Piccoli paragrafi di libri amati...

Collapse
X
 
  • Ora
  • Show
Clear All
new posts
  • crepuscolo
    Opinionista
    • 08/10/07
    • 24570

    #301
    Ei fu

    Dal 5 maggio del Manzoni,

    Comment

    • nahui
      Astensionista

      • 05/03/09
      • 21040

      #302
      C'era stato un tempo in cui Swann le era piaciuto, e precisamente quello in cui lei non era "il suo tipo". A dir la verità, "il suo tipo" lei non lo era stata mai, nemmeno più tardi. Eppure, allora l'aveva tanto, e così dolorosamente, amata. Più tardi, egli stupiva di questa contraddizione, se pensiamo quant'è alta, nella vita degli uomini, la proporzione delle sofferenze patite per donne che "non erano il nostro tipo". Forse ciò deriva da varie cause; anzitutto, proprio perchè quelle donne non sono "il nostro tipo", all'inizio ci lasciamo amare senza amare, e permettiamo così di attecchire nella nostra vita ad un'abitudine che non avremmo contratta con un'altra donna, che fosse stata "il nostro tipo" e che, sentendosi desiderata, si sarebbe resa preziosa, sarebbe stata avara di appuntamenti, non avrebbe preso in ogni ora della nostra vita un posto tale che, se più tardi vien l'amore, e lei ci viene a mancare, per un litigio, per un viaggio durante il quale ci lascia senza notizie, non uno, ma mille sono i vincoli che essa lacera in noi. poi, l'abitudine così contratta è di natura sentimentale, in quanto non c'è alla base un forte desiderio fisico; e, se nasce l'amore, il cervello lavora molto di più: c'è un romanzo in luogo d'una necessità. Delle donne che non sono "il nostro tipo" non diffidiamo, lasciamo che ci amino e, se poi le amiamo anche noi, le amiamo cento volte più delle altre, senza nemmeno provare, accanto a loro, la gioia del desiderio appagato.
      Marcel Proust, Il tempo ritrovato.
      Il vero castigo per chi mente non è di non essere più creduto, ma di non potere credere a nessuno.
      (George Bernard Shaw)

      Comment

      • axeUgene
        Opinionista

        • 17/04/10
        • 24578

        #303
        questo era un genio vero
        c'è del lardo in Garfagnana

        Comment

        • nahui
          Astensionista

          • 05/03/09
          • 21040

          #304
          Bellissime anche le pagine sulla scrittura e sui lettori. L'ho preso in biblioteca ma, come Pastorale Americana, merita un posto stabile a casa.
          Il vero castigo per chi mente non è di non essere più creduto, ma di non potere credere a nessuno.
          (George Bernard Shaw)

          Comment

          • axeUgene
            Opinionista

            • 17/04/10
            • 24578

            #305
            la cosa potente di quel brano di Proust è il modo in cui sintetizza un'esperienza di vita, o la precede e la suggerisce;
            mi accorgo di aver elaborato qualcosa del genere per anni, senza sapere se il fatto di aver letto quel passo abbia avuto influenza, benché io debba averlo sepolto nell'inconscio da qualche parte;

            quello ha scritto una specie di Bibbia per i pellegrini degli stati mentali
            c'è del lardo in Garfagnana

            Comment

            • nahui
              Astensionista

              • 05/03/09
              • 21040

              #306
              Originariamente Scritto da axeUgene Visualizza Messaggio
              la cosa potente di quel brano di Proust è il modo in cui sintetizza un'esperienza di vita, o la precede e la suggerisce;
              mi accorgo di aver elaborato qualcosa del genere per anni, senza sapere se il fatto di aver letto quel passo abbia avuto influenza, benché io debba averlo sepolto nell'inconscio da qualche parte;

              quello ha scritto una specie di Bibbia per i pellegrini degli stati mentali
              In realtà, ogni lettore, quando legge, è soltanto il lettore di se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una sorta di strumento ottico ch'esso offre al lettore per permettergli di scorgere ciò che forse, senza il libro, non avrebbe veduto in se stesso. il riconoscimento entro di sè, da parte del lettore, di quel che il libro dice è la prova della verità di questo, e viceversa...
              Il vero castigo per chi mente non è di non essere più creduto, ma di non potere credere a nessuno.
              (George Bernard Shaw)

