Quarant'anni fa moriva Che Guevara

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  • Gloucester
    Opinionista
    • 29/03/06
    • 5314

    #16
    Originariamente Scritto da Axelrose86 Visualizza Messaggio
    non ho capito che diavolo vuoi tu da me,quello è il mio pensiero e lo devi rispettare come quello di tutti gli altri,se ciò rende intuile il tuo futuro lavoro fattene una ragione e cambialo ma non venire a rompere a me per il mio pensiero,perchè mi pare una cosa gravissima condannare il pensiero di una persona,quindi se l'idiozia si pagasse saresti rovinato tu per primo che non 6 in grado di rispettare 1 pensiero altrui perchè va contro i tuoi ora no nrispondo + perchè ci tengo a non essere cacciato di nuovo
    Per fortuna tutti hanno diritto di espressione ma non tutti i pensieri hanno uguale dignità. Il relativismo d'opinione è qualcosa di tanto più selvaggio quanto più si scende nella scala sociale, ma a livelli medi (hint: esseri senzienti) esistono delle limitazioni date da criteri di ragionevolezza e verificabilità. Sarebbe ora che iniziassi a familiarizzare con questa realtà, caro ragazzo. Cosa fai, quando si tratta degli altri avverti Acquerapide che se non si sa non si può parlare e poi, quando si tratta delle tue idee, metti le mani avanti sostenendo che tanto tutti hanno il diritto di dire di tutto ed impunemente ? E suvvia.

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    • okno
      Party Crasher
      • 30/03/06
      • 15292

      #17
      Confesso la mia ignoranza, ma il Che proprio non lo conosco. Si, qualcosina so a proposito di lui, ma la sua figura mi lascia indifferente, non mi colpisce per qualcosa in particolare. Quindi, data la schiera di fan e di adoratori, ci dev'essere per forza qualcosa che mi sfugge, sulla sua vita. Qualcosa che ignoro.

      Rimediero', prometto.
      "Tipo piacevole. Mai scontato. Non banale." - Utente da Empoli


      -=1313=-

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      • branca
        Opinionista
        • 08/08/07
        • 664

        #18
        Non amo i miti, trovo pericoloso decontestualizzare l'operato di un personaggio e gli eventi relativi, porta a vederne solo le cose positive o quelle negative e tutto con egual ragione. Oltre tutto le effigi ostentate non sono nemmeno più un simbolo d'appartenenza.
        La mia Lola

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        • Piotr Aleksejevic
          Zar autocrate di tutte le Russie
          • 24/11/05
          • 7926

          #19
          Originariamente Scritto da Matthias Visualizza Messaggio
          Piccolo OT: non perdere mai l'occasione per dimostrare la tua spaventevole ignoranza anche se non ti viene richiesto, mi raccomando.
          .

          Per una volta sono d'accordo con Matthias ...
          collegare il cervello prima di aprire bocca
          CONIGLIO MANNARO

          "Ci sono amori che durano il tempo di uno sguardo e rivoluzioni che vivono lo spazio di un mattino, sono forse per questo meno importanti di certi compromessi scellerati che incatenano tutta una vita?"
          Gianni-Emilio Simonetti

          La calma

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          • Hristo
            Opinionista
            • 08/10/04
            • 6953

            #20
            Il Che? Un mito. Ognuno interpreti la mia frase come meglio crede.
            [B][FONT="Book Antiqua"]Prima legge del dibattito:

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            • Piotr Aleksejevic
              Zar autocrate di tutte le Russie
              • 24/11/05
              • 7926

              #21
              Originariamente Scritto da Acquerapide Visualizza Messaggio
              Io avevo invece sentito che su questa figura ci sono invece molte ombre e che nel mitizzarlo si è visto un po' quello che si voleva.

              Eccessi dovuti alla guerra a parte, come esecuzioni sommarie (e quelle vabbè, c'est la guerre...) avevo sentito di campi di concentramento per omosessuali creati proprio dal che, per esempio.

