Picchia, mordi, uccidi, ammazza....

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  • restodelcarlino
    giullare

    • 13/05/19
    • 12538

    #1

    Picchia, mordi, uccidi, ammazza....

    I "numeri" sulla violenza degli adolescenti, o dei minorenni in generale (quale ne sia il genere) sono in crescita. Preoccupante?
    Dato che, citando Axe, ai numeri, ben torturati, si puo' far confessare qualunque cosa (ed il suo contrario), é lecito, parlando di questo fenomeno, chiedersi se il problema siano i...numeri.
    O una realtà soggiacente? (spero abbiate apprezzato la "chicca" linguistica )
    Le cronache riportano con frequenza crescente episodi di rapine violente, accoltellamenti, aggressioni di gruppo e, in casi estremi, omicidi commessi da minorenni. E, come già fatto notare, quale ne sia il genere).
    Di fronte a questi fatti, la reazione "classiaca", di chi ha passato gli "anta" è parlare di "gioventù allo sbando" o di "generazione peggiore delle precedenti".
    Ma i dati autorizzano davvero questa conclusione?
    Nel complesso, tenendo conto della variabilità tra grandi centri urbani e "provincia", la criminalità minorile italiana non mostra un'esplosione tale da giustificare scenari apocalittici. Tuttavia, alcuni indicatori meritano attenzione. Sono aumentati i reati violenti, l'uso o il porto di armi improprie, le aggressioni e le rapine commesse da adolescenti. Non si tratta necessariamente di numeri enormi in valore assoluto, ma di variazioni sufficientemente consistenti da porre interrogativi seri.
    Quello che interpella é la natura dei reati. E, parzialmente, un'accresciuta "parità di genere": colpisce ( mi sia concesso il gioco di parole: inevitabile ) una certa disponibilità alla violenza fisica per motivi spesso banali: uno sguardo interpretato male, una provocazione sui social, una lite tra coetanei. In molti casi sembra ridursi la distanza tra conflitto e aggressione, come se venissero meno alcuni meccanismi di contenimento che in passato limitavano il passaggio all'atto.
    Inutile nascondere l'influsso della "società". Gli adolescenti non crescono nel vuoto. Essi riflettono, amplificandole, le tensioni del mondo adulto. Una società caratterizzata da relazioni fragili, individualismo crescente, esposizione continua alla competizione e alla ricerca di visibilità difficilmente può aspettarsi che le nuove generazioni sviluppino spontaneamente solide capacità di autocontrollo e gestione dei conflitti. Ma non dimentichiamo che della "Società", ne fanno parte, in una reazione a catena che si autoalimenta, una volta innescata.
    "Innescata", appunto.
    Anche il ruolo delle tecnologie merita una riflessione. Non perché i social network producano automaticamente violenza, ma perché modificano il modo in cui vengono vissuti il prestigio, l'umiliazione, il consenso del gruppo. Ciò che un tempo rimaneva confinato a pochi testimoni oggi può essere esibito davanti a centinaia o migliaia di persone. La ricerca di riconoscimento assume forme nuove, talvolta inquietanti. Soprattutto perché incontrollabili.
    Repressione? Ma non sia maiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!
    A parte il garan-buonismo di stretta osservanza politocorretta, la "repressione" é legata all'applicazione della legge quando vengono commessi reati....quindi, é ..."a vacche scappate". Non serve molto, come prevenzione.
    La domanda, forse, è un'altra: che cosa stia accadendo nell'esperienza della crescita, della socializzazione e della costruzione dell'identità adolescenziale?
    Forse la questione non è se i ragazzi di oggi siano "peggiori" di quelli di ieri. Forse la questione è se dispongano degli stessi strumenti culturali, educativi e relazionali per affrontare paure, frustrazioni e conflitti.
    È una differenza sottile, ma decisiva. Perché sposta il dibattito dalla semplice condanna morale alla comprensione di un fenomeno che riguarda l'intera società e non soltanto i suoi adolescenti.
    Quindi, il "vero" problema: passare dalla "banalità" (si, banalità: lo so bene) di queste osservazioni, al... "E mo', che famo?"
    Per i "dogmatici inossidabili", il problema é di facile soluzione. A loro, se credono, di parlarne.
    Per un "laico", c'é da grattarsi il cucuzzolo.
    O no?

