Oggi in tv il telegiornale
Giovani e droghe!
Collapse
X
-
Tag: Nessuno
-
-
Spinello? Ahhaahhahahahaaahhahahahahahaha
Fosse solo quello...Au revoir, Adrian Maldonado.
Mi prude una palla.
Non vi curate di Lei, continuate pure a mandarmi pics.
Bella.
Comment
-
Ma aspetta almeno la risposta di quelcuno!Au revoir, Adrian Maldonado.
Mi prude una palla.
Non vi curate di Lei, continuate pure a mandarmi pics.
Bella.
Comment
-
-
Originariamente Scritto da beat Visualizza MessaggioE se poi i drogati si mangiano quelli sani?
[I][SIZE="1"]Quello che la realt
Comment
-
In tal caso otterremo l'affermazione di una generazione di tossicodipendenti la cui progenie, a patto di sopravvivere ad eventuali malformazioni, avrà grandi chances di sviluppare una straordinaria resistenza agli stupefacenti. E poi vuoi mettere lo spettacolo di debordanti ciccioni occidentali che si azzannano per la collottola in preda ad allucinazioni psichedeliche ?Originariamente Scritto da beat Visualizza MessaggioE se poi i drogati si mangiano quelli sani?
Last edited by Gloucester; 29-06-2007, 00:59.
Comment
-
-
Guarda, tipicamente, sull'effetto immediato, le sigarette sono molto più produttive. Molto meglio inserite nel contesto moderno in cui ci troviamo.
Stimola la produzione di dopamina e scarica lo stress.
Non lo trovo così diverso dal bere il caffè (anche la caffeina attiva processi dopaminergici) quotidianamente, anche se chiaramente gli effetti sulla "prestazione" sono diversi.
La sigaretta è produttiva, la caffeina è produttiva.
Mentre tipicamente fumarsi 1/2 canne durante la giornata ci rende parzialmente inabili alle attività della vita moderna.
La canna non è produttiva.
In questo senso, al di là dei danni alla salute (cervello, che poi senza caffeina non riuscirà a fare un cazzo, e senza nicotina andrà in astinenza. resto del corpo mi pare sia ben noto), le prime due sostenze ti aiutano a sottometterti ai ritmi moderni, ad un certo sistema, un certo stato di cose.
Le droghe leggere? Dipende da come le prendi. Non tutti sono in grado, è facile abbandonarcisi
Meglio morire a 40 anni per overdose, ma magari avendo scoperto ciò che si voleva vivere nella propria vita, o a 60 di tumore ai polmoni dopo aver fatto una vita di lavoro/casalinga magari non voluta e guidata da volontà altrui?
E' facile trovare la propria via senza una sostanza o quell'altra? Anche i cibi compensano in modo non così dissimile dalla sigaretta o dalla birretta o cannetta.
Anche guardarsi telefilm uno dietro l'altro. Anche fantasticare. Tante cose.
Bisognerebbe trovare un equilibrio. Accogliere i colpi, le sofferenze, senza adagiarsi a qualsivoglia scappatoia. Ma non è facile. Devono togliertela la scappatoia, perchè non la si usi.
Ed è per questo che è molto facile trovare persone che si abbandonano ad un "sottosistema" o all'altro. Abbracciano un modo di vivere non perfetto per sè stessi, ma più adatto a sè di altri.
Qualcuno dirà che il sessantenne che muore di tumore (manager?) sarà presumibilmente più produttivo del quarantenne (fancazzista?) che muore di overdose. Il primo olio, il secondo sabbia negli ingranaggi del sistema.
E chi, mi chiedo, chi può dire quale sia il migliore tra i due? E' relativo, relativo al sistema.
Qualcuno dirà che il quarantenne voleva cambiare il sistema. O, se non voleva, è comunque un fardello, un peso, e che quindi anche nolente partecipa al tentativo di distruzione. Perchè il sistema giusto non è questo e va cambiato inceppandolo.
Qualcuno dirà che il quarantenne impedisce il progredire della nostra società, lo sviluppo del sistema, il suo cambiamento in meglio "passo passo".
Chi può dire quale dei due abbia ragione? Le rivoluzioni sono più distruzione o passo lungo del cambiamento graduale?
Non è facile sapere ciò che è giusto. E' molto più facile arrendersi nella ricerca quando si trova una posizione, un'ideale, una filosofia, una religione, un modo di vivere, che più si adatta al nostro sentire.