              Ammetto la mia ignoranza, se qualcuno è più ferrato in merito a questi presunti punti oscuri...
              Ti passo un po' di informazioni riguardanti l'argomento che ho trovato.
              I campi UMAP erano dei campi di lavoro piuttosto "soft" con i quali
              il regime cercò di "rieducare" elementi che considerava anomali o
              con tendenze controrivoluzionarie.
              Tra questi, non so perché ( forse per ignoranza, puro preconcetto )
              c'erano anche gli omossessuali ... Cuba è tuttora un paese abbastanza
              omofobo ... forse c'entra il fatto che sia di religione cattolica, ma ora non
              voglio attirarmi le ire dei Ratzinger Boys
              In tutto questo il Che c'entra poco o niente ... lui ebbe un posto nel
              governo di Fidel, anche se la cosa non gli garbava affatto e non gli interessava,
              poiché i suoi obiettivi erano quelli della "liberazione armata" dei
              campesinos dell'America Latina dalla schiavitù delle multinazionali.
              Difatti, lasciò quasi subito la sua posizione di ministro per andare a
              combattere altrove.

              Credo che questa accusa che gli viene rivolta dipenda dal fatto che,
              comunque, fu per un po' di tempo ministro nel momento in cui Fidel
              attuava il suo programma ...
              naturalmente, chi cercava in tutti i modi di screditare ed infangare
              l'immagine mitica del Che colse la palla al balzo senza chiedersi troppo
              riguardo le reali responsabilità del Che nel breve periodo in cui fu
              Ministro dell'Industria ( con competenze forse anche sul lavoro forzato ).


              Castro decide di introdurre il lavoro forzato nel sistema carcerariocubano nel febbraio 1964, al fine di creare un nuovo tipo di regime di detenzione. Nasce così il piano sperimentale Morejón, che consiste nello «scegliere a caso alcuni "politici" per farli lavorare in "condizioni umane"» (otto ore di lavoro in campagna, corsi intensivi di marxismo-leninismo, alimentazione regolare, nessun maltrattamento). Guidati da un «educatore», i detenuti devono, inoltre, studiare i testi di Castro. Questo esperimento continua fino al maggio 1964: poiché il progetto mira a dividere i «politici», i prigionieri selezionati rinunciano all'offerta; obiettivo delle autorità penitenziarie, infatti, è creare un regime carcerario, che risulti «una via di mezzo tra il campo e la prigione, a esclusivo vantaggio dei detenuti che accettano di essere politicamente rieducati».

              Viene allora progettato un nuovo piano di riabilitazione penale, stavolta generale e obbligatorio, il piano Cienfuegos: esso rappresenta «un ritorno alla pratica del lavoro forzato», sperimentata da Cuba nel periodo coloniale. Durante questa fase, il lavoro è «estenuante e le punizioni frequenti», per non parlare delle umiliazioni cui sono costretti i controrivoluzionari, ai quali si deve insegnare a «stare al mondo» (strappare l'erba con i denti è una delle meno mortificanti). Nel 1967 anche il piano Cienfuegos viene abbandonato: «la logica consistente nell'aumentare il livello di repressione allo scopo di ottenere la resa e la richiesta di perdono» si è rivelata fallimentare. I detenuti sono inviati in vari centri disciplinari, ove si pratica un nuovo programma di lavori forzati, il piano Antonio Maceo. Poiché, all'inizio degli anni Settanta, l'economia cubana subisce una flessione, causata dalla crisi degli alloggi per l'aumento di popolazione, cui si aggiunge una grave crisi alimentare, le autorità cubane optano per un «approccio più pragmatico e meno ideologico»: «più che sulla conversione ideologica si punterà sulla produttività del lavoro», passando, così, «da un regime di schiavitù a un altro», la cui parola chiave è conditional, «il ricatto del riscatto mediante il lavoro».

              Il piano si articola in due fasi: inizialmente, il detenuto lavora nelle «fattorie», che sono in realtà campi, «chiusi e sorvegliati da guardie armate», le cui regole sono a completa discrezione del capo del campo; qui, dopo un periodo di prova, valutati l'atteggiamento del detenuto durante il lavoro, la sua produttività e pericolosità, sia ideologica che fisica, si può essere inviati in un carcere di massima sicurezza. Successivamente, il prigioniero è trasferito dalla «fattoria» al «fronte aperto», il cui regime di detenzione è «molto meno duro»: le baracche, che ospitano i detenuti, non sono «né recintate né sorvegliate con severità». I prigionieri dei «fronti aperti» sono spesso impiegati da organismi civili, per la realizzazione di edifici di vario genere. All'inizio degli anni Novanta, l'esplosione del turismo e la conseguente necessità di infrastrutture alberghiere ha fatto sì che, nei cantieri edili, venissero utilizzati dei detenuti, sia politici sia comuni. Nonostante il numero dei prigionieri politici sia diminuito, «lo sfruttamento della forza-lavoro a fini repressivi» continua tutt'oggi.

