Originariamente Scritto da anaffettivo
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il tuo "errore", qui culturale e "politico", dato che non posso immaginare sia tecnico-concettuale, sta nella pretesa di rappresentare una modellistica di tipo economico come se quella avesse la stessa aderenza e nomoteticità di un modello matematico; forse sei un econometrista, boh...
in realtà, è proprio perché ho studiato, tra le altre cose, la metodologia delle scienze sociali - come la politologia, la sociologia, le relazioni internazionali, gli studi strategici e l'economia stessa, che devo porre dei limiti molto chiari alla significatività di un modello riportato ad una circostanza concreta, valutando caratteristiche di intensione ed estensione, che comunque non ti dovrebbero essere estranee;
siccome i "casi-paese" sono tutti strutturalmente molto diversi se consideri il terreno concreto di traduzione sociale di una politica, la modellistica può offrire alcuni suggerimenti e aiutare a formulare ipotesi; ma con la premessa fondamentale che le idiosincrasie sono comunque determinanti nel valutare l'impatto di scelte concrete fondate sulle ipotesi che quelle peculiarità devono per forza congelare;
se tu pianifichi un viaggio articolato a tappe in treno in Olanda, confidando negli orari, calcolerai margini diversi di ritardo e contrattempi da quelli che devi contemplare per un progetto analogo in Perù, o in un altro paese dalla conformazione montuosa e caratterizzato da una minor propensione all'efficienza e alla puntualità;
se ometti questa taratura ed elabori il modello su quello olandese, offri all'interlocutore una visione falsata;
se poi le variabili che congeli in quel modello sono tante e macroscopicamente rilevanti, te saluto alla significatività e operabilità;
il raffronto - scientifico - delle capacità predittive dei modelli di comportamento sociale a variabili multiple e/o congelate nei macrosistemi porta generalmente ad escludere una predittività significativa nei casi-paese; a meno che ovviamente il modello non sia stato elaborato e tarato sulle caratteristiche specifiche di quel sistema, allorché si parla pochissimo di nomoteticità - e cioè della capacità di formulare leggi che si rivelino valide ovunque - ma di idiograficità, e cioè della descrizione del comportamento di quel peculiare sistema;
in soldoni, puoi pure formulare ipotesi italiane a partire dal raffronto con l'Argentina, l'Ungheria o l'UK, ma poi devi prendere con le molle quei risultati; a meno, ovviamente, di non volertene servire per influenzare l'opinione pubblica in sostegno ad una scelta politica, rendendola più appetibile di quanto un'osservazione prudente e scientifica la farebbe valutare;
Chiarita la definizione di svalutazione, diviene ovvia una conseguenze. Attribuendo una moneta forte ad un paese che ha, per via delle inefficienze da te citate, ha scarso credito sul mercato fa venire meno la "punizione" del mercato su quelle inefficienze.
gli antagonisti dell'euro piangono esattamente il fatto che la moneta forte espone le merci alla punizione del mercato, poiché sottrae un meccanismo di adeguamento del prezzo alla domanda;
qui hai una o più rigidità del prezzo che si incontrano su alcune componenti del prodotto, in primis il costo del lavoro, a sua volta composto da diversi elementi;
perciò rimane disponibile solo l'opzione di incrementare la qualità del prodotto e l'efficienza del servizio, che è una sfida in termini di rischio d'impresa, perciò temuta dall'imprenditore come rischio intrinseco;
Sulle altre considerazioni che fai, su fattori che ritieni determinanti, si nota ancora una volta lo scarso amore per le tematiche quantitative. Per quanto possa essere un cavallo di battaglia con cui Grillo arringa le folle, l'evasione non crea detrimento al pil. Né maggiori entrate fiscali fovorirebbero il pil.
Non si tratta di una facoltà magica. Dipende dalla volontà di terzi di dare credito.
Sui sussidi alla FIAT sono fondamentalmente d'accordo, ma non va confusa questa distorsione del mercato (grave ma comunque relativamente, rispetto alla totalità del sistema industriale italiano link interessante) con il fatto, normale, che esistano prodotti con vari livelli di qualità e quindi vari livelli di prezzo.