              Comment

              • saras
                Opinionista
                • 17/05/13
                • 53

                #307
                impossibile

                Come si fa a recuperare un pezzo che ti è piaciuto di più! Il libro piace nella sua totalità! ci provo
                ...Invano. Io pensavo alla fanciulla. La mia carne aveva dimenticato il piacere, intenso, peccaminoso e passeggero (cosa vile) che mi aveva dato il congiungermi con lei; ma la mia anima non aveva dimenticato il suo volto, e non riusciva a sentire perverso questo ricordo, anzi palpitava come se in quel volto risplendessero tutte le dolcezze del creato. Avvertivo, in modo confuso e quasi negando a me stesso la verità di quanto sentivo, che quella povera, lercia, impudente creatura che si vendeva (chissà con quanta proterva costanza) ad altri peccatori, quella figlia di Eva che, debolissima come tutte le sue sorelle, aveva tante volte fatto commercio della propria carne, era tuttavia un qualcosa di splendido e mirifico. Il mio intelletto la sapeva fornite di peccato, il mio appetito sensitivo l'avvertiva come ricettacolo di ogni grazia. E' difficile dire cosa provassi. Potrei tentare di scrivere che, ancora preso dalle trame del peccato, desideravo, colpevolmente, di vederla apparire a ogni istante, e quasi spiavo il lavoro degli operai per scrutare se dall'angolo di una capanna, dal buio di una stalla, apparisse quella figura che mi aveva sedotto. Ma non scriverei il vero, oppure tenterei di porre un velo alla verità per attenuarne la forza e l'evidenza. Perché la verità è che io "vedevo" la fanciulla, la vedevo nei rami dell'albero spoglio che palpitavano leggermente quando un passero intirizzito volava a cercarvi rifugio; la vedevo negli occhi delle giovenche che uscivano dalla stalla, e la udivo nel belato degli agnelli che incrociavano il mio errare. Era come se tutto il creato mi parlasse di lei, e desideravo, sì, di rivederla, ma ero pur pronto ad accettare l'idea di non rivederla mai più, e di non congiungermi mai più con lei, purché potessi godere del gaudio che mi pervadeva quel mattino, e averla sempre vicina anche se fosse stata, e per l'eternità, lontana. ...
                È bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio.

                Comment

                • conogelato
                  Candle in the wind

                  • 17/07/06
                  • 66024

                  #308
                  Tratto da? Devi citare il libro, Saras
                  amate i vostri nemici

                  Comment

                  • follemente
                    Opinionista

                    • 22/12/09
                    • 11727

                    #309
                    La scopata senza cerniera della Jong è troppo nota? Io la sto leggendo solo adesso e quello che mi affascina è proprio l'estraneità fra i due personaggi, prima e dopo.

                    Comment

                    • follemente
                      Opinionista

                      • 22/12/09
                      • 11727

                      #310
                      Cito i passi più significativi, a mio avviso:

                      La scopata senza cerniera è molto di più di una scopata pura e semplice. E' un ideale platonico. (...)
                      Nella vera scopata senza cerniera, in quella di prima categoria non si arriva mai a conoscere l'uomo. Avevo avuto modo di notare che tutte le mie cotte svanivano come neve al sole appena facevo amicizia con l'uomo, appena cominciavo ad interessarmi genuinamente ai suoi problemi, appena mi decidevo ad ascoltre le sue lagne su sua moglie, o sulle ex-mogli, sulla madre, sui bambini. Dopo continuavo ad amarlo, ma la passione se n'era andata.(...)
                      La scopata senza cerniera è assolutamente pura. Non ha motivazioni recondite. Non ci sono giochi di potere. L'uomo non "prende" e la donna non "dà". Nessuno sta cercando di far cornuto un marito o di umiliare una moglie. Nessuno sta cercando di provare qualcosa o di ottenere qualcosa da qualcuno. La scopata senza cerniera è la cos apiù pura del mondo. E' più rara del mondo. Ed io non l'ho mai avuta.