              Cuba ha conosciuto anche veri campi di lavoro, apparsi all'inizio degli anni Sessanta, durante «la repressione delle varie opposizioni» (solo nella retata del 1961 furono arrestate 100.000 persone). Il primo campo fu inaugurato nel 1960; dal 1964 è l'esercito ad occuparsi dell'organizzazione dei campi; per la precisione, l'UMAP (unità militare di appoggio alla produzione). Questa, dapprima riservata alle categorie di asociali, omosessuali e altri parassiti, diviene un «complesso concentrazionario», solitamente situato in una zona desertica, circondato di filo spinato, talvolta percorso da elettricità, munito di torri di guardia, sorvegliato da guardie armate, in cui i detenuti svolgono lavori agricoli o di sterro. Tra le punizioni più comuni e meno degradanti: isolamento, soppressione del cibo, pestaggi. I detenuti delle prigioni e dei campi sono raccolti dalla popolazione, anche se religiosi, omosessuali e «asociali» sono «presi di mira in modo particolare»: obbligati a svolgere lavori pesanti in condizioni avverse, per più di dieci ore al giorno, malvestiti, denutriti e regolarmente scortati da un «distaccamento di sorveglianza». L'atteggiamento dei prigionieri determina la durata della carcerazione, che si prefigge di trasformare i detenuti in uomini nuovi. Le denunce, spesso anonime, provengono dai CDR, Comitati di difesa della rivoluzione. Se, ufficialmente, le UMAP non esistono più; nella realtà, tolto il nome del campo e rimosso il filo spinato, esse hanno continuato a svolgere la loro attività, che ha coinvolto una parte «non irrilevante di popolazione», non solo maschile e adulta, ma anche donne, adolescenti, bambini. Attualmente, a Cuba, i detenuti, tra campi e prigioni, sono circa 100.000.



              Riguardo alle esecuzioni ordinate dal Che, quando fu messo a capo
              di una prigione :
              "Fu nominato comandante della prigione de La Cabaña e, per i sei mesi in cui rivestì l'incarico (dal 2 gennaio al 12 giugno 1959),[6] sovrintese ai processi e alle esecuzioni di molte persone, compresi ex ufficiali del regime di Batista, membri del BRAC (Buró de Represión de Actividades Comunistas, "Ufficio repressione attività comuniste", una polizia segreta), accusati di crimini di guerra e dissidenti politici".

              Naturalmente, per quanto mi riguarda fece benissimo ad eliminare
              quegli ufficiali di Batista ed i membri del BRAC.
              Non credo che abbia mai, coscientemente e volontariamente, ucciso
              gente che fosse innocente ( tipo i gay per capirsi )
              CONIGLIO MANNARO

              "Ci sono amori che durano il tempo di uno sguardo e rivoluzioni che vivono lo spazio di un mattino, sono forse per questo meno importanti di certi compromessi scellerati che incatenano tutta una vita?"
              Gianni-Emilio Simonetti

              La calma

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              • Acquerapide

                #22
                'aspita che ambientini....