    ...vassapé...
  • Ninag
    Opinionista
    • 05/03/24
    • 1516

    #2
    Originariamente Scritto da restodelcarlino Visualizza Messaggio
    I "numeri" sulla violenza degli adolescenti, o dei minorenni in generale (quale ne sia il genere) sono in crescita. Preoccupante?
    Dato che, citando Axe, ai numeri, ben torturati, si puo' far confessare qualunque cosa (ed il suo contrario), é lecito, parlando di questo fenomeno, chiedersi se il problema siano i...numeri.
    O una realtà soggiacente? (spero abbiate apprezzato la "chicca" linguistica )
    Le cronache riportano con frequenza crescente episodi di rapine violente, accoltellamenti, aggressioni di gruppo e, in casi estremi, omicidi commessi da minorenni. E, come già fatto notare, quale ne sia il genere).
    Di fronte a questi fatti, la reazione "classiaca", di chi ha passato gli "anta" è parlare di "gioventù allo sbando" o di "generazione peggiore delle precedenti".
    Ma i dati autorizzano davvero questa conclusione?
    Nel complesso, tenendo conto della variabilità tra grandi centri urbani e "provincia", la criminalità minorile italiana non mostra un'esplosione tale da giustificare scenari apocalittici. Tuttavia, alcuni indicatori meritano attenzione. Sono aumentati i reati violenti, l'uso o il porto di armi improprie, le aggressioni e le rapine commesse da adolescenti. Non si tratta necessariamente di numeri enormi in valore assoluto, ma di variazioni sufficientemente consistenti da porre interrogativi seri.
    Quello che interpella é la natura dei reati. E, parzialmente, un'accresciuta "parità di genere": colpisce ( mi sia concesso il gioco di parole: inevitabile ) una certa disponibilità alla violenza fisica per motivi spesso banali: uno sguardo interpretato male, una provocazione sui social, una lite tra coetanei. In molti casi sembra ridursi la distanza tra conflitto e aggressione, come se venissero meno alcuni meccanismi di contenimento che in passato limitavano il passaggio all'atto.
    Inutile nascondere l'influsso della "società". Gli adolescenti non crescono nel vuoto. Essi riflettono, amplificandole, le tensioni del mondo adulto. Una società caratterizzata da relazioni fragili, individualismo crescente, esposizione continua alla competizione e alla ricerca di visibilità difficilmente può aspettarsi che le nuove generazioni sviluppino spontaneamente solide capacità di autocontrollo e gestione dei conflitti. Ma non dimentichiamo che della "Società", ne fanno parte, in una reazione a catena che si autoalimenta, una volta innescata.
    "Innescata", appunto.
    Anche il ruolo delle tecnologie merita una riflessione. Non perché i social network producano automaticamente violenza, ma perché modificano il modo in cui vengono vissuti il prestigio, l'umiliazione, il consenso del gruppo. Ciò che un tempo rimaneva confinato a pochi testimoni oggi può essere esibito davanti a centinaia o migliaia di persone. La ricerca di riconoscimento assume forme nuove, talvolta inquietanti. Soprattutto perché incontrollabili.
    Repressione? Ma non sia maiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!
    A parte il garan-buonismo di stretta osservanza politocorretta, la "repressione" é legata all'applicazione della legge quando vengono commessi reati....quindi, é ..."a vacche scappate". Non serve molto, come prevenzione.
    La domanda, forse, è un'altra: che cosa stia accadendo nell'esperienza della crescita, della socializzazione e della costruzione dell'identità adolescenziale?
    Forse la questione non è se i ragazzi di oggi siano "peggiori" di quelli di ieri. Forse la questione è se dispongano degli stessi strumenti culturali, educativi e relazionali per affrontare paure, frustrazioni e conflitti.
    È una differenza sottile, ma decisiva. Perché sposta il dibattito dalla semplice condanna morale alla comprensione di un fenomeno che riguarda l'intera società e non soltanto i suoi adolescenti.
    Quindi, il "vero" problema: passare dalla "banalità" (si, banalità: lo so bene) di queste osservazioni, al... "E mo', che famo?"
    Per i "dogmatici inossidabili", il problema é di facile soluzione. A loro, se credono, di parlarne.
    Per un "laico", c'é da grattarsi il cucuzzolo.
    O no?
    Sono i fatti di cronaca che ci portano a pensare a una deriva, se è vero che le persone poco rispettose dei propri simili ci sono sempre state, sembrerebbe che ci stata una spinta maggiore verso certe modalità comportamentali, in modo particolare pare che alcuni individui quando si trovano in gruppo perdano del tutto l'autocontrollo( che già l'autocontrollo dovrebbe essere naturale), mi ricordo un film con Donald Sutherland, in cui una folla impazzita diventa protagonista di un'aggressione, non ricordo bene i dettagli, quello che mi rammento è che ebbi una percezione molto intensa, capì che la folla aveva perso del tutto la razionalità.
    Probabilmente nei gruppi vengono messi in atto comportamenti di cui non ci si sente colpevoli, proprio questa mattina ho visto l'immagine di una ragazza che qualcuno ha cercato di violentare, possiamo dire che forse in passato queste cose potevano accadere più facilmente e a noi che viviamo in paesi che reputiamo " civili" non potessero più accadere.
    L'altro problema sono i modelli di riferimento, che anche a grandi livelli istituzionali non sempre danno il buon esempio, spesso si rendono protagonisti di guerre terribili, di cui ai più sfuggono le ragioni.

