  Fin che dì e notte piange,
                  E frustano il debole, sferzano l’idiota,
                  Beffano il vecchio dai capelli grigi,
                  E alcuni impazziscono, e tutti diventan cattivi
                  E nessuno può dire una parola.

                  Ogni angusta cella nella quale abitiamo
                  E’ una sozza e buia latrina;
                  Il fetido fiato della Morte vivente
                  Soffoca ogni finestra a inferriata;
                  E tutto, fuorché il Desiderio, si sbriciola in polvere
                  Nella macchina dell’Umanità.

                  L’acqua salmastra che da noi si beve
                  Fluisce densa di schifosa melma,
                  L’amaro pane che ci pesano con le loro bilance
                  E’ pieno di gesso e di calce,
                  e il Sonno non si stende, ma cammina
                  Sbarrando gli occhi e lancia grida al tempo.

                  Ma sebbene la magra Fame e la livida Sete
                  Come l’aspide e la vipera si diano battaglia,
                  Poco curiamo del vitto del carcere:
                  Ciò che davvero ci agghiaccia ed uccide
                  E’ che ogni pietra alzata nel corso del giorno
                  Diventa poi di notte il nostro cuore.

                  Sempre con la mezzanotte nel cuore
                  E nella cella il crepuscolo,
                  Giriamo la manovella, sfilacciamo la corda,
                  Ognuno nel suo inferno separato,
                  E assai più spaventevole è il silenzio
                  Che il suono d’una bronzea campana.

                  E mai non si avvicina voce umana
                  Per dire una parola di bontà:
                  L’occhi che guarda traverso la porta
                  E’ duro e senza pietà:
                  E da tutti dimenticati andiamo sempre più imputridendo,
                  Nell’anima e nel corpo rovinati.

                  Così arrugginiamo la ferrea catena della Vita,
                  Degradati e soli:
                  Alcuni maledicono, altri piangono,
                  Altri non danno lamenti:
                  Ma le eterni leggi di Dio sono clementi
                  E spezzano il cuore di pietra.

                  Ed ogni cuore umano che si spezza
                  In cella od in cortile di prigione
                  E’ come il vaso infranto che largì
                  Il suo tesoro al Signore
                  E nell’immonda casa del lebbroso
                  Sparse un olezzo di nardo prezioso.

                  Ah, beati coloro il cui cuore può infrangersi
                  E conquistare la pace del perdono!
                  Come altrimenti potrebbe l’uomo raddrizzare le sue vie
                  E l’anima mondare dal peccato?
                  Come, se non per il varco d’un cuore spezzato,
                  Cristo Signore in lui potrebbe entrare?

                  E l’uomo dalla gola paonazza ed enfiata,
                  Dai vitrei occhi sbarrati,
                  Le mani sante attende che portarono
                  Il ladro in paradiso:
                  Poiché il Signore non sprezza
                  Un cuore infranto e contrito.

                  L’uomo in rosso che interpreta la Legge
                  Gli concesse tre settimane di vita,
                  Tre brevi settimane per guarire
                  L’anima dal suo intimo conflitto
                  E per lavare da ogni macchia di sangue
                  La mano che aveva impugnato il coltello.

                  E con lacrime di sangue egli deterse la mano,
                  La mano che aveva stretto la lama d’acciaio:
                  Poiché soltanto il sangue può il sangue lavare,
                  E soltanto le lacrime sanare:
                  E la rossa macchia che già fu di Caino
                  Divenne il nìveo sigillo di Cristo.



                  VI

                  Nel carcere di Reading presso la città
                  V’è una fossa d’infamia,
                  E là giace uno sventurato
                  Roso da denti di fiamma:
                  Il bruciante sudario è avviluppato.

                  E sopra la sua tomba non v’è nome.
                  Là, fin che Cristo chiami fuori i morti,
                  In silenzio lasciatelo dormire:
                  Inutile sprecare sciocche lacrime
                  O trarre vani sospiri:
                  Quell’uomo aveva ucciso ciò che amava,
                  E quindi doveva morire.

                  Ed ogni uomo uccide ciò che ama,
                  Lo intendano tutti:
                  Lo fanno alcuni con bieco sguardo
                  Ed altri con parole carezzevoli,
                  Il vile con un bacio,
                  il prode con la spada!

                  C.3.3.
                  "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

                  Comment

                  • Kanyu
                    *

                    • 10/05/19
                    • 23112

                    #1779
                    Il mondo è un gran bel posto
                    (Lawrence Ferlinghetti)

                    Il mondo è un gran bel posto
                    per nascerci
                    se non vi dà fastidio che la felicità
                    non sia sempre
                    poi tutto ’sto spasso
                    se non vi dà fastidio un pizzico di inferno
                    di tanto in tanto
                    proprio quando tutto fila liscio
                    perché perfino in paradiso
                    non stanno sempre lì
                    a cantare

                    Il mondo è un gran bel posto
                    per nascerci
                    se non vi dà fastidio che la gente muoia
                    di continuo
                    o magari stia solo morendo di fame
                    ogni tanto
                    il che non è poi così grave
                    se non si tratta di voi

                    Oh il mondo è un gran bel posto
                    per nascerci
                    se non vi dà fastidio più di tanto
                    qualche mente morta
                    tra gli alti papaveri
                    o un paio di bombe
                    di tanto in tanto
                    sulle vostre facce rivolte all’insù
                    o altre consimili sconvenienze
                    di cui la nostra società Marchio Aziendale
                    è preda
                    con i suoi uomini distinti
                    e i suoi uomini estinti
                    e i suoi preti
                    e gli altri vigilantes
                    e le sue svariate segregazioni
                    e le investigazioni parlamentari
                    e le altre stitichezze
                    di cui la nostra carne cogliona
                    è erede

                    Sì il mondo è il miglior posto di tutti
                    per un sacco di cose tipo
                    prendere parte alla scena divertente
                    e prendere parte alla scena d’amore
                    e prendere parte alla scena lacrimosa
                    e cantare canzoni sommesse e avere ispirazioni
                    e passeggiare
                    guardando tutto
                    e sentendo il profumo dei fiori
                    e toccando il culo alle statue
                    e perfino per pensare
                    e baciare le persone e
                    per fare bambini e portare i calzoni
                    e salutare sventolando il cappello e
                    per ballare
                    e andare a nuotare nei fiumi
                    o a fare picnic
                    in piena estate
                    e in generale proprio per
                    «spassarsela»


                    ma poi proprio sul più bello
                    arriva sorridente

                    il becchino
                    "Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi"

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                    • Pazza_di_Acerra
                      люблю беспокоиться
                      • 09/12/09
                      • 28840

                      #1780
                      ANORMALE
                      (Charles Bukovski)
                      Quando facevo le elementari
                      il maestro ci raccontò la storia
                      di un marinaio
                      che disse al capitano:
                      "La bandiera? Spero di non
                      vederla più, la bandiera!"
                      "Molto bene," gli fu risposto,
                      "il tuo desiderio
                      sarà esaudito!"
                      E lo chiusero nella
                      stiva
                      e ce lo tennero,
                      mandandogli cibo
                      di sotto
                      e morì laggiù
                      senza vederla mai più
                      la bandiera.
                      Una storia davvero spaventosa
                      per dei bambini,
                      molto
                      efficace.
                      Ma non efficace
                      abbastanza per
                      me.
                      Stavo lì seduto a pensare,
                      bene, è brutto
                      non vedere la
                      bandiera,
                      ma il bello è
                      non dover vedere
                      la gente.
                      Però
                      non alzai la mano
                      per dir niente del genere.
                      Sarebbe stato ammettere
                      che non volevo vedere
                      neppure loro.
                      Ed era vero.
                      Guardavo dritto alla
                      lavagna
                      che sembrava migliore
                      di chiunque.
                      semel in anno licet insanire, cotidie melius

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                      • follemente
                        Opinionista

                        • 22/12/09
                        • 11727

                        #1781
                        Misantropia allo stato puro.

                        Comment

                        • Pazza_di_Acerra
                          люблю беспокоиться
                          • 09/12/09
                          • 28840

                          #1782
                          Originariamente Scritto da follemente Visualizza Messaggio
                          Misantropia allo stato puro.
                          Io la definirei saggezza...
                          semel in anno licet insanire, cotidie melius

                          Comment

                          • Turbociclo
                            Opinionista
                            • 28/04/19
                            • 5572

                            #1783
                            Adesso ci sono computer e ancora più computer

                            e presto tutti ne avranno uno,
                            i bambini di tre anni avranno i computer
                            e tutti sapranno tutto
                            di tutti gli altri
                            molto prima di incontrarli
                            e così non vorranno più incontrarli.
                            Nessuno vorrà incontrare più nessun
                            altro mai più
                            e saranno tutti
                            dei reclusi
                            come me adesso…”


                            (Bukowski)
                            " L' uomo ha una tale passione per il sistema
                            e la deduzione logica che è disposto ad alterare la verità,
                            per non vedere il visibile, a non udire l' udibile,
                            pur di legittimare la propria logica."

                            Dostoevskij.

                            Comment

                            • Kanyu
                              *

                              • 10/05/19
                              • 23112

                              #1784
                              Il sale onesto degli abbracci
                              (Aleksandr Skidan)


                              Il sale onesto degli abbracci
                              il taglio nella fronte

                              non andar via
                              lo sfiorarsi labiale

                              e non sei più cavachiodi di pagine
                              coi denti della notte nei dorsi non sei peregrino

                              non il cervello arso
                              non il fumo dolciastro

                              ma la torba della terra
                              nella quale – allungandoti – ti stenderai

                              che bocca ricordi bocca

                              e labbro il labbro.
                              "Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi"

                              Comment

                              • Pazza_di_Acerra
                                люблю беспокоиться
                                • 09/12/09
                                • 28840

                                #1785
                                Non ti chiedere mai, ché non si può,
                                quale destino gli dei abbiano pronto per me, per te, Leucònoe,
                                né ti curar di oroscopi Babilonesi.
                                Meglio, quel che verrà, prenderlo così com'è.
                                Se molti inverni Dio ci darà, o sarà questo l'ultimo
                                che spumeggiante scaglia il Tirreno contro le rupi a infrangersi.
                                Sii saggia, versami il vino, le tue speranze regola giorno per giorno.
                                Mentre parliamo, l'ora già scorre rapida.
                                Cogli il tuo tempo, meno che puoi fidati del domani.

                                (Quinto Orazio Flacco)
                                semel in anno licet insanire, cotidie melius

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