Picchia, mordi, uccidi, ammazza....

Collapse
X
 
  • Ora
  • Show
Clear All
new posts
  • restodelcarlino
    giullare

    • 13/05/19
    • 12531

    #1

    Picchia, mordi, uccidi, ammazza....

    I "numeri" sulla violenza degli adolescenti, o dei minorenni in generale (quale ne sia il genere) sono in crescita. Preoccupante?
    Dato che, citando Axe, ai numeri, ben torturati, si puo' far confessare qualunque cosa (ed il suo contrario), é lecito, parlando di questo fenomeno, chiedersi se il problema siano i...numeri.
    O una realtà soggiacente? (spero abbiate apprezzato la "chicca" linguistica )
    Le cronache riportano con frequenza crescente episodi di rapine violente, accoltellamenti, aggressioni di gruppo e, in casi estremi, omicidi commessi da minorenni. E, come già fatto notare, quale ne sia il genere).
    Di fronte a questi fatti, la reazione "classiaca", di chi ha passato gli "anta" è parlare di "gioventù allo sbando" o di "generazione peggiore delle precedenti".
    Ma i dati autorizzano davvero questa conclusione?
    Nel complesso, tenendo conto della variabilità tra grandi centri urbani e "provincia", la criminalità minorile italiana non mostra un'esplosione tale da giustificare scenari apocalittici. Tuttavia, alcuni indicatori meritano attenzione. Sono aumentati i reati violenti, l'uso o il porto di armi improprie, le aggressioni e le rapine commesse da adolescenti. Non si tratta necessariamente di numeri enormi in valore assoluto, ma di variazioni sufficientemente consistenti da porre interrogativi seri.
    Quello che interpella é la natura dei reati. E, parzialmente, un'accresciuta "parità di genere": colpisce ( mi sia concesso il gioco di parole: inevitabile ) una certa disponibilità alla violenza fisica per motivi spesso banali: uno sguardo interpretato male, una provocazione sui social, una lite tra coetanei. In molti casi sembra ridursi la distanza tra conflitto e aggressione, come se venissero meno alcuni meccanismi di contenimento che in passato limitavano il passaggio all'atto.
    Inutile nascondere l'influsso della "società". Gli adolescenti non crescono nel vuoto. Essi riflettono, amplificandole, le tensioni del mondo adulto. Una società caratterizzata da relazioni fragili, individualismo crescente, esposizione continua alla competizione e alla ricerca di visibilità difficilmente può aspettarsi che le nuove generazioni sviluppino spontaneamente solide capacità di autocontrollo e gestione dei conflitti. Ma non dimentichiamo che della "Società", ne fanno parte, in una reazione a catena che si autoalimenta, una volta innescata.
    "Innescata", appunto.
    Anche il ruolo delle tecnologie merita una riflessione. Non perché i social network producano automaticamente violenza, ma perché modificano il modo in cui vengono vissuti il prestigio, l'umiliazione, il consenso del gruppo. Ciò che un tempo rimaneva confinato a pochi testimoni oggi può essere esibito davanti a centinaia o migliaia di persone. La ricerca di riconoscimento assume forme nuove, talvolta inquietanti. Soprattutto perché incontrollabili.
    Repressione? Ma non sia maiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!
    A parte il garan-buonismo di stretta osservanza politocorretta, la "repressione" é legata all'applicazione della legge quando vengono commessi reati....quindi, é ..."a vacche scappate". Non serve molto, come prevenzione.
    La domanda, forse, è un'altra: che cosa stia accadendo nell'esperienza della crescita, della socializzazione e della costruzione dell'identità adolescenziale?
    Forse la questione non è se i ragazzi di oggi siano "peggiori" di quelli di ieri. Forse la questione è se dispongano degli stessi strumenti culturali, educativi e relazionali per affrontare paure, frustrazioni e conflitti.
    È una differenza sottile, ma decisiva. Perché sposta il dibattito dalla semplice condanna morale alla comprensione di un fenomeno che riguarda l'intera società e non soltanto i suoi adolescenti.
    Quindi, il "vero" problema: passare dalla "banalità" (si, banalità: lo so bene) di queste osservazioni, al... "E mo', che famo?"
    Per i "dogmatici inossidabili", il problema é di facile soluzione. A loro, se credono, di parlarne.
    Per un "laico", c'é da grattarsi il cucuzzolo.
    O no?