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    • axeUgene
      Opinionista

      • 17/04/10
      • 24580

      #3
      problemi troppo grandi;

      a occhio, una persona si dedica alla virtù se ha una prospettiva concreta e graduale di gratificazione di sé: faccio questo, sono figo, farò molto sesso; chest'è...

      se si verifica uno slittamento di tappe percepite, non si elaborano obiettivi e se ne scelgono di surrogati, potenza, violenza, ecc... l'identità non trova un ruolo, e fa con quello che suggerisce l'ormone;

      l'emigrazione di giovani qualificati è il segno di un ambiente in cui ci si può raccontare poco una storia bella, in cui avere un ruolo, con desideri di qualità;
      e i vecchi spaventati come noi, che desideri possono suggerire ?
      c'è del lardo in Garfagnana

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      • dark lady
        la viaggiatrice
        • 09/03/05
        • 70458

        #4
        L'aumento della criminalità minorile è un dato di fatto, purtroppo. Vi condivido qui parte di un articolo che ho scritto qualche mese fa in merito per uno dei settimanali per cui collaboro, intervistando un addetto ai lavori. Che chiarisce alcune delle principali problematiche relative.

        Il disagio giovanile rappresenta un problema in crescita. I numeri dei servizi sociali del Comune di Cremona parlano chiaro: si parla di oltre un centinaio di casi seguiti complessivamente.
        A spiegarlo è Francesco Lazzari, dello staff del settore Minori, Giovani e Famiglia del servizio.
        “Si tratta di destinatari di interventi molto diversi tra loro: dal supporto e sostegno alla famiglia nei compiti educativi, anche attraverso il sostegno scolastico, fino all’inserimento in attività come i centri estivi, passando per interventi più strutturati, a seconda delle problematiche” spiega.
        Le motivazioni di questo incremento, peraltro, non sono chiare o ben definite. “Possiamo solo fare delle ipotesi” chiarisce Lazzari. “Un primo fattore è legato al funzionamento dei servizi: negli ultimi anni il servizio sociale ha potenziato la propria capacità di rilevazione, anche grazie a un lavoro più strutturato con il territorio e con le agenzie educative, in particolare con la scuola, che oggi è più capace di intercettare e segnalare situazioni critiche. Un secondo fattore riguarda elementi di tipo sociologico più ampio. La povertà materiale ed educativa è in crescita, e questo si riflette sulle difficoltà delle famiglie nel rispondere ai bisogni dei figli. Di conseguenza aumentano anche le situazioni di fragilità e di difficoltà educativa”.
        Un dato significativo riguarda famiglie che provengono da percorsi di accoglienza ormai avanzati, con figli di seconda generazione. “In questi nuclei spesso emergono crisi legate al divario culturale tra genitori e figli” chiarisce l’operatore. “I genitori restano ancorati a modelli educativi e culturali del paese di origine, mentre i figli vivono una realtà completamente diversa. Un cortocircuito che può portare a situazioni conflittuali e a segnalazioni, anche per grave maltrattamento”.
        Parallelamente si registra anche un aumento dei casi di criminalità minorile. “Pur restando una realtà più contenuta rispetto ad altri territori, Cremona ha visto crescere il numero dei procedimenti attivi” spiega Lazzari. “Quando intorno al 2009-2010 sono stati avviati i primi progetti dedicati al penale minorile, le situazioni seguite erano circa 15-20 all’anno nell’ambito di Cremona. Oggi, a livello provinciale, i procedimenti aperti superano i cento, includendo anche Crema. Di questi, circa il 60 per cento riguarda l’ambito di Cremona e, a sua volta, circa la metà è concentrata in città”.