                Grazie della spiegazione Piotr

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                • conogelato
                  Candle in the wind

                  • 17/07/06
                  • 66028

                  #23
                  Siam cresciuti tutti con la carica emotiva emanata dal Che. Come il nostro Garibaldi, anch'egli e' divenuto negli anni piu' un simbolo di lotta contro i poteri forti, che una figura indubbiamente rilevante ma infarcita di contraddizioni quale, probabilmente, e' stata nella realtà.
                  amate i vostri nemici

                  Comment

                  • nAn
                    non ho pi
                    • 16/02/07
                    • 2996

                    #24
                    troppo icona per i miei gusti, per
                    AHAHAHAHA
                    AhahahahA
                    AHAHAHAHA
                    AHAHA
                    AHA
                    H
                    A
                    VIAVIA
                    dietro il passo,
                    tump tump,
                    dietro il tasso,
                    tump tump,
                    per il cartiglio segreto
                    dell'
                    AHAHAHAHA

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                    • yuri gagarin
                      Dall'altra parte del muro
                      • 19/06/05
                      • 1336

                      #25
                      [QUOTE=Piotr Aleksejevic;748003]Ti passo un po' di informazioni riguardanti l'argomento che ho trovato.
                      I campi UMAP erano dei campi di lavoro piuttosto "soft" con i quali
                      il regime cerc
                      GUAI AI NEMICI DEL POPOLO

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                      • Piotr Aleksejevic
                        Zar autocrate di tutte le Russie
                        • 24/11/05
                        • 7926

                        #26
                        [QUOTE=conogelato;748036]Siam cresciuti tutti con la carica emotiva emanata dal Che. Come il nostro Garibaldi, anch'egli e' divenuto negli anni piu' un simbolo di lotta contro i poteri forti, che una figura indubbiamente rilevante ma infarcita di contraddizioni quale, probabilmente, e' stata nella realt
                        CONIGLIO MANNARO

                        "Ci sono amori che durano il tempo di uno sguardo e rivoluzioni che vivono lo spazio di un mattino, sono forse per questo meno importanti di certi compromessi scellerati che incatenano tutta una vita?"
                        Gianni-Emilio Simonetti

                        La calma

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                        • Piotr Aleksejevic
                          Zar autocrate di tutte le Russie
                          • 24/11/05
                          • 7926

                          #27
                          Originariamente Scritto da yuri gagarin Visualizza Messaggio
                          Lo sapevi che tra gli 82 Barbudos c'era anche un italiano???
                          No, non lo sapevo ...

                          ma gli Italiani sono come il prezzemolo ...

                          P.S. Chi era ? E' ancora vivo ?
                          CONIGLIO MANNARO

                          "Ci sono amori che durano il tempo di uno sguardo e rivoluzioni che vivono lo spazio di un mattino, sono forse per questo meno importanti di certi compromessi scellerati che incatenano tutta una vita?"
                          Gianni-Emilio Simonetti

                          La calma

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                          • yuri gagarin
                            Dall'altra parte del muro
                            • 19/06/05
                            • 1336

                            #28
                            Originariamente Scritto da Piotr Aleksejevic Visualizza Messaggio
                            No, non lo sapevo ...

                            ma gli Italiani sono come il prezzemolo ...

                            P.S. Chi era ? E' ancora vivo ?

                            Non ricordo il nome ma è un signore(vivente) Veneto.....dopo la rivoluzione ha vissuto per un periodo di tempo a Cuba(faceva il muratore) ora credo sia tornato in Italia....
                            Last edited by yuri gagarin; 09-10-2007, 13:27.
                            GUAI AI NEMICI DEL POPOLO

                            Comment

                            • yuri gagarin
                              Dall'altra parte del muro
                              • 19/06/05
                              • 1336

                              #29
                              Su internet ho trovato una sua intervista:


                              CINQUANT’ANNI DOPO, sarebbe disposto a ricominciare tutto daccapo. Ora, subito. Salpando con un’altra bagnarola per riscrivere la storia, vincendo un intero esercito con un pugno di amici coraggiosi. «Ma poi me ne andrei di nuovo. Fidel lo sa bene: io non sono uno che resta. La disciplina non fa per me. Altrimenti avrei accettato allora
                              di fare il subalterno, di seguire l’organizzazione, di essere umile. Invece no. Non mi hanno ancora addomesticato, ad 82 anni. E un po’, se ci ripenso, mi dispiace: perché mi sento cubano, anima e corpo». Gino Donè è un gigante dalla barba bianca, originario della provincia di Treviso, generoso nel fisico e nello spirito. È raro incontrare persone che hanno così tante cose da raccontare e così poca voglia di farlo. Prudenza, modestia o più semplicemente pudore: la sua storia preferisce quasi sempre tenerla per sé, e sono tutto sommato in pochi a sapere che questo vecchio partigiano italiano è il solo europeo ad aver partecipato - nel 1956 - all’avventuroso sbarco del Granma, drammatico preludio della rivoluzione cubana.

