Ok. Però chi è che decide se un brano pop è "di qualità" o meno?
Certo, è una cosa soggettiva fino ad un certo punto, ma dentro dell'ambito commerciale della musica il denaro e la pubblicità sono una parte chiave per ottenere il successo, almeno finora, forse con i nuovi mezzi come l'internet si potrebbe raddrizzare questa situazione, che è quello che fa paura alle discografiche, guarda sennò con quanta virulenza attaccano in alcuni paesi lo scaricamento di musica. Qua in Spagna, ad esempio, molta gente crede che scaricarsi musica sia illegale sebbene lo facciano, perché ci bombardano con della pubblicità tendenziosa e bugiarda che ci fa credere quello.
E suppongo che a decidere cosa sia di qualità o meno dentro il mondo della musica dovrebbe essere gente che se ne intenda e basta, però senza che questo coinvolga concedergli un'autorevolezza che faccia sì che quello che dicano loro sia la verità assoluta e diventino i nuovi dirigenti del mondo musicale, bensì semplicemente con lo stesso diritto degli altri per dire la sua, in condizioni di uguaglianza. Il problema è che chi dirigono quel mondo oggi come oggi sono degli imprenditori che cercano dei benefici più che altro e hanno nel suo potere i principali canali di distribuzione per immettere i prodotti che vogliono smerciare. La cosa ideale sarebbe che non ci fossero oracoli professionistici e la distribuzione si facesse liberamente da internet dai propri artisti senza che manager e imprenditori diteggiassero dalla retroscena la musica che balliamo.
E vi prego, non citatemi più Sanremo come luogo in cui cercare potenziali talenti. Sanremo è una delle maggiori raccolte della peggior specie di musica mai uscita.
“Io e il mio gatto... siamo due randagi senza nome che non appartengono a nessuno e a cui nessuno appartiene” [cit. Colazione da Tiffany]
Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità [cit: Manifesto futurista] .
Nella foga di parlare della meritocrazia nella pop musica e delle strategie attuate dalle case discografiche (che anche loro per i motivi già elencati non navigano nell'oro e sarà sempre peggio), ci siamo dimenticati di valutare se oggi sia più possibile applicare la meritocrazia nel mondo delle tute blu o sia completamente superata per motivi tecnici. Ovvero, proprio perché non esiste più il lavoro del singolo personaggio che prende in mano il pezzo di legno e ne tira fuori il capolavoro o il pezzo unico. In pratica, fin da ragazzetti, quando si entrava nella "bottega" di un artigiano o di un artista, quelli che si distinguevano sono gli stessi che poi sono stati riconosciuti dalla società di appartenenza e dal mondo. In quel caso la meritocrazia si applicava da sola, senza che nessuno la imponesse. Oggi, invece, la situazione per un operaio, sopratutto se sta nella catena di montaggio, quale meritocrazia si può attuare nei suoi confronti se, tutti sanno fare gli stessi movimenti eseguiti da lui? Nelle botteghe sono passate migliaia di ragazzi, ma non tutti sono diventati Caravaggio, Giotto o Cellini. Tutti gli altri hanno continuato a mischiare i colori o ad arrotare gli scalpelli. Oggi è tutto più difficile, poiché nella grande massa vi potrebbe anche essere il Michelangelo cui non si da la possibilità di emergere, ma la società, cosi com’è organizzata, si può permettere certe distrazioni. Stante la situazione, condivido l'opinione espressa da Aran Benio che, chi ha le palle le tiri fuori da solo, perché difficilmente troverà chi è disposto a farlo per lui/lei.
Per altro, resta il fatto che il nepotismo è esistito in tutti i tempi e sempre esisterà, sopratutto in Italia; però bisogna fare una distinzione tra: l'attività privata e quella pubblica. 2% nella prima, 98% nella seconda. Strategie a parte.
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