        Un quadro tutt’altro che edificante, e su cui è necessario correre ai ripari. “Il mondo sta riservando alle giovani generazioni una successione impressionante di eventi destabilizzanti e gli adulti devono sapere accompagnare l'inquietudine che ne deriva” commenta l’assessore ai Servizi Sociali, Marina Della Giovanna. “Le riflessioni che il Settore Politiche Sociali del Comune di Cremona da diverso tempo porta avanti sulle proposte da mettere in campo per stare al fianco degli adolescenti, che sempre più spesso manifestano malessere durante la crescita, faticano a pensare il proprio futuro, finendo inevitabilmente con l'apparire problematici agli occhi degli adulti, hanno portato ad investire significativamente nella promozione di iniziative e progettualità in collaborazione con altre realtà pubbliche e private del territorio, con un'interazione crescente tra servizi sociali ed educativi, scuole, cooperative sociali, mondi associativi. Crediamo che questo significhi dare concretezza alla costruzione di quel patto di corresponsabilità verso le nuove generazioni che viene evocato nel dibattito pubblico con il concetto di comunità educante. Per affrontare il disagio giovanile servono certamente politiche sociali integrate, ma serve anche una comunità che non si volti dall’altra parte ma sappia creare spazi di relazione autentici e offrire adulti credibili e presenti”.
        “Io e il mio gatto... siamo due randagi senza nome che non appartengono a nessuno e a cui nessuno appartiene” [cit. Colazione da Tiffany]

        Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità [cit: Manifesto futurista] .

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        • dark lady
          la viaggiatrice
          • 09/03/05
          • 70458

          #5
          E questa invece è l'intervista a una psicologa, sempre su questo tema, che spiega le motivazioni che stanno dietro, dal punto di vista psicologico, a questa deriva

          “Io e il mio gatto... siamo due randagi senza nome che non appartengono a nessuno e a cui nessuno appartiene” [cit. Colazione da Tiffany]

          Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità [cit: Manifesto futurista] .

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          • restodelcarlino
            giullare

            • 13/05/19
            • 12538

            #6
            Originariamente Scritto da Ninag Visualizza Messaggio

            Sono i fatti di cronaca che ci portano a pensare a una deriva, se è vero che le persone poco rispettose dei propri simili ci sono sempre state, sembrerebbe che ci stata una spinta maggiore verso certe modalità comportamentali, in modo particolare pare che alcuni individui quando si trovano in gruppo perdano del tutto l'autocontrollo( che già l'autocontrollo dovrebbe essere naturale), mi ricordo un film con Donald Sutherland, in cui una folla impazzita diventa protagonista di un'aggressione, non ricordo bene i dettagli, quello che mi rammento è che ebbi una percezione molto intensa, capì che la folla aveva perso del tutto la razionalità.
            Probabilmente nei gruppi vengono messi in atto comportamenti di cui non ci si sente colpevoli, proprio questa mattina ho visto l'immagine di una ragazza che qualcuno ha cercato di violentare, possiamo dire che forse in passato queste cose potevano accadere più facilmente e a noi che viviamo in paesi che reputiamo " civili" non potessero più accadere.
            L'altro problema sono i modelli di riferimento, che anche a grandi livelli istituzionali non sempre danno il buon esempio, spesso si rendono protagonisti di guerre terribili, di cui ai più sfuggono le ragioni.
            Il fenomeno del "branco" non é nuovo: esiste da sempre. Per "qualcuno", anche qui... ... Quello che mi colpisce è che oggi sembri ridursi sempre di più la distanza tra una "ragazzata" ed un'aggressione. Come se mancasse quel freno che un tempo, almeno in parte, faceva dire: "Fin qui, e non oltre".
            E concordo sui modelli: i ragazzi imparano dagli adulti molto più da ciò che fanno che da ciò che predicano.