                      Comment

                      • follemente
                        Opinionista

                        • 22/12/09
                        • 11727

                        #311
                        Donna

                        Per tutte le violenze consumate su di Lei,
                        per tutte le umiliazioni,
                        per la sua intelligenza che avete calpestato, per il suo corpo che avete sfruttato,
                        per l'ignoranza in cui l'avete lasciata, per la libertà che le avete negato,
                        per la bocca che le avete imbavagliato,
                        per le ali che le avete tarpato,
                        per tutto questo
                        "In piedi, Signori, davanti a una Donna"

                        Comment

                        • Bauxite
                          Cosmo-Agonica

                          • 25/12/09
                          • 36341

                          #312
                          Il mio nuovo status di persona inesistente non era spiacevole, e mi ci cullai a lungo. Nel frattempo, quasi senza rendermene conto, passavo in rassegna le mie poche alternative. Dovevo cedere? Dovevo far finta di obbedire, e prendermi gioco del regime in gran segreto? Oppure dovevo lasciare il paese, come avevano già fatto molti miei amici? Dovevo forse ritirarmi in silenzio, come alcuni miei importanti colleghi? C'era qualche altra possibilità?
                          Finii per aggregarmi a un piccolo gruppo di appassionati che si riuniva per leggere e studiare i classici della letteratura persiana. Una volta alla settimana, la domenica sera, ci trovavamo in casa di uno di noi e per ore e ore studiavamo un testo dopo l'altro. Quel rito si ripeté per anni, anche a lume di candela, se c'era l'oscuramento, ogni volta in una casa diversa, a rotazione. Anche quando le divergenze politiche e caratteriali tendevano ad allontanarci, la magia dei testi ci univa. [...]
                          Leggevamo a turno, a voce alta, e le parole sembravano salire in alto per poi ricadere su di noi come rugiada. Ascoltare quella lingua perfetta era una gioia quasi fisica, cui ci abbandonavamo increduli. Continuavo a domandarmi: quando l'abbiamo perduta, questa capacità di dare estro e luce alla vita con la poesia? In quale preciso momento è andata smarrita? Ciò che avevamo adesso, quella retorica melensa, quelle iperboli putride e ingannevoli, era come un'acqua di colonia da quattro soldi.

                          Leggere Lolita a Teheran, di Azar Nafisi.

                          Comment

                          • follemente
                            Opinionista

                            • 22/12/09
                            • 11727

                            #313
                            Stupenda, mi rammenta Assja Djebar.

                            Comment

                            • Bauxite
                              Cosmo-Agonica

                              • 25/12/09
                              • 36341

                              #314
                              Sophie cominciava a mostrare i capelli scuri di sua madre e, se Charlie vedeva bene, la stessa espressione perplessa di affetto nei suoi confronti (più un filo di bava).
                              "E così, io sono la Morte" disse, mentre tentava di mettere insieme un sandwich al tonno. "Il tuo papino è la Morte, tesoro". Controllò il pane, non fidandosi del meccanismo di espulsione (perché a volte al tostapane piace prenderti per il culo).
                              "La Morte" ripeté, mentre gli scivolava l'apriscatole e sbatteva la mano fasciata contro il piano di lavoro. "Dannazione!".
                              Sophie gorgogliò, lasciandosi andare a un allegro mormorio da poppante che Charlie tradusse:Parla, papino.Per favore continua.
                              "Non posso neppure uscire di casa per paura che qualcuno cada stecchito ai miei piedi. Sono la Morte, tesoro. Certo, tu adesso ridi, ma non ti ammetteranno mai in un buon asilo, con un padre che manda la gente al camposanto".
                              Sophie fece una bolla di saliva, in segno di comprensione. Charlie fece uscire il pane con le mani. Era poco cotto, ma se l'avesse spinto di nuovo dentro si sarebbe bruciato, a meno che non l'avesse controllato ogni secondo, per poi toglierlo di nuovo a mano. Così, probabilmente adesso sarebbe stato infettato da un raro e debilitante agente patogeno dei toast poco cotti. La sindrome del tost pazzo! Fanculo a chi ha inventato il tostapane.

                              Un lavoro sporco, di Christopher Moore

                              Comment

                              • Pazza_di_Acerra
                                люблю беспокоиться
                                • 09/12/09
                                • 28840

                                #315
                                Quasi tutti abbiamo capito, ormai, che non bisogna giudicare le usanze antiche sul modello di quelle moderne: chi volesse riformare la corte di Alcinoo nell’Odissea sul modello di quella del gran Turco o di Luigi XIV, non sarebbe approvato dai dotti; e chi biasimasse Virgilio per aver rappresentato il re Evandro coperto di una pelle d’orso e accompagnato da due cani, mentre riceve degli ambasciatori, sarebbe un cattivo critico. I costumi degli antichi ebrei sono ancor più diversi dai nostri di quelli del re Alcinoo, di sua figlia Nausicaa e del buon Evandro.
                                Ezechiele, schiavo presso i caldei, ebbe una visione accanto al fiumicello Chebar, che si perde nell’Eufrate. Non c’è da meravigliarsi che egli abbia visto animali con quattro teste e quattro ali, con piedi di vitello, né delle ruote che andavano da sole e avevano in sé lo spirito di vita; anzi, questi simboli piacciono all’immaginazione. Ma molti critici si sono ribellati contro l’ordine che il Signore gli dette di mangiare, per trecentonovanta giorni, pane d’orzo, di frumento e di miglio, spalmato di merda. Il profeta esclamò: «Puah, puah, puah! la mia anima non si è ancora mai contaminata.» E il Signore gli rispose: «Ebbene io ti concedo sterco di bove invece d’escrementi d’uomo: impasterai di sterco il tuo pane.» Poiché non si usa affatto mangiare simile marmellata col pane, la maggior parte degli uomini trovano tali ordini indegni della maestà divina. Tuttavia bisogna riconoscere che la merda di vacca e tutti i diamanti del Gran Mogol sono perfettamente uguali, non solo agli occhi di un essere divino, ma a quelli di un vero filosofo; e in quanto alle ragioni che Dio poteva avere per ordinare al profeta una colazione simile, non sta a noi indagarle.
                                Ci basta ricordare che questi comandamenti, che a noi sembrano bizzarri, non apparvero tali agli ebrei. È vero che, ai tempi di san Girolamo, la Sinagoga non permetteva la lettura di Ezechiele prima dell’età di trent’anni; ma solo perché, ne capitolo XVIII, egli dice che i figli non porteranno più l’iniquità dei padri, e non si dirà più: «I padri mangiarono uva acerba, e i denti dei figli si sono allegati.» In questo, Ezechiele si trovava in aperta contraddizione con Mosè che, nel capitolo XXVIII dei Numeri, assicura che i figli si portano addosso l’iniquità dei padri fino alla terza e quarta generazione. Ezechiele, nel capitolo XX, fa anche dire al Signore che Egli dette agli ebrei «precetti non buoni». Ecco perché la Sinagoga proibiva ai giovani una lettura che poteva far dubitare dell’irrefragabilità delle leggi di Mosè.
                                I censori dei nostri giorni sono ancor più disorientati dal capitolo XVI di Ezechiele: ecco come questo profeta si esprime per far conoscere i delitti di Gerusalemme. Egli finge che il Signore parli a una giovinetta così: «Quando tu nascesti, non ti fu reciso il cordone ombelicale, non fosti detersa con sale, eri ignuda, e io ebbi pietà di te. Sei diventata grande, il tuo seno s’è formato, t’è spuntato il pelo; io sono passato, t’ho vista, ho capito che era giunto il tempo degli amori; ho coperto la tua vergogna; mi sono steso su di te col mio mantello; sei stata mia: io t’ho lavata, profumata, ben vestita, ben calzata; t’ho donato una sciarpa di cotone, dei braccialetti, una collana; ti ho messo al naso una pietra preziosa, degli orecchini alle orecchie, una corona sulla testa ecc. Allora, confidando nella tua bellezza, hai fornicato per conto tuo con tutti i passanti… Hai costruito un bordello… Ti sei prostituita perfino sulle pubbliche piazze, aprendo le gambe davanti a tutti i passanti… Sei andata a letto con gli egiziani… e infine hai anche pagato i tuoi amanti, hai fatto loro dei doni perché fornicassero con te…; e, pagando, invece d’essere pagata, hai fatto il contrario delle altre donne… Il proverbio dice: "Tale la madre, tale la figlia", ed è quanto si dice di te…»
                                Ancor più insorge il censore contro il capitolo XXIII. Una madre aveva due figlie, che avevan perduto di buon’ora la loro verginità: la maggiore si chiamava Oolla, la minore Ooliba: «Oolla andò pazza per dei giovani signori, magistrati e cavalieri; fornicò con gli egiziani fin dalla sua prima giovinezza… Ooliba, sua sorella, fornicò ben più con ufficiali, magistrati e bei cavalieri; mise a nudo la sua turpitudine, moltiplicò le sue fornicazioni, ricercò con ardore gli amplessi di coloro che hanno il membro grosso come quello di un asino, e che spandono la loro semenza come cavalli…» Queste descrizioni, che scandalizzano tanti cervelli deboli, stanno solo a significare le iniquità di Gerusalemme e di Samaria: le espressioni, che ci sembrano troppo libere, non lo erano allora. La stessa ingenuità si palesa senza timore in più di un passo della Scrittura. Vi si parla spesso di aprire la vulva; i termini che servono a indicare l’accoppiamento di Bòoz con Ruth, di Giuda con la nuora, non sono affatto disdicevoli in ebraico, mentre lo sarebbero nella nostra lingua.
                                Non ci si copre con un velo quando non ci si vergogna della propria nudità; perché a quei tempi si sarebbe dovuto arrossire nel nominare i genitali, se quando qualcuno faceva una promessa a qualcun’altro gli toccava, appunto, i genitali? Era un segno di rispetto, un simbolo di fedeltà, come in altri tempi, da noi, i signori dei castelli mettevano le loro mani tra quelle del loro sovrano. Noi abbiamo tradotto i genitali con «coscia». Eleazaro mette la mano sotto la coscia di Abramo, Giuseppe mette la mano sotto quella di Giacobbe. Questo costume era antichissimo in Egitto. Gli egiziani erano così lontani dal ritenere indecente quel che noi non osiamo né scoprire né nominare, che portavano in processione un’enorme immagine del membro virile, chiamato phallum, per ringraziare gli dei della bontà che essi hanno di far servire questo membro alla propagazione del genere umano.
                                Tutto ciò dimostra che le nostre convenienze non sono quelle degli altri popoli. In quale tempo, fra i romani, ci fu maggior civiltà che nel secolo di Augusto? Eppure Orazio non teme di scrivere: Nec metuo ne, dum futuo, vir rure recurrat. Augusto si serve della stessa espressione in un epigramma contro Fulvia. Un uomo che, fra noi, pronunciasse la parola che corrisponde a futuo sarebbe considerato come un facchino ubriaco. Questa parola e tante altre di cui si servono Orazio e altri autori, ci sembra ancora più indecente delle espressioni di Ezechiele. Liberiamoci da tutti i nostri pregiudizi quando leggiamo gli antichi scrittori, o quando viaggiamo in paesi lontani. La natura è la medesima dappertutto, e le usanze dappertutto diverse.
                                N.B. Un giorno incontrai ad Amsterdam un rabbino cui era molto piaciuto questo capitolo: «Ah, amico mio,» mi disse, «quanto ve ne siamo grati. Avete fatto conoscere tutta la sublimità della legge mosaica, il pasto d’Ezechiele, le sue belle attitudini quando giaceva sul fianco sinistro. Oolla e Ooliba sono ammirevoli; sono tipi, fratello mio, tipi che simboleggiano che un giorno il popolo ebreo sarà padrone di tutta la terra; ma perché avete omesso tante altre cose che sono quasi della stessa forza? Perché non avete rappresentato il Signore quando dice al saggio Osea, nel secondo versetto del primo capitolo: "Osea, prendi una puttana, e fa’ con lei dei figli di puttana." Sono le sue precise parole. Osea si prese la ragazza, ne ebbe un figlio, poi una bambina, poi ancora un maschio: ed era un simbolo, un simbolo che durò tre anni. "Non basta," disse il Signore, nel terzo capitolo, "devi prendere una donna che non sia solo dissoluta, ma adultera." Osea ubbidì, però la cosa gli costò quindici scudi e uno staio e mezzo di orzo; perché voi sapete che nella terra promessa c’era pochissimo grano: Quale sarà il significato di tutto ciò?» «Non lo so,» risposi. «E io nemmeno,» disse il rabbino. Si avvicinò un gran dotto, e ci disse che erano ingegnose finzioni, molto affascinanti. «Ah, signore,» gli rispose un giovane istruito, «se volete delle finzioni, datemi retta, preferite quelle di Omero, di Virgilio e di Ovidio. Chiunque ama le profezie di Ezechiele merita di far colazione con lui.»

                                Voltaire, Dizionario filosofico, voce "Ezechiele"
                                semel in anno licet insanire, cotidie melius

                                Comment

                                Working...