E, in un modo o nell'altro, facciamo tutti inevitabilmente parte del sistema, e questo non è negativo nè positivo. E' e basta
Comment
-
Riporto dal più grande trattato italiano di psichiatria (cassano):
Concordo al 100%
IL PROBLEMA DELLA LEGALIZZAZIONE DELLA
MARIJUANA E DELLE COSIDDETTE DROGHE LEGGERE
La liberalizzazione delle “droghe leggere” costituisce un
argomento di squisita pertinenza politica. È infatti competenza
del legislatore interpretare i dati obiettivi relativi ad
un qualsiasi problema in base al contesto socioculturale
nel quale opera. Tuttavia, l’argomento è così ricco di suggestioni
da dividere anche il mondo scientifico, nonostante
la rilevanza dei dati sperimentali e clinici esistenti. I termini
leggero o pesante riferiti ad un farmaco non appartengono
alle categorie della farmacologia, per cui la definizione
droghe leggere, così consolidata nell’opinione pubblica,
è priva di rilevanza scientifica. L’attributo “leggero”, riferito
alle sostanze di abuso che inducono una lieve tolleranza
e dipendenza, è fuorviante. LSD e psilocibina, potentissimi
allucinogeni, producono tachifilassi dopo due somministrazioni
consecutive. La conseguenza di questo effetto ne
preclude l’uso continuato e, quindi, l’induzione di dipendenza.
Ma, essendo note le potenziali conseguenze di una
intossicazione da psilocibina o LSD, nessuno le classificherebbe
come droghe leggere. Neppure il grado di accettazione
sociale è utile per distinguere fra droghe leggere e
pesanti, come dimostra la diffusione di una sostanza della
pericolosità dell’alcol. Per cui, per affrontare il problema
della legalizzazione è più corretto fare diretto riferimento a
nicotina, caffeina e D9-tetraidrocannabinolo (D9-THC),
cioè ai principi attivi del tabacco, caffè e marijuana rispettivamente.
Caffè e tabacco sono di libero uso ed eventuali
restrizioni sul fumo nei locali pubblici, ancorché esistenti,
sono spesso disattese senza gravi conseguenze per i trasgressori.
Ricordare i danni da tabacco e il dispendio di risorse
economiche e umane che questi danni arrecano è
però utile; infatti, sottolinea il ruolo del politico nella mediazionefra la rigidità dei dati obiettivi relativi ad un problema
e le istanze socioculturali che lo alimentano. Il contenzioso
sulla liberalizzazione delle “droghe leggere” si restringe
alla liberalizzazione dell’uso della cannabis o marijuana
e dei suoi derivati. Nel mondo scientifico non dovrebbero
esistere posizioni ideologiche o preconcette a favore
o contro questa eventualità; ma è frequente che, a seconda
del contesto nel quale è espresso, il punto di vista
del tecnico si presti a interpretazioni di parte. Non esiste
un effetto negativo della marijuana che, ancorché grave per
chi lo presenta, sia generalizzabile a chiunque ne faccia
uso sia cronico che saltuario. L’immensa variabilità interindividuale
alla base di questo fenomeno diviene un’arma efficacissima
nell’attenuare il valore di deterrente di qualsia-si dato sulla tossicità di questa sostanza. Per questi motivi,
in un confronto dialettico, un esperto in farmaci di abuso
potrebbe sostenere con eguale probabilità di successo sia il
punto di vista della liberalizzazione che quello del proibizionismo.
Per quanto riguarda la tossicità acuta da cannabis occorre
ricordare che, pur trattandosi di una sostanza le cui proprietà
sono note da oltre tremila anni, non risulta un solo
caso di morte attribuibile con certezza alla sola cannabis.
Gli effetti acuti della marijuana riguardano prevalentemente
l’apparato cardiocircolatorio, gastrointestinale, immunocompetente
e il sistema nervoso centrale (SNC). Chi fuma
cannabis rischia extrasistoli e lievi modificazioni del tracciato
ECG, attribuibili al maggior consumo di ossigeno da
parte del miocardio. Crisi di angor sono possibili in soggetti
a rischio. Gli effetti sulla pressione arteriosa sistemica sono
meno uniformi. Più frequenti, per dosi medio-alte, i casi di
ipotensione ortostatica e lipotimia. Nonostante le proprietà
antiemetiche, i cannabinoidi acutamente possono provocare
nausea e vomito, specie se associati ad alcool. Inoltre, sono
stati descritti frequenti casi di diarrea. Sull’apparato immunitario
umorale e cellulo-mediato i dati disponibili non
hanno significato clinico, in quanto le riduzioni di funzionalità
riscontrate sono di breve durata e reversibili e, comunque,
sempre riferite a concentrazioni di principio attivo
superiori di diversi ordini di grandezza rispetto a quelle necessarie
per ottenere gli effetti centrali ricercati da chi ne
abusa. Fumatori abituali di marijuana riferiscono, anche per
basse dosi, un aumento del tono dell’umore, euforia, senso
di benessere e rilassamento. L’aumento delle dosi può comportare
la comparsa di disturbi motori (tremori, lieve incoordinazione
motoria), delle capacità percettive sensoriali
e delle capacità cognitive. Pertanto, le risposte di un individuo
sottoposto a complessi test associativi, che richiedono
attenzione e coordinazione motoria, possono apparire inadeguate.
