Originariamente Scritto da Lamhia
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Quel mostro di comunita'
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Mhm, sì, nel momento in cui l'anestesia si interrompe la sfera emozionale salta fuori impazzita, era un calcolo che non avevo fatto... il dubbio permane comunque (anche se nel resto del post hai tirato fuori elementi che lo eludono in parte), l'altrui frustrazione è qualcosa da cui può nascere una condivisione positiva?Non avete ancora visto niente
Moderatore droghe
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Per quanto riguarda il padre in questione lui ha fatto i suoi primi giorni senza prendere niente nell'ultimo mese (un mese esatto fra tre giorni). Con una gran fatica, ovviamente, ma indubbiamente ci leggeva da prima. Per quanto riguarda la ragazza, la seconda di cui ho parlato che, tra l'altro, pare sia pulita da alcol ed eroina oramai da 6 mesi e 16 giorni (da quel che ha scritto oggi), i suoi interventi sono stati fatti spesso durante l'uso di sostanze, cosa piuttosto percebile in alcuni di questi perché rabbia, suscettibilità e sensi di colpa/inadeguatezza erano piuttosto evidenti.
Se per "altrui frustrazione" intendi quella che va a toccare le conseguenze della tossicodipendenza sugli altri, secondo me può andare a toccare qualche nervo. Forse erroneamente dico che lo fa nel caso ci sia ancora qualcosa da poter toccare. Nel primo caso il padre di 43 anni ha avuto almeno la testa di allontanarsi dalle figlie per non far vivere a loro la sua condizione (io mi rifaccio ovviamente a quello che viene raccontato e che devo tenere per buono) e la cosa sembra essere gestita al meglio, per quanto sia possibile, da lui e l'ex moglie che, in qualche modo, gli è ancora legata. Per lui leggere la storia di chi ha vissuto le conseguenze di un padre alcolista, raccontata con schiettezza ed una certa durezza, per poi ritrovarsi con un eroinomane da adulta, è stato un colpo, forse un po' scontrarsi con qualcosa che non immaginava. Per quanto riguarda la seconda ragazza invece è stato proprio lo scontrarsi con qualcuno a muso duro che le diceva in faccia chiaramente le cose come stavano, oltre al fatto di avere qualcuno che non poteva prendere in giro perché la capiva piuttosto bene (in questo caso in primis chi aveva vissuto di riflesso la tossicodipendenza, in secondo luogo chi ne era uscito, per poi finire su chi ancora c'era dentro ma la stava combattendo e riconosceva benissimo rabbia e finte giustificazioni) che l'ha portata a fare i primi passi verso il tentativo di riprendersi in mano.
Non so dirti esattamente se è la frustrazione a portare una condivisione positiva, però penso che conoscere tutte le facce di una medaglia, e spesso il tossicodipendente non conosce (o non comprende) quella del dolore che semina, esattamente come chi è dall'altra parte non comprende (e non si preoccupa di farlo) cosa porta ad annullarsi/enfatizzarsi, possa servire. Se non altro se si cerca di fare informazione sulla tossicodipendenza (e non solo a livello medico, ma andrebbe fatta soprattutto a livello emozionale/psicologica, secondo me), non capisco perché non la si debba fare anche nel far comprendere conseguenze che sono ben altro che fisiche ed individuali. Però qui ci si riconduce alla solita cosa: sono nervi che riesci a toccare se e quando c'è qualcosa ancora da "toccare".
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Sarà il gran cerchio alla testa di stamattina ma ancora non ho ben capito, la comunità in senso stretto alla fine si tratta comunque di un lungo "ricovero" essendo una struttura residenziale, tu intendi istituti dove ci si ricovera volontariamente?Originariamente Scritto da Doppio Visualizza MessaggioLeggendo i tuoi interventi avevo avuto il dubbio che il concetto di "comunità" in senso stretto non mi fosse del tutto chiaro. Diciamo che sto considerando "comunità" i molti istituti che accolgono chi ha problemi di dipendenze (o anche chi ha distubi di diverso tipo, come quelli alimentari). Pare che stia estendendo la definizione a cose che non c'entrano. Mi rimetto alla tua esperienza, cosa rientra esattamente nella definizione di "comunità"? E gli altri istituti che si occupano di dipendenze dove la gente si ricovera come si definiscono?Membro del Consiglio degli Admin
Moderatore Apocalisse
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Ma no, qualche comunità per alcolisti c'è, oppure li mandano nelle case alloggio (un tipo di comunità dove lavoravo io dove l'utenza è composta da tossicodipendenti e alcolisti) chi ha disturbi alimentari o si fanno lunghi ricoveri in psichiatria o se sono gravi vanno nelle comunità psichiatriche.Originariamente Scritto da Lamhia Visualizza MessaggioPer quella che è la mia esperienza come comunità di solito si intende quella legata alla tossicodipendenza, per alcolismo e disturbi alimentari, ad esempio, si parla di "centri".Membro del Consiglio degli Admin
Moderatore Apocalisse
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Di solito li ho sempre sentiti definire "centri disturbi..." etc. etc.., dei ricoveri in psichiatria lo sapevo. Se non erro lo stesso accade anche per l'autolesionismo, vero?
Domandona per te Ste, invece, proprio dall'ultima risposta: vero che l'uso di stupefacenti/alcol spesso si alterna o è correlata, ma pensi che certe problematiche siano da seguire nello stesso contesto?
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Be' sì, mi riferivo a quelli. Forse è scorretto definirli comunità.Originariamente Scritto da LaSte Visualizza MessaggioSarà il gran cerchio alla testa di stamattina ma ancora non ho ben capito, la comunità in senso stretto alla fine si tratta comunque di un lungo "ricovero" essendo una struttura residenziale, tu intendi istituti dove ci si ricovera volontariamente?Non avete ancora visto niente
Moderatore droghe
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Beh si cambia il nome ma alla fine sono sempre comunità o centri diurni.Originariamente Scritto da Lamhia Visualizza MessaggioDi solito li ho sempre sentiti definire "centri disturbi..." etc. etc.., dei ricoveri in psichiatria lo sapevo. Se non erro lo stesso accade anche per l'autolesionismo, vero?
Domandona per te Ste, invece, proprio dall'ultima risposta: vero che l'uso di stupefacenti/alcol spesso si alterna o è correlata, ma pensi che certe problematiche siano da seguire nello stesso contesto?
Fino ad oggi non ho mai conosciuto o sentito di tossicodipendenti senza problemi di alcolismo o alcolisti senza un passato di eroina o cocaina alle spalle, quindi si ritengo che siano problematiche che si possono seguire nello stesso contesto alla fine è sempre un abuso di sostanze, tra l'altro secondo il mio modestissimo parere è la peggiore. E poi c'è anche una questione di tagli dei costi..Membro del Consiglio degli Admin
Moderatore Apocalisse
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Trovo il modo con cui si parla di questa reale piaga un po offensivo. Naturalmente con il termine "piaga" mi riferisco alle comunità, non alla tossicodipendenza. Purtroppo, tutto ciò che riguarda la psicologia e la sociologia qui in italia funziona al contrario.
Ci sono degli psichiatri che ti prescrivono regolatori d'umore alla prima seduta, psicologi consultati per un brutto sogno che ti consigliano mesi di psicoterapia.
Questo non c'entra niente, ovviamente, con le comunità ma volevo far risultare chiara, sin dalle premesse, la mia completa antipatia nei confronti dei metodi clinici in ambito psico-sociale in questa nazione. Ovviamente gli esempi che ho portato non sono generalizzati ad oltranza, ci sono anche psicologi e psichiatri onesti che fanno bene il loro lavoro, il difficile è trovarne.
1- Ci sono diverse tipologie di tossicodipendenza, additare una persona come "tossico" non è solo un po immorale ma anche riduttivo. Che cosa può differenziare una persona che si fa di eroina da uno che si fa di cocaina? Forse nulla. Che cosa può differenziare una persona che si fa di eroina con un altra che si fa della stessa sostanza? Forse tutto.
Il problema della tossicodipendenza alle volte è alla base del procedimento. Sappiamo che il 90% dei tossicodipendenti hanno iniziato con le sigarette-canne-sniffata ma quello non c'entra nulla. Secondo me la prevenzione ha uso puramente informativo.
Ciò che differenzia realmente una tossicodipendenza dall'altra è innanzitutto la motivazione per cui una persona sceglie, e ripeto, sceglie di compiere quella strada. Da li bisognerebbe far partire una buona analisi introspettiva del paziente innanzitutto. Da questo deduco che non si possa seguire un procedimento di gruppo. È solo un modo per gli enti nazionali di farsi vedere interessati e spendere il meno possibile.
2- C'è un problema di fondo nella struttura logica di una comunità.
2A- Tu (paziente), parti dal ser.t, dove grazie all'ausilio di un altro oppiaceo o, in alternativa, eroina soppressori, ti disintossichi "scalando" la dipendenza, ovvero, prendendo sempre meno un quantitativo di oppiacei, in modo tale che il tuo organismo possa arrivare a tollerarne la mancanza senza dolori fisici. Per quanto riguarda gli aspetti fisiologici tutto sembra più che logico e produttivo ma dal punto di vista psicologico non fai altro che creare una seconda dipendenza, stavolta temporanea. Questo metodo di rimpiazzo non fa altro che far scoprire ad una persona che può anche stare giorni senza dover far nulla, tanto c'è il metadone, mi copre l'astinenza e ciao, a domani. Sappiamo per certo che questo mai diventerà un sostitutivo ma ricordiamo pavlov. Ad ogni stimolo c'è una risposta, gli stimoli possono essere condizionati o non condizionati, qui si tratta di uno stimolo condizionato, la risposta ha lo stesso modus ponens, nel caso di Pavlov, il cane e la salivazione. Io mi ripeto, ma lo farò spesso per quanto riguarda questo, la tossicodipendenza è una patologia psicofisica che deve essere "curata" individualmente e in relazione al quadro clinico di ogni paziente, è una patologia troppo arbitraria. Se un soggetto ha delle serie difficoltà fisiologiche e continua a farsi solo per evitare "la ruota" (astinenza), a quel punto è giusto che sia usato il metodo a "scalare", ma in soggetti con un tutt'altro quadro clinico non fai che aggravare la situazione.
2B- Tu (paziente), entri nell'istituto residenziale dove impari ad avere un comportamento retto e pio, fai lavori socialmente utili, relazioni con altre persone e dopo? Molte volte la dipendenza nasce da una situazione familiare non chiara, da amicizie sbagliate, da storie deviate. Cosa c'è al di fuori della porta della comunità? Le stesse situazioni. Un individuo deve ben avere chiaro cosa siano concetti come indipendenza e libertà per avere un corretto modo di porsi nei riguardi della vita. Un tossicodipendente, purtroppo, non ne ha, un po costretto dalla sua stessa dipendenza, un po perché forse non ne ha mai avute.
Questo si chiama gettare legna sul fuoco. Per questo si arriva a definire i percorsi comunitari come "campane di vetro". La "decompressione" con progetti "appartamenti protetti", non sono altro che tenere al guinzaglio una persona che, magari, vorrebbe tutt'altro che stare in un appartamento con un incompetente.
2C- Tu (paziente), vieni invitato a seguire una serie di colloqui di gruppo o individuali in cui la prima tappa è il riconoscimento di avere un problema. Non so se questi assistenti sociali abbiano mai seguito una lezione di psicologia generale in cui si parla di concetti quali "effetto pigmalione" o "transfer" (in questo caso è ovvio che non intendo che il paziente non si innamori dello psicoterapeuta ma che ne abbia un indiscutibile bisogno in seguito. Che si innamori, non è comunque un ipotesi da escludere.). Anche qui possiamo notare che: o il ragionamento è contraddittorio (prendere visione del problema = risoluzione problema, oppure, prendere visione della facilità del percorso = risoluzione problema), oppure che, come ho già detto, a seconda del quadro clinico del paziente si debba seguire un diverso tipo di metodo.
3- Stereotipare i metodi di soluzione del problema non è consigliato a quanto pare. Non può e, soprattutto, non deve esistere una generalizzazione universale di metodo di soluzione. Questo sistema è sbagliato e inefficiente. Può, tuttavia, essere creato un glossario di risultanze a condizioni in cui, per ogni conseguente tipologico esista un derivante.
4- L'atteggiamento statale che addita il tossicodipendente come persona già perduta, ai limiti dello schifo è un atteggiamento sbagliato? No, è immorale?, No, è omicida! Il carattere proibizionista e finto-salutista del nostro ordinamento giuridico, il particolare interesse da parte delle forze dell'ordine per questa sostanza, il non voler capire che l'eroina può essere considerata una droga ricreazionale tanto come tutte non fanno che scemare il potenziale del paziente. Cito una frase di un operatore socio assistenziale (presumo): "Dubito fortemente che uno è in grado di uscirne senza andare in una struttura, sono le solite palle che raccontano i tossici per mettere a tacere la loro coscienza."
Persone adibite a quel tipo di impiego che hanno maturato un esperienza clinica e si muovono con questi passi dovrebbero essere processati per vilipendio alla vita. Non esiste una persona sulla faccia della terra che attraverso la sua sola forza di volontà non riesca a smettere con un'inezia come l'eroina. Ebbene si, lo dico e lo ribadisco, è un'inezia. Basterebbe seguire una tipologia di PERCORSO (non metodo), ovviamente labile, simile a questo:
- Presa di coscienza. L'eroina è una sostanza chimica, dove agisce, come e perché. Informativa produzione e traffici.
- Dipendenza psicologica. Informativa su "da cosa deriva?" (introduzione discorso introspettivo, carpire informazioni sul perché)
- Racconti da parte del paziente di esperienze PRIMA (motivazione inizio, situazioni pesanti)
- Racconti da parte del paziente di esperienze DURANTE (motivazioni continuazione, grado di assunzione)
- Racconti da parte del paziente di esperienze DOPO (motivazioni, grado di assuefazione psicologico)
- Informativa dannosità metadone (farmaco sintetico) e differenze dall'eroina, morfina, codeina, idromorphone (farmaci semisintetici).
- comprensione su: metodo a scalare (si o no)
Discorsi psicologici: - I problemi, affrontare le difficoltà.
- Amor proprio, diventare migliore.
- Credere in se stessi.
- Possibilità di rivalsa.
(Differenze tipologiche per caso clinico. es: simulazioni e prove nell'affrontare i problemi)
OBBLIGHI STRUTTURALI: Al termine del percorso è assolutamente necessario trovare un impiego al paziente e dare la possibilità di crearsi un autonomia.
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Originariamente Scritto da Lamhia Visualizza MessaggioLa comunità di solito è considerata in assoluto l'ultima spiaggia, la scelta definitiva per poter risolvere il problema della tossicodipendenza.
È piuttosto normale che un tossicodipendente non la prenda in considerazione fino a che non ha piena consapevolezza del proprio problema, però spesso è vista come un "mostro" anche da chi gli sta intorno.
Un percorso in comunità ha una certa durata e c'è chi si chiede come si faccia poi davvero ad integrarsi usciti da lì. C'è anche chi pensa che la comunità serva a poco o niente, che tanto se uno ne vuole uscire è in grado di farlo anche senza andarci. Per alcuni la comunità