                              Foce del río Tuxpan, nello stato messicano di Veracruz.
                              È la notte del 24 novembre. Uno sgangherato yacht di venti metri, il Granma. Ottantadue uomini pronti a tutto: Fidel Castro e il fratello minore Raùl, Camilo Cienfuegos e Frank Paìs, capo della resistenza
                              nella provincia d’Oriente. Tutti cubani, tranne il messicano Alfonso Guillén Celaya e Ramon Mejias, domenicano. E poi Gino. Ed Ernesto «Che» Guevara.
                              «Lo avevo incontrato in Messico, dove Fidel mi aveva affidato la preparazione militare delle reclute». Era solo un ragazzo argentino con gli occhi tristi.
                              «Abbiamo subito fatto amicizia. Di giorno comunicavamo con gli sguardi, la sera – stanchi morti dopo l’addestramento – la passavamo a raccontarci le nostre storie. A quel tempo non potevo immaginare
                              che sarebbe diventato il ‘Che’. Militarmente era un disastro, non era abile con le armi e anche dal punto di vista dell’indottrinamento aveva
                              grandi lacune: non credo che avrebbe saputo descriverti la differenza tra comunismo, anarchismo, federalismo o marxismo. Ma aveva una straordinaria passione, una sete inesauribile di combattere per la giustizia: e questo lo ha fatto diventare uno dei più grandi guerrieri del suo secolo».
                              Quella notte di cinquant’anni fa, per Gino era cominciata ancora prima. Nel 1950, dopo la Resistenza in un gruppo guidato da un italoamericano e un girovagare anarchico nell’Europa del Nord, Gino
                              Doné s’imbarca clandestinamente su di una nave della Lauro e si ritrova a Cuba. Finisce subito i pochi dollari che aveva in tasca, si mette a fare il carpentiere e lavora a quella che un giorno diventerà
                              la Plaza de la Revolución. S’innamora e sposa Olga Turino, esponente del Partito ortodosso. Studia le gesta di José Martì, si confronta con gli universitari dell’Alma Mater, incontra Castro e ne condivide gli ideali. «Fidel era una persona amabile: gentile e coraggioso, molto determinato. Grande gestore di uomini e di cose. Sembrava un avvocato in tribunale, trasmetteva sicurezza.
                              Prima di incontrarmi si era informato a lungo, sul mio conto. ‘Tu ci puoi essere utile, mi disse, sappiamo che sei stato un combattente’. Dissi di sì, semplicemente». Fu per amore di Olga, per istinto o per lucida scelta politica? «Forse tutte e tre le cose, forse nessuna. Non so. La verità è che io sono un curioso di istinto zingaresco, un nomade. E poi in Italia mi ero già battuto per cacciare i fascisti. A Cuba ho provato le stesse sensazioni di qualche anno prima. Che volete, ero innamorato».
                              L’avventura comincia. Castro vuole che Gino si occupi dell’inquadramento dei militari più giovani: «La sua era un’organizzazione meticolosa, ci aveva diviso in cellule e s’infuriava, quando la sua ‘macchina’ aveva delle defezioni».
                              I mesi passano in fretta, e all’improvviso arriva quella notte di novembre.
                              Tutti a bordo di una barca che poteva portare al massimo per una giornata una dozzina di gringos amanti della pesca d’altura. «Invece è trascorsa più di una settimana. Una addosso all’altro, in più le armi, i viveri. Inverno, mare agitato. Abbiamo anche sbagliato giorno e luogo dello sbarco».
                              Il 2 dicembre, non lontano dalla città di Manzanillo, li attendevano quarantamila soldati dell’esercito di Batista. «Ma non abbiamo mai avuto paura, ci guidava la passione che avevamo nel cuore. Sapevamo che quelli di Batista ci avrebbero accarezzato a colpi di cannone. E così è stato. È morta la metà dell’equipaggio». I sopravvissuti cercano di raggiungere l’interno, procedono tra le mangrovie, in un pantano, distanziati diverse centinaia di metri l’uno dall’altro, fino alle pendici della Sierra.
                              «Quando ci siamo ritrovati, abbiamo fatto l’appello. Mancava Ernesto». Fidel urla: «Il Che non sta qui, il Che non sta qui». «Poteva anche essere caduto sotto i colpi». Invece no. Si era fermato, vittima di una crisi d’asma. Gino era il tenente della retroguardia, toccava a lui tornare indietro. «Non aspetto l’ordine di Fidel. L’ho ritrovato cinque chilometri più lontano. Stava male, immerso nel fango, ma non lo voleva ammettere. L’ho tirato su: ‘Non pensare di mettermi sulle spalle’, mi disse, ‘perché sulle spalle mi ci metterai solo quando sarò morto’. L’ho preso per un braccio, e insieme siamo tornati al campo».
                              Qualche anno dopo la rivoluzione, Gino Doné ha lasciato Cuba ed è tornato il nomade di sempre: Venezuela, Australia, Indocina, Vietnam e poi Stati uniti, Grecia, Germania, Svizzera. «Con Fidel ogni tanto ci sentiamo al telefono. Ha le sue idee, io le mie. E poi, sono passati cinquant’anni. E’ tutto diverso da quei giorni». Quando non c’erano comandanti, e si era tutti fratelli. «Fidel era destinato a dirigere, a
                              prendere in mano la situazione. Era uno straordinario organizzatore, l’ho detto, e si era sacrificato alla causa con un incredibile senso di abnegazione. Ernesto no, Ernesto di straordinario aveva il cuore, la
                              generosità. Lo ha dimostrato fino all’ultimo, quando a Cuba ha rinunciato a fare il ministro del tesoro, quando è partito per la Bolivia: era troppo presto, poteva andarsene in Argentina, in Perù, in Ecuador. Ma no, lui voleva dare tutto se stesso. Sempre. Io credo che abbia visto e sofferto molto, e da questo sia derivata tutta quella umanità». L’ultima volta che si videro, Gino gli fece uno strano discorso: «Gli ho detto che secondo me era nato per fare il missionario, per aiutare gli altri. Tutto qui». Ma adesso, su che fronte combatterebbe il Che? «No, il Che non avrebbe mai potuto sopravvivere. L’avrebbero comunque crocifisso. Ha sempre fatto del suo meglio, ma ha avuto troppi nemici. Gli americani, certo. La destra reazionaria, sicuro. Ma oggi, anche qualche compagno, qualche esponente di quella che oggi chiamano ‘sinistra’, forse lo tradirebbe».
                              E poi, non è più tempo di rivoluzioni, dice Gino.
                              «Non c’è più nessuno pronto a sacrificarsi per un ideale, ecco. Chi è disposto a mettere in gioco la propria vita, lo fa solo per i soldi. Vedo un orrore crescente: guardate cosa è accaduto in Iraq, una strage
                              nel nome del denaro, una disgrazia per tutta l’umanità.
                              L’unica risposta, l’unica cultura, è quella della disobbedienza alla dittatura del denaro. Con la non-violenza. Strada lunga, epocale:
                              ma è la svolta del terzo millennio».
                              Cosa pensa della situazione politica oggi in America latina? «L’America latina è ricca, ricchissima, ma forse non lo ha ancora
                              capito. E’ un gigante che sta dormendo: ma se comincia a muoversi…».
                              Sull’isola è tornato altre volte, ma quest’anno non ci sarà. «Cuba è un grande esempio di dignità e di educazione: un eccezionale laboratorio culturale e politico, cui tutta l’America latina dovrebbe fare riferimento. Ma sono passati cinquant’anni, e le cose non sono più come
                              allora. E forse è per quello, che mi piacerebbe ricominciare daccapo. Oggi, subito».
                              GUAI AI NEMICI DEL POPOLO

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                              • conogelato
                                Candle in the wind

                                • 17/07/06
                                • 66028

                                #30
                                PIOTR: Anche Gesù è un'icona, ma se la sua esistenza è tutta da verificare
                                quella del Che è recente e ben documentata.

                                Dunque i Cristiani sono tutti idolatri illusi, al contrario degli adepti del Che. Interessante....
                                amate i vostri nemici

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