"L’hanno preso, però è rimasto in piedi, ha scansato qualche colpo, non sono riusciti a rovesciarlo a terra, lo hanno portato sotto le braccia a peso morto dentro il furgone, così avevano le mani occupate. Gli è già capitato. Chiede perché tu non sei scappato. Non lo sai, ma sì, lo sai, però non lo vuoi dire che tutt’insieme t’è venuta vergogna di scappare, una vergogna più forte della paura. Potessi dirlo nel tuo dialetto “me so’ miso scuorno ‘e fuì” , mi sono vergognato di fuggire, sarebbe preciso, ma in italiano suona strana l’intimità di una vergogna, così premi più forte il fazzoletto sul buco in testa e resti zitto. Ora lo sai ma allora no: una quantità di coraggi spuntano da una vergogna e sono più tenaci di quelli saliti dalle collere che sono scatti rapidi a sbollire. Invece le vergogne sono di grano duro e non scuociono.
Intanto aprono e sbattono dentro un altro che resta fermo in terra, lui si alza e l’aiuta a sedersi, quello resiste, ha paura di prenderne altre, se resta per terra quelli entrano e ripartono i colpi: perché non sei a casa tua che puoi dormire per terra come il cane che sei. Così lo convince o lo sistema sull’ultimo sedile in fondo al buio del furgone. Si spalancano le due portiere, arriva a strilli e schiaffi un gruppetto di sei, una ragazza pure, presi tutti insieme, chiudono il furgone parte, con la sirena e con la scorta.
Dove ci portano, chiede uno, in questura, dice lui. Ci arrestano, domanda, qualcuno sì, a casaccio qualche volta, risponde. Un altro ricorda che non ha detto niente a casa.
All’arrivo in caserma lui ti dice: quando aprono esco io per primo, tu vieni dietro e stammi appiccicato, cammina più svelto che puoi, non ti fermare, soprattutto non cadere, guarda solo a terra, a dove metti i piedi, ci fanno passare in mezzo a loro, se cadi ne pigli più di prima e ne fai dare a quelli dietro che non possono passare.
E così è, lui esce, piglia i primi pugni e va dritto in fondo al corridoio dei colpi senza inciampare nei piedi, negli sgambetti, tu gli stai addosso e riesci ad entrare nel camerone senza altre botte in testa, solo calci. Ti ha aperto il passaggio, senti per lui una gratitudine da la crime. Dietro di te il primo è inciampato, hai sentito i gridi, non ti sei voltato. Quando arrivano pure loro dentro il camerone hai messo le mani sugli occhi e non vuoi guardare. Ma ti servirebbero altre due mani per le orecchie. Gli dici grazie, risponde che non l’ha fatto per te, am per sé, che se andavi avanti tu e ti fermavi, lui ne prendeva di più.
Quante volte l’hanno preso, chiedi, altre, risponde. Sedete vicino. Non chiedere di andare al cesso, dice, se ti scappa fattela addosso, che tanto si asciuga presto. Gli chiedi se ci arrestano. Se passiamo la notte qui, no, ci rilasciano domani mattina; se no in serata ci portano in prigione e almeno lì si può pisciare in pace.
Non sei scappato, ti chiede. No. Neanche lui, cominciano a trovarsi quelli che non vogliono scappare. Comincia a formarsi una fila di ostinati. Sono ancora sparsi, ma ci si conosce. Vi scambiate i nomi. Così passa la tua prima notte da acciuffato, a parlare di domani, delle prossime volte, di come fermare le cariche. Ecco tu sei uno che ha cominciato così. Al mattino vi mettono fuori. Non vai al pronto soccorso, ma da un medico che aiuta i feriti delle manifestazioni, ti porta lui, l’amico da meno di un giorno, al quale affideresti il tuo paio d’occhi, perché quelli sono i giorni in cui va di fretta la fiducia, la lealtà e pure il destino."
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