            ...vassapé...

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            • restodelcarlino
              giullare

              • 13/05/19
              • 12538

              #7
              Originariamente Scritto da axeUgene Visualizza Messaggio
              problemi troppo grandi;

              a occhio, una persona si dedica alla virtù se ha una prospettiva concreta e graduale di gratificazione di sé: faccio questo, sono figo, farò molto sesso; chest'è...

              se si verifica uno slittamento di tappe percepite, non si elaborano obiettivi e se ne scelgono di surrogati, potenza, violenza, ecc... l'identità non trova un ruolo, e fa con quello che suggerisce l'ormone;

              l'emigrazione di giovani qualificati è il segno di un ambiente in cui ci si può raccontare poco una storia bella, in cui avere un ruolo, con desideri di qualità;
              e i vecchi spaventati come noi, che desideri possono suggerire ?
              Axe, me sa che (more solito) ci hai raggione. Se il giovane (quale ne possa essere il genere... o no? Magari me lo chiarisci... 😏) non intravede una prospettiva credibile di realizzazione, è facile che si costruisca dei surrogati. E allora, non potendo diventare "qualcuno", può accontentarsi di diventare "uno di cui si parla". Anche male.
              È una scorciatoia antropologica, prima ancora che sociale.
              Quanto a noi "adulti" spaventati... beh, siamo un po' nella situazione del naufrago che, aggrappato alla propria tavola, impartisce lezioni di nuoto ai giovani. Non è affatto detto che la nostra autorevolezza ne esca rafforzata.
              ...vassapé...

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              • restodelcarlino
                giullare

                • 13/05/19
                • 12538

                #8
                dark lady
                Confesso: arrivare in fondo ai tuoi interventi (uno-due pugilistico) è stato un autentico atto di eroismo civico. Mi sento come un maratoneta al traguardo, in attesa di flebo e massaggiatore. Mica so' Ale. 😄
                Ma la cosa che mi preoccupa davvero è un'altra: ti ho trovata incredibilmente seria. Controlla la temperatura... oppure dimmi che da qualche parte avevi nascosto una battuta e sono stato io a non accorgermene.
                Venendo al merito, mi colpisce soprattutto una frase: "possiamo solo fare delle ipotesi". Ed è probabilmente la più onesta di tutto il dibattito. Povertà educativa, fragilità familiare, incapacità di gestire le emozioni, modelli culturali, social network... probabilmente c'è un po' di tutto.
                Il problema è che abbiamo un elenco di possibili concause, ma non sappiamo davvero quale pesi di più. E senza una diagnosi condivisa, il rischio è che ognuno proponga la sua terapia preferita: più scuola, più psicologi, più famiglia, più repressione, più sport... e così via.
                Insomma, il "perché" resta ancora la domanda più interessante. Ed è forse quella a cui sappiamo rispondere di meno.
                Last edited by restodelcarlino; Ieri, 13:56.
                ...vassapé...

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                • dark lady
                  la viaggiatrice
                  • 09/03/05
                  • 70458

                  #9
                  Originariamente Scritto da restodelcarlino Visualizza Messaggio
                  dark lady
                  Confesso: arrivare in fondo ai tuoi interventi (uno-due pugilistico) è stato un autentico atto di eroismo civico. Mi sento come un maratoneta al traguardo, in attesa di flebo e massaggiatore. Mica so' Ale. 😄
                  Ma la cosa che mi preoccupa davvero è un'altra: ti ho trovata incredibilmente seria. Controlla la temperatura... oppure dimmi che da qualche parte avevi nascosto una battuta e sono stato io a non accorgermene.
                  Venendo al merito, mi colpisce soprattutto una frase: "possiamo solo fare delle ipotesi". Ed è probabilmente la più onesta di tutto il dibattito. Povertà educativa, fragilità familiare, incapacità di gestire le emozioni, modelli culturali, social network... probabilmente c'è un po' di tutto.
                  Il problema è che abbiamo un elenco di possibili concause, ma non sappiamo davvero quale pesi di più. E senza una diagnosi condivisa, il rischio è che ognuno proponga la sua terapia preferita: più scuola, più psicologi, più famiglia, più repressione, più sport... e così via.
                  Insomma, il "perché" resta ancora la domanda più interessante. Ed è forse quella a cui sappiamo rispondere di meno.
                  Beh, in realtà l'intervento non è "mio" ma di chi ho intervistato e che mi ha riportato il proprio punto di vista. Ossia, gli addetti ai lavori. Tendenzialmente, su argomenti così delicati preferisco ascoltare che dire la mia.
                  E per forza ero seria: sono articoli usciti su giornali, mica posso metterci dentro battute...
                  “Io e il mio gatto... siamo due randagi senza nome che non appartengono a nessuno e a cui nessuno appartiene” [cit. Colazione da Tiffany]