Sui sussidi alla FIAT sono fondamentalmente d'accordo, ma non va confusa questa distorsione del mercato (grave ma comunque relativamente, rispetto alla totalità del sistema industriale italiano link interessante) con il fatto, normale, che esistano prodotti con vari livelli di qualità e quindi vari livelli di prezzo.
I profitti non si dirottano, semmai gli utili. Gli utili della FIAT vanno alla Exor, che ovviamente in parte li reinveste nel mercato azionario, come faccio anch'io del resto tramite il portafoglio titoli del mio conto, ma questo non le garantisce di solito né gli utili, né il controllo.
Le uniche società su cui Exor ha un effettivo controllo sono FIAT (varie declinazioni), Juventus, una società immobiliare ed una piccola banca d'investimenti.
Ma a parte il caso specifico, non capisco il ragionamento. Che significa dirottare i profitti su "utilities" a rendimento protetto? Se il rendimento è protetto, semmai fai il contrario. Fai utili dove sei protetto (così stai sicuro) e una parte la investi dove è rischioso. La normale diversificazione dell'investimento.
Le uniche società su cui Exor ha un effettivo controllo sono FIAT (varie declinazioni), Juventus, una società immobiliare ed una piccola banca d'investimenti.
Ma a parte il caso specifico, non capisco il ragionamento. Che significa dirottare i profitti su "utilities" a rendimento protetto? Se il rendimento è protetto, semmai fai il contrario. Fai utili dove sei protetto (così stai sicuro) e una parte la investi dove è rischioso. La normale diversificazione dell'investimento.
la Toro Ass. da chi è controllata ? la Gabetti ?
a suo tempo, Mucchetti (gioranlista economico, ora senatore PD) fece un documentato studio sulla dismissione di rami d'azienda di core business da parte di grandi imprese e investimento in utilities che la politica consentiva di strutturare in oligopolio e sostanziale garanzia di rendimenti, a fronte del rischio d'impresa dei rami dismessi; come vedi, tra il modello teorico e le effettive circostanze politico-ambientali interviene un bias che fa saltare il primo, "di mercato" e fa comprendere come in quella congiuntura fosse appetibile approfittare delle seconde;
Eh, ma è proprio qui che le nostre opinioni divergono. Io la ritengo una scelta tecnicamente necessaria, ma non per questo sufficiente.
Come dire campa cavallo che l'erba cresce. Che poi è pur vero, dipede da quanto resiste il cavallo.
A me sembra che questa furia comune a rigoristi e grillini, per punire pochi non si fa scrupolo di danneggiare tutti.
Che poi viene da chiedere, se non sono indiscreto, che lavoro fai che ti mette così a contatto con i ceti improduttivi?
A me sembra che questa furia comune a rigoristi e grillini, per punire pochi non si fa scrupolo di danneggiare tutti.
Che poi viene da chiedere, se non sono indiscreto, che lavoro fai che ti mette così a contatto con i ceti improduttivi?
comunque, ho un'esperienza di circa 25 anni di lavoro da tuttologo autorizzato per il servizio studi di un ente pubblico, di una certa rilevanza rappresentativa
; a latere, un'esperienza di commercio in un settore atipico, che mi ha fatto viaggiare parecchio in Europa e Nordamerica;
Scusa eh, ma questo mi sembra un po' un corto circuito logico. Non siamo stati né io né te a decidere de entrare nell'euro, qualcuno l'ha fatto per noi e questo qualcuno era proprio la classe dirigente. Quindi avrebbe, secondo te, fatto deliberatamente una scelta che ne danneggiasse gli interessi corporativi per fare il bene mio? E poi ora hanno cambiato idea?
le decisioni in genere sono un risultato vettoriale;
l'integrazione europea è concepita da 50 anni esattamente come leva esterna intesa a rendere più virtuoso il sistema politico-economico italiano, da un insieme di famiglie e ramificazioni politiche incentrate sulle minoranze laiche, i vecchi repubblicani e liberali, cui si sono aggiunti i settori moderati e lib-lab della sinistra, vedi ambienti dell'Espresso, e alcune componenti DC "modernizzatrici", guidate da Prodi e Andreatta; queste componenti sono state appoggiate da alcuni settori della grande e media impresa, per diversi motivi, e in parte in seguito ad alcuni traumi subiti dal sistema in occasione di politiche industriali internazionali, crack, scalate fallite e incapacità di coagulare grandi capitalizzazioni;
come spesso in Italia, si trattava sostanzialmente di componenti minoritarie, che in un momento di debolezza del sistema interno hanno potuto mediare col sistema esterno per raccogliere un potere lasciato vacante dalla poca dinamicità e integrazione delle componenti retrive;
forse sei troppo giovane per ricordare, ma nei quotidiani screzi tra i ministri del pentapartito durante gli anni 80 - epiche le liti tra Formica - commercialista barese PSI, e ndreata, professore bolognese di economia industriale - potevi trovare la rappresentazione plastica dei conflitti relativi alla spesa pubblica, l'efficienza, i sussidi, le strategie industriali, fiscali, ecc. e, avendo un'idea precisa dei feudi elettorali e rispettivi interessi protetti, c'erano parecchie tesserine da aggiungere al puzzle dove campeggiavano i meccanismi di protezione del sistema, a partire da Mediobanca;
personalmente, credo che il nodo di tutta la questione sia nell'incapacità del sistema nazionale di esprimere e metabolizzare un conflitto sociale e un avvicendamento di ceti dirigenti senza spaccare tutto; ma è una cosa davvero antica, e risale alla debolezza demografica e culturale della borghesia che, incapace di elaborare un sistema egemone di valori, invece di esprimersi in senso antagonista ai ceti della rendita, si è appiattita su quelli, è divenuta essenzialmente reazionaria e conservatrice e ha mancato di produrre meccanismi di inclusività che favorissero l'integrazione nel sistema dei ceti popolari e delle rispettive ideologie; per questo hai avuto il PCI e non una socialdemocrazia, nonostante tutte le occasioni simboliche per fare il salto; si sono svegliati - per modo di dire - nell'89, quando è caduto il muro, e Occhetto ha pure avuto il coraggio di presentare la sua "svolta" della Bolognina come un atto di grande coraggio e gravità
la realtà, è che quei ceti sono esattamente prigionieri della cultura anti-moderna, come quelli reazionari e conservatori;
Certo che ci sarebbe da indagare. Io provo a farlo. Di sicuro per un povero nessuno come me non cambia una sega a livello patrimoniale, visto che i soldi li spenderebbe dove li guadagna, e quindi entrate e uscite avrebbero lo stesso andamento. Di sicuro una svalutazione è male per chi detiene grandi capitali, e potrebbe anche essere portato a convertirli in altra valuta (manco c'è bisogno di portarli all'estero, con un click sul sito della tua banca puoi comprare valute estere ed aggiungerle al tuo deposito. Questo in realtà non crea alcun danno al pil, visto che il pil è la ricchezza prodotta, non la ricchezza esistente (e ferma in banca). Potrebbe causare beneficio se questo detentore decide di spendere poi qui il suo capitale in valuta pregiata, diventando di fatto un importatre di capitali.
io mi ponevo più modestamente un quesito relativo al potere d'acquisto e alla ricchezza di chi, disponendo di liquidità o para-liquidità, sia in grado di porla al riparo dalla conversione forzosa e successiva svalutazione; è come comprare un titolo di cui si ha la certezza che si apprezzerà in pochi mesi di una misura compresa tra il 25 e il 40 %; quale investimento ti offre tanto e con tanta prevedibilità ?
forse mi sfuggono essenziali circostanze economiche e procedurali, ma se provo ad immaginare come tecnicamente avverrebbe un change-over inverso, deciso e attuato come e da chi, mi sorgono parecchie perplessità.


già, e il camaleonte ha 2 pollici per arto. Ma che c'entra?
), 5% viaggi, palestra e telefonia un 1% a testa (mercato locale). Tulle le altre varie ed eventuali fanno il 2%. In quale di queste voci dovrei perdere potere d'acquisto se ci fosse una svalutazione? L'unica plausibile e rilevante mi sembra la spesa al super, ma per i prodotti finiti vale il ragionamento fatto più volte sul fatto che il prezzo del prelavorato è una percentuale del prezzo di vendita.
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