Spesso queste controversie tra non credere e credere si perdono purtroppo nell'etere forse perché, secondo me, nell'affrontarle manca un metodo, cioè manca quell'oggettività di pensiero che dovrebbe accomunare gli uni e gli altri. Infatti spesso ho potuto notare che invece di dialettica emerge solo soggettivismo.
Io credo che a nessuno piaccia un giorno scoprire che tutto quello che ha pensato e fatto in precedenza non ha alcun senso. Finché il soggetto è giovane egli è aperto a rimettere tutto in discussione, anche se faticoso; è un modo per progredire, ma, quando raggiungi una certa età, scoprire che le tue certezze sono scomparse come neve al sole può risultare catastrofico. Per questo io sostengo che la fede non può essere cieca ma va monitorata continuamente come d'altronde fa chi non crede, un po' come vivere giorno per giorno senza certezze ma nello stesso tempo certi di ciò che faticosamente si è raggiunto e aperti verso il futuro che ancora non ci appartiene anche se in noi già esiste la sua proiezione.
Vorrei che chi non crede capisse questo: i credenti non sono ciechi e sordi al mondo, e questo per due motivi 1) la vita ci porta ad essere razionali anche se le nostre idee sono altrove, 2) non è tanto nella vita che un credente ha la facoltà di diventare santo, nessuno in vita può dichiararsi santo o dichiarare santo qualcuno, ma è la morte che santifica ( nella confidenza di noi stessi, cioé in maniera soggettiva, considerando che quando il mondo se ne andrà non ci sarà più niente per noi di oggettivo), specialmente nella serenità, anche se dolorosa, del beato dubbio corroborato dalla speranza che qualcuno ci sia oltre la soglia.
Quindi se permettete non è la propria vita che al credente interessa molto, anche se nel modo di vivere cerca di mettere il meglio di se, ma è sicuramente la propria morte sulla quale il credente scommette tutta la sua vita.
Io credo che a nessuno piaccia un giorno scoprire che tutto quello che ha pensato e fatto in precedenza non ha alcun senso. Finché il soggetto è giovane egli è aperto a rimettere tutto in discussione, anche se faticoso; è un modo per progredire, ma, quando raggiungi una certa età, scoprire che le tue certezze sono scomparse come neve al sole può risultare catastrofico. Per questo io sostengo che la fede non può essere cieca ma va monitorata continuamente come d'altronde fa chi non crede, un po' come vivere giorno per giorno senza certezze ma nello stesso tempo certi di ciò che faticosamente si è raggiunto e aperti verso il futuro che ancora non ci appartiene anche se in noi già esiste la sua proiezione.
Vorrei che chi non crede capisse questo: i credenti non sono ciechi e sordi al mondo, e questo per due motivi 1) la vita ci porta ad essere razionali anche se le nostre idee sono altrove, 2) non è tanto nella vita che un credente ha la facoltà di diventare santo, nessuno in vita può dichiararsi santo o dichiarare santo qualcuno, ma è la morte che santifica ( nella confidenza di noi stessi, cioé in maniera soggettiva, considerando che quando il mondo se ne andrà non ci sarà più niente per noi di oggettivo), specialmente nella serenità, anche se dolorosa, del beato dubbio corroborato dalla speranza che qualcuno ci sia oltre la soglia.
Quindi se permettete non è la propria vita che al credente interessa molto, anche se nel modo di vivere cerca di mettere il meglio di se, ma è sicuramente la propria morte sulla quale il credente scommette tutta la sua vita.

No, stavo solo scherzando.

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