Stando a qursta sessione del parlamento europe sembra che lassu' sul tema siano in alto mare come per tutto cio' che non significa soldi per chi conta.
Il matrimonio fra coppie omosessuali è una realtà in cinque paesi europei, e in altri sono permesse le unioni civili. Ma cosa succede se una coppia gay va a vivere, per esempio, in Italia, o in un altro paese dove non sono riconosciuti gli stessi diritti? Ieri sera il Parlamento ha discusso con la Commissione delle misure per combattere "ogni discriminazione quando si lavora, studia o viaggia all'interno dell'UE". Ma le rivendicazioni pro-gay non incontrano il favore di tutti i gruppi politici.
Sono il Belgio, l'Olanda, il Portogallo, la Spagna e la Svezia i cinque paesi europei dove due uomini o due donne dello stesso sesso possono convolare a nozze. Ma cosa succede se poi si trasferiscono in un altro paese dell'UE, o se sono in vacanza? "E' da 21 anni che la mia coppia è stata riconosciuta in Olanda, ha raccontato il deputato della Sinistra Unita Cornelis de Jong ieri 7 settembre durante il dibattito in plenaria - "ma se andiamo in Polonia, non siamo più legalmente riconosciuti come una coppia: usare la nostra libertà di circolazione nell'UE significa perdere certi diritti".
Con tre interrogazioni orali, un gruppo di parlamentari ha chiesto alla Commissione di adoperarsi per il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali in tutti i paesi UE e combattere ogni discriminazione contro i gay. Secondo la liberale Sophie In't Veld "il minimo che possiamo fare nell'UE è applicare il principio di mutuo riconoscimento. Lo facciamo per la marmellata, il vino, la birra: perché no per i matrimoni e le relazioni personali?"
La commissaria alla Giustizia e i Diritti fondamentali Viviane Reding ha risposto che "è implicito" che ogni cittadino UE deve avere gli stessi diritti, e che se c'è libertà di movimento, dovrebbero applicarsi le stesse regole fra un paese e l'altro". Ma "bisogna procedere con prudenza" e portare passo a passo i paesi che resistono ad accettare le regole generali".
Che il tema sia sensibile non è una novità, e le reazioni dei parlamentari che difendono la famiglia tradizionale non si sono fatte aspettare. A nome del PPE è intervenuto il deputato PdL Salvatore Iacolino, secondo cui ''la libertà di orientamento sessuale é un valore di civiltà, che va tutelato contro ogni discriminazione. Ma "la libertà di circolazione da uno Stato membro a un altro per le coppie dello stesso sesso con la garanzia degli stessi diritti delle coppie eterosessuali é altra cosa.''
''In molte comunità, fra cui quella italiana, la famiglia é il modello in cui c'é un uomo e una donna che hanno possibilità di procreare. Forzare questi valori condivisi imponendo altri modelli rappresenta un vulnus al principio di sussidiarietà''. Ha rincarato la dose il parlamentare della Lega Oreste Rossi, chiedendosi se la commissaria Reding avesse perso di vista il motto dell'UE "uniti nella diversità", che "per essere più chiari, possiamo tradurre in 'ognuno è padrone in casa propria'". Rossi ha definito l'idea di trasferire i diritti delle coppie gay da un paese all'altro dell'UE "un' assurdità che non trova alcun fondamento nella normativa giuridica comunitaria".
Di opinione simile altri deputati di centro-destra, fra cui il polacco Konrad Szymansky (ECR), che ha parlato del "diritto di alcuni paesi a non riconoscere le coppie gay" e ha definito il dibattito in corso "una perdita di tempo".
Viviane Reding ha chiuso il dibattito parlando del principio "molto chiaro" per cui "se si vive in un paese A in cui i diritti della coppia omosessuale sono legalmente riconosciuti, si ha il diritto - ed è un diritto fondamentale - di acquisire questo status nel paese B".
Il matrimonio fra coppie omosessuali è una realtà in cinque paesi europei, e in altri sono permesse le unioni civili. Ma cosa succede se una coppia gay va a vivere, per esempio, in Italia, o in un altro paese dove non sono riconosciuti gli stessi diritti? Ieri sera il Parlamento ha discusso con la Commissione delle misure per combattere "ogni discriminazione quando si lavora, studia o viaggia all'interno dell'UE". Ma le rivendicazioni pro-gay non incontrano il favore di tutti i gruppi politici.
Sono il Belgio, l'Olanda, il Portogallo, la Spagna e la Svezia i cinque paesi europei dove due uomini o due donne dello stesso sesso possono convolare a nozze. Ma cosa succede se poi si trasferiscono in un altro paese dell'UE, o se sono in vacanza? "E' da 21 anni che la mia coppia è stata riconosciuta in Olanda, ha raccontato il deputato della Sinistra Unita Cornelis de Jong ieri 7 settembre durante il dibattito in plenaria - "ma se andiamo in Polonia, non siamo più legalmente riconosciuti come una coppia: usare la nostra libertà di circolazione nell'UE significa perdere certi diritti".
Con tre interrogazioni orali, un gruppo di parlamentari ha chiesto alla Commissione di adoperarsi per il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali in tutti i paesi UE e combattere ogni discriminazione contro i gay. Secondo la liberale Sophie In't Veld "il minimo che possiamo fare nell'UE è applicare il principio di mutuo riconoscimento. Lo facciamo per la marmellata, il vino, la birra: perché no per i matrimoni e le relazioni personali?"
La commissaria alla Giustizia e i Diritti fondamentali Viviane Reding ha risposto che "è implicito" che ogni cittadino UE deve avere gli stessi diritti, e che se c'è libertà di movimento, dovrebbero applicarsi le stesse regole fra un paese e l'altro". Ma "bisogna procedere con prudenza" e portare passo a passo i paesi che resistono ad accettare le regole generali".
Che il tema sia sensibile non è una novità, e le reazioni dei parlamentari che difendono la famiglia tradizionale non si sono fatte aspettare. A nome del PPE è intervenuto il deputato PdL Salvatore Iacolino, secondo cui ''la libertà di orientamento sessuale é un valore di civiltà, che va tutelato contro ogni discriminazione. Ma "la libertà di circolazione da uno Stato membro a un altro per le coppie dello stesso sesso con la garanzia degli stessi diritti delle coppie eterosessuali é altra cosa.''
''In molte comunità, fra cui quella italiana, la famiglia é il modello in cui c'é un uomo e una donna che hanno possibilità di procreare. Forzare questi valori condivisi imponendo altri modelli rappresenta un vulnus al principio di sussidiarietà''. Ha rincarato la dose il parlamentare della Lega Oreste Rossi, chiedendosi se la commissaria Reding avesse perso di vista il motto dell'UE "uniti nella diversità", che "per essere più chiari, possiamo tradurre in 'ognuno è padrone in casa propria'". Rossi ha definito l'idea di trasferire i diritti delle coppie gay da un paese all'altro dell'UE "un' assurdità che non trova alcun fondamento nella normativa giuridica comunitaria".
Di opinione simile altri deputati di centro-destra, fra cui il polacco Konrad Szymansky (ECR), che ha parlato del "diritto di alcuni paesi a non riconoscere le coppie gay" e ha definito il dibattito in corso "una perdita di tempo".
Viviane Reding ha chiuso il dibattito parlando del principio "molto chiaro" per cui "se si vive in un paese A in cui i diritti della coppia omosessuale sono legalmente riconosciuti, si ha il diritto - ed è un diritto fondamentale - di acquisire questo status nel paese B".



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