    ...vassapé...
  • Ninag
    Opinionista
    • 05/03/24
    • 1516

    #2
    Originariamente Scritto da restodelcarlino Visualizza Messaggio
    I "numeri" sulla violenza degli adolescenti, o dei minorenni in generale (quale ne sia il genere) sono in crescita. Preoccupante?
    Dato che, citando Axe, ai numeri, ben torturati, si puo' far confessare qualunque cosa (ed il suo contrario), é lecito, parlando di questo fenomeno, chiedersi se il problema siano i...numeri.
    O una realtà soggiacente? (spero abbiate apprezzato la "chicca" linguistica )
    Le cronache riportano con frequenza crescente episodi di rapine violente, accoltellamenti, aggressioni di gruppo e, in casi estremi, omicidi commessi da minorenni. E, come già fatto notare, quale ne sia il genere).
    Di fronte a questi fatti, la reazione "classiaca", di chi ha passato gli "anta" è parlare di "gioventù allo sbando" o di "generazione peggiore delle precedenti".
    Ma i dati autorizzano davvero questa conclusione?
    Nel complesso, tenendo conto della variabilità tra grandi centri urbani e "provincia", la criminalità minorile italiana non mostra un'esplosione tale da giustificare scenari apocalittici. Tuttavia, alcuni indicatori meritano attenzione. Sono aumentati i reati violenti, l'uso o il porto di armi improprie, le aggressioni e le rapine commesse da adolescenti. Non si tratta necessariamente di numeri enormi in valore assoluto, ma di variazioni sufficientemente consistenti da porre interrogativi seri.
    Quello che interpella é la natura dei reati. E, parzialmente, un'accresciuta "parità di genere": colpisce ( mi sia concesso il gioco di parole: inevitabile ) una certa disponibilità alla violenza fisica per motivi spesso banali: uno sguardo interpretato male, una provocazione sui social, una lite tra coetanei. In molti casi sembra ridursi la distanza tra conflitto e aggressione, come se venissero meno alcuni meccanismi di contenimento che in passato limitavano il passaggio all'atto.
    Inutile nascondere l'influsso della "società". Gli adolescenti non crescono nel vuoto. Essi riflettono, amplificandole, le tensioni del mondo adulto. Una società caratterizzata da relazioni fragili, individualismo crescente, esposizione continua alla competizione e alla ricerca di visibilità difficilmente può aspettarsi che le nuove generazioni sviluppino spontaneamente solide capacità di autocontrollo e gestione dei conflitti. Ma non dimentichiamo che della "Società", ne fanno parte, in una reazione a catena che si autoalimenta, una volta innescata.
    "Innescata", appunto.
    Anche il ruolo delle tecnologie merita una riflessione. Non perché i social network producano automaticamente violenza, ma perché modificano il modo in cui vengono vissuti il prestigio, l'umiliazione, il consenso del gruppo. Ciò che un tempo rimaneva confinato a pochi testimoni oggi può essere esibito davanti a centinaia o migliaia di persone. La ricerca di riconoscimento assume forme nuove, talvolta inquietanti. Soprattutto perché incontrollabili.
    Repressione? Ma non sia maiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!
    A parte il garan-buonismo di stretta osservanza politocorretta, la "repressione" é legata all'applicazione della legge quando vengono commessi reati....quindi, é ..."a vacche scappate". Non serve molto, come prevenzione.
    La domanda, forse, è un'altra: che cosa stia accadendo nell'esperienza della crescita, della socializzazione e della costruzione dell'identità adolescenziale?
    Forse la questione non è se i ragazzi di oggi siano "peggiori" di quelli di ieri. Forse la questione è se dispongano degli stessi strumenti culturali, educativi e relazionali per affrontare paure, frustrazioni e conflitti.
    È una differenza sottile, ma decisiva. Perché sposta il dibattito dalla semplice condanna morale alla comprensione di un fenomeno che riguarda l'intera società e non soltanto i suoi adolescenti.
    Quindi, il "vero" problema: passare dalla "banalità" (si, banalità: lo so bene) di queste osservazioni, al... "E mo', che famo?"
    Per i "dogmatici inossidabili", il problema é di facile soluzione. A loro, se credono, di parlarne.
    Per un "laico", c'é da grattarsi il cucuzzolo.
    O no?
    Sono i fatti di cronaca che ci portano a pensare a una deriva, se è vero che le persone poco rispettose dei propri simili ci sono sempre state, sembrerebbe che ci stata una spinta maggiore verso certe modalità comportamentali, in modo particolare pare che alcuni individui quando si trovano in gruppo perdano del tutto l'autocontrollo( che già l'autocontrollo dovrebbe essere naturale), mi ricordo un film con Donald Sutherland, in cui una folla impazzita diventa protagonista di un'aggressione, non ricordo bene i dettagli, quello che mi rammento è che ebbi una percezione molto intensa, capì che la folla aveva perso del tutto la razionalità.
    Probabilmente nei gruppi vengono messi in atto comportamenti di cui non ci si sente colpevoli, proprio questa mattina ho visto l'immagine di una ragazza che qualcuno ha cercato di violentare, possiamo dire che forse in passato queste cose potevano accadere più facilmente e a noi che viviamo in paesi che reputiamo " civili" non potessero più accadere.
    L'altro problema sono i modelli di riferimento, che anche a grandi livelli istituzionali non sempre danno il buon esempio, spesso si rendono protagonisti di guerre terribili, di cui ai più sfuggono le ragioni.

    Comment

    • axeUgene
      Opinionista

      • 17/04/10
      • 24579

      #3
      problemi troppo grandi;

      a occhio, una persona si dedica alla virtù se ha una prospettiva concreta e graduale di gratificazione di sé: faccio questo, sono figo, farò molto sesso; chest'è...

      se si verifica uno slittamento di tappe percepite, non si elaborano obiettivi e se ne scelgono di surrogati, potenza, violenza, ecc... l'identità non trova un ruolo, e fa con quello che suggerisce l'ormone;

      l'emigrazione di giovani qualificati è il segno di un ambiente in cui ci si può raccontare poco una storia bella, in cui avere un ruolo, con desideri di qualità;
      e i vecchi spaventati come noi, che desideri possono suggerire ?
      c'è del lardo in Garfagnana

      Comment

      Working...