Nella guida simulata, ad esempio, deficit prestazionali
sono evidenti soprattutto nelle situazioni più complesse,
anche se attenuati dalla tendenza del soggetto a ridurre la
velocità di guida. Talvolta, i disturbi descritti sono complicati
da uno stato ansioso, la cui insorgenza e/o intensità
sembra condizionata da particolari contesti ambientali e
può assumere il carattere di un attacco di panico. L’evidenza
clinica esclude l’esistenza di una “psicosi da cannabis”.
Si ritiene, piuttosto, che la cannabis possa scatenare e/o aggravare
una preesistente patologia psichiatrica.
Chi fuma abitualmente marijuana ha effetti sul sistema riproduttivo
quali l’abbassamento del tasso plasmatico di testosterone,
che sembra essere transitorio, ed alterazioni
delle cellule spermatiche, sia quantitative che qualitative,
che sembrano funzionalmente irrilevanti. Nella donna, l’uso
cronico di marijuana, durante la gravidanza, può provocare
diminuzione di peso alla nascita dei neonati, di entità
proporzionale al consumo giornaliero. Inoltre, bisogna ricordare
che il D9-THC si è rilevato mutageno in vitro e teratogeno
in vivo solo per concentrazioni tissutali che eccedono
di gran lunga quelle raggiungibili nei consumatori
abituali. Questi effetti, presumibilmente legati a meccanismi
di interazione fisico-chimica con i fosfolipidi di membrana,
potrebbero essere causa di malformazioni alla nascita.
Le alterazioni a carico dell’apparato respiratorio ed i
rischi correlati sono del tutto sovrapponibili a quelli relativi
al fumo di tabacco. Tuttavia, considerando la differente
tecnica di aspirazione, la potenzialità di rischio riferita alla
cannabis risulta circa quattro volte superiore. Il significato
scientifico e l’esistenza della sindrome amotivazionale rimane
dubbia. Deve, infine, essere ricordato il potenziale
terapeutico dei cannabinoidi.Categorie quali più o meno efficace, più o meno tossico,
provvisto di un indice terapeutico più o meno favorevole
sono familiari al farmacologo, che valuta l’efficacia e la tossicità
di un farmaco in base a dati statistici di riproducibilità
di effetti clinicamente utili o dannosi. Altre forme di
comparazione sono meno certe e, spesso, arbitrarie e facilmente
portano a confusione fra dati obiettivi e opinioni
personali. È più pericoloso guidare quando si è assonnati o
nella dimensione vagamente onirica prodotta da una sigaretta
di marijuana? Come ottenere dei dati confrontabili su
un tale quesito e capaci di consentire una valutazione
obiettiva? Il farmacologo descrive come “sindrome neurolettica”
gli effetti acuti di cloropromazina e aloperidolo su
un soggetto normale, ma come intossicazione acuta i sintomi
prodotti dal D9-THC, in quanto privi per ora di un significato
terapeutico. Queste limitazioni semantiche non
possono essere considerate come valutazioni di tipo eticopolitico,
in quanto sono espressione di rigore e, forse, limiti
metodologici. Per il farmacologo, una sostanza farmacologicamente
attiva è valutabile per i suoi effetti sull’uomo
solo in termini di utilità nell’impiego in clinica. Se tale impiego
non è previsto, qualunque effetto è visto in termini di
perturbazione di una funzione diversamente in equilibrio.
In questi termini gli effetti acuti della cannabis e dei suoi
derivati non possono essere considerati sullo stesso piano
di una serata al concerto o in discoteca, cioè come un momento
di distrazione e relax, ma come conseguenza di alterazioni
farmacologiche di apparati specifici. I suoi effetti
cronici possono essere paragonati a quelli del fumo di tabacco
per quanto riguarda il rischio di tumori polmonari,
ma non per altre possibili patologie riguardanti il SNC e
l’apparato cardiovascolare. Ancora più lontana dalle competenze
del farmacologo è una valutazione dei danni socioeconomici
conseguenti al proibizionismo in confronto a
quelli sanitari conseguenti alla liberalizzazione di una sostanza
di abuso, sia essa la cannabis o l’alcool. Anche in tale
valutazione facilmente si mescolano criteri estranei agli
aspetti sanitario ed economico, cioè principi di salvaguardia
di costumi radicati, di necessità di inviare segnali politici
precisi. L’uso strumentale del dato farmacologico è corretto
nella dimensione politica, non lo è se attuato dallo
specialista.
Ps: tristemente, la selezione sociale favorisce chi fa uso di droghe
Comment
-
[QUOTE=Qfwfq;678655]In tal caso otterremo l'affermazione di una generazione di tossicodipendenti la cui progenie, a patto di sopravvivere ad eventuali malformazioni, avr
Comment

Comment