                  Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità [cit: Manifesto futurista] .

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                  • restodelcarlino
                    giullare

                    • 13/05/19
                    • 12538

                    #10
                    Originariamente Scritto da dark lady Visualizza Messaggio


                    E per forza ero seria: sono articoli usciti su giornali, mica posso metterci dentro battute...
                    "seria"....nel senso che ricordi un copincollatore dalla citazione facile...

                    ...vassapé...

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                    • dark lady
                      la viaggiatrice
                      • 09/03/05
                      • 70458

                      #11
                      Originariamente Scritto da restodelcarlino Visualizza Messaggio

                      "seria"....nel senso che ricordi un copincollatore dalla citazione facile...
                      Va beh, io almeno ho postato robe mie!
                      “Io e il mio gatto... siamo due randagi senza nome che non appartengono a nessuno e a cui nessuno appartiene” [cit. Colazione da Tiffany]

                      Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità [cit: Manifesto futurista] .

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                      • axeUgene
                        Opinionista

                        • 17/04/10
                        • 24580

                        #12
                        Originariamente Scritto da restodelcarlino Visualizza Messaggio
                        Venendo al merito, mi colpisce soprattutto una frase: "possiamo solo fare delle ipotesi". Ed è probabilmente la più onesta di tutto il dibattito. Povertà educativa, fragilità familiare, incapacità di gestire le emozioni, modelli culturali, social network... probabilmente c'è un po' di tutto.
                        Il problema è che abbiamo un elenco di possibili concause, ma non sappiamo davvero quale pesi di più. E senza una diagnosi condivisa, il rischio è che ognuno proponga la sua terapia preferita: più scuola, più psicologi, più famiglia, più repressione, più sport... e così via.
                        Insomma, il "perché" resta ancora la domanda più interessante. Ed è forse quella a cui sappiamo rispondere di meno.
                        io davvero non saprei che dire;
                        volendo osservare e cercare un'approssimazione, vedo che la delinquenza giovanile c'è un po' ovunque, e da noi meno che altrove;
                        quello che mi colpisce, nonostante i nostri giovani non siano peggio degli altri europei sul piano morale medio, è la loro sprovvedutezza intellettuale media, a parità di istruzione;
                        dove per "intellettuale" intendo la capacità di articolare pensieri e idee in modo maturo su una serie di soggetti civici e generali;

                        non credo sia una carenza della scuola in quanto tale, ma piuttosto un tratto depressivo dell'identità sociale degli italiani, che osservo da tanti anni e comparo coi giovani francesi e tedeschi, pure olandesi e belgi, spagnoli...

                        del resto, mi pare lo specchio della bassa qualità civico-intellettuale degli adulti, anche i qualificati; non mi voglio dilungare e annoiare, ma il sunto di questa osservazione ritorna proprio su una "povertà" identitaria nella quale si viene educati, un po' a tutti i livelli, e che produce bassa qualità, scarsa appartenenza, cura, orgoglio;
                        e tutto questo sgancia dall'elaborazione dei desideri, se non in un'accezione esclusivamente privata e di corto respiro;
                        il punto è che tutti siamo bussole di prossimità per chi ci sta vicino, e si fa media di squadra con quelle 5/6 persone che frequentiamo di più; se in quell'ambito non circola una propensione ad elaborare idee e desideri di qualità, quello che diventa ridondante è la depressione sociale e tutto il resto.



                        c'è del lardo in Garfagnana

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