Niccolò Tommaseo: “Ascoltate i pensieri, i presentimenti della notte, perché in quella pace come sommesso rumore lontano, si fa la coscienza sentire”.
Lo scrittore e linguista Tommaseo (1802 – 1874) con questo aforisma si riferisce a quel che un tempo (nel linguaggio spirituale) era detto l’esame di coscienza, nel nostro tempo è un esercizio poco praticato, specie la sera, quando si è nel letto prima di addormentarsi.
Apparentemente si è in pace con sé stessi e si è sereni perché viene ignorata la “voce della coscienza”, mentre sulla città cala il velo del silenzio, accompagnato dal sudario dell’oscurità, parabola delle nostre paure, del nulla e del male.
Tacciono i rumori, svaniscono le immagini quotidiane. E’ il momento in cui si è soli con sé stessi e possono affiorare nella mente riflessioni, pentimenti, scrupoli, giudizi.
La speranza è, allora, la fiaccola che permette di avanzare quando il buio ci avvolge e non si intravede la meta.
Puo' essere interpretato nei modi più disparati e contrastanti: qual'é, secondo te, l'interpretazione corretta?
(Non dico quella di Kafka, perché non é qui a rispondere)
Quella che celebreremo domenica prossima, Rdc: Cos'altro è, la Pasqua di Gesù Cristo, se non un'esplosione di luce che squarcia le tenebre della Morte?
Insisto: secondo te, e rispondimi sinceramente (come hai chiesto ad altri in altri post ), che significa la seconda frase?
Che precipitare nella Luce di Cristo è dolcissimo! Come il naufragare nel mare dell'immensità descritta da Leopardi.
Se chiudi gli occhi, non vedi e non gusti. Se resisti alla Grazia perdi la Salvezza.
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Comment