I "numeri" sulla violenza degli adolescenti, o dei minorenni in generale (quale ne sia il genere) sono in crescita. Preoccupante?
Dato che, citando Axe, ai numeri, ben torturati, si puo' far confessare qualunque cosa (ed il suo contrario), é lecito, parlando di questo fenomeno, chiedersi se il problema siano i...numeri.
O una realtà soggiacente? (spero abbiate apprezzato la "chicca" linguistica
)
Le cronache riportano con frequenza crescente episodi di rapine violente, accoltellamenti, aggressioni di gruppo e, in casi estremi, omicidi commessi da minorenni. E, come già fatto notare, quale ne sia il genere).
Di fronte a questi fatti, la reazione "classiaca", di chi ha passato gli "anta" è parlare di "gioventù allo sbando" o di "generazione peggiore delle precedenti".
Ma i dati autorizzano davvero questa conclusione?
Nel complesso, tenendo conto della variabilità tra grandi centri urbani e "provincia", la criminalità minorile italiana non mostra un'esplosione tale da giustificare scenari apocalittici. Tuttavia, alcuni indicatori meritano attenzione. Sono aumentati i reati violenti, l'uso o il porto di armi improprie, le aggressioni e le rapine commesse da adolescenti. Non si tratta necessariamente di numeri enormi in valore assoluto, ma di variazioni sufficientemente consistenti da porre interrogativi seri.
Quello che interpella é la natura dei reati. E, parzialmente, un'accresciuta "parità di genere": colpisce ( mi sia concesso il gioco di parole: inevitabile
) una certa disponibilità alla violenza fisica per motivi spesso banali: uno sguardo interpretato male, una provocazione sui social, una lite tra coetanei. In molti casi sembra ridursi la distanza tra conflitto e aggressione, come se venissero meno alcuni meccanismi di contenimento che in passato limitavano il passaggio all'atto.
Inutile nascondere l'influsso della "società". Gli adolescenti non crescono nel vuoto. Essi riflettono, amplificandole, le tensioni del mondo adulto. Una società caratterizzata da relazioni fragili, individualismo crescente, esposizione continua alla competizione e alla ricerca di visibilità difficilmente può aspettarsi che le nuove generazioni sviluppino spontaneamente solide capacità di autocontrollo e gestione dei conflitti. Ma non dimentichiamo che della "Società", ne fanno parte, in una reazione a catena che si autoalimenta, una volta innescata.
"Innescata", appunto.
Anche il ruolo delle tecnologie merita una riflessione. Non perché i social network producano automaticamente violenza, ma perché modificano il modo in cui vengono vissuti il prestigio, l'umiliazione, il consenso del gruppo. Ciò che un tempo rimaneva confinato a pochi testimoni oggi può essere esibito davanti a centinaia o migliaia di persone. La ricerca di riconoscimento assume forme nuove, talvolta inquietanti. Soprattutto perché incontrollabili.
Repressione? Ma non sia maiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!
A parte il garan-buonismo di stretta osservanza politocorretta, la "repressione" é legata all'applicazione della legge quando vengono commessi reati....quindi, é ..."a vacche scappate". Non serve molto, come prevenzione.
La domanda, forse, è un'altra: che cosa stia accadendo nell'esperienza della crescita, della socializzazione e della costruzione dell'identità adolescenziale?
Forse la questione non è se i ragazzi di oggi siano "peggiori" di quelli di ieri. Forse la questione è se dispongano degli stessi strumenti culturali, educativi e relazionali per affrontare paure, frustrazioni e conflitti.
È una differenza sottile, ma decisiva. Perché sposta il dibattito dalla semplice condanna morale alla comprensione di un fenomeno che riguarda l'intera società e non soltanto i suoi adolescenti.
Quindi, il "vero" problema: passare dalla "banalità" (si, banalità: lo so bene) di queste osservazioni, al... "E mo', che famo?"
Per i "dogmatici inossidabili", il problema é di facile soluzione. A loro, se credono, di parlarne.
Per un "laico", c'é da grattarsi il cucuzzolo.
O no?
Dato che, citando Axe, ai numeri, ben torturati, si puo' far confessare qualunque cosa (ed il suo contrario), é lecito, parlando di questo fenomeno, chiedersi se il problema siano i...numeri.
O una realtà soggiacente? (spero abbiate apprezzato la "chicca" linguistica
)Le cronache riportano con frequenza crescente episodi di rapine violente, accoltellamenti, aggressioni di gruppo e, in casi estremi, omicidi commessi da minorenni. E, come già fatto notare, quale ne sia il genere).
Di fronte a questi fatti, la reazione "classiaca", di chi ha passato gli "anta" è parlare di "gioventù allo sbando" o di "generazione peggiore delle precedenti".
Ma i dati autorizzano davvero questa conclusione?
Nel complesso, tenendo conto della variabilità tra grandi centri urbani e "provincia", la criminalità minorile italiana non mostra un'esplosione tale da giustificare scenari apocalittici. Tuttavia, alcuni indicatori meritano attenzione. Sono aumentati i reati violenti, l'uso o il porto di armi improprie, le aggressioni e le rapine commesse da adolescenti. Non si tratta necessariamente di numeri enormi in valore assoluto, ma di variazioni sufficientemente consistenti da porre interrogativi seri.
Quello che interpella é la natura dei reati. E, parzialmente, un'accresciuta "parità di genere": colpisce ( mi sia concesso il gioco di parole: inevitabile
) una certa disponibilità alla violenza fisica per motivi spesso banali: uno sguardo interpretato male, una provocazione sui social, una lite tra coetanei. In molti casi sembra ridursi la distanza tra conflitto e aggressione, come se venissero meno alcuni meccanismi di contenimento che in passato limitavano il passaggio all'atto.Inutile nascondere l'influsso della "società". Gli adolescenti non crescono nel vuoto. Essi riflettono, amplificandole, le tensioni del mondo adulto. Una società caratterizzata da relazioni fragili, individualismo crescente, esposizione continua alla competizione e alla ricerca di visibilità difficilmente può aspettarsi che le nuove generazioni sviluppino spontaneamente solide capacità di autocontrollo e gestione dei conflitti. Ma non dimentichiamo che della "Società", ne fanno parte, in una reazione a catena che si autoalimenta, una volta innescata.
"Innescata", appunto.
Anche il ruolo delle tecnologie merita una riflessione. Non perché i social network producano automaticamente violenza, ma perché modificano il modo in cui vengono vissuti il prestigio, l'umiliazione, il consenso del gruppo. Ciò che un tempo rimaneva confinato a pochi testimoni oggi può essere esibito davanti a centinaia o migliaia di persone. La ricerca di riconoscimento assume forme nuove, talvolta inquietanti. Soprattutto perché incontrollabili.
Repressione? Ma non sia maiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!
A parte il garan-buonismo di stretta osservanza politocorretta, la "repressione" é legata all'applicazione della legge quando vengono commessi reati....quindi, é ..."a vacche scappate". Non serve molto, come prevenzione.
La domanda, forse, è un'altra: che cosa stia accadendo nell'esperienza della crescita, della socializzazione e della costruzione dell'identità adolescenziale?
Forse la questione non è se i ragazzi di oggi siano "peggiori" di quelli di ieri. Forse la questione è se dispongano degli stessi strumenti culturali, educativi e relazionali per affrontare paure, frustrazioni e conflitti.
È una differenza sottile, ma decisiva. Perché sposta il dibattito dalla semplice condanna morale alla comprensione di un fenomeno che riguarda l'intera società e non soltanto i suoi adolescenti.
Quindi, il "vero" problema: passare dalla "banalità" (si, banalità: lo so bene) di queste osservazioni, al... "E mo', che famo?"
Per i "dogmatici inossidabili", il problema é di facile soluzione. A loro, se credono, di parlarne.
Per un "laico", c'é da grattarsi il cucuzzolo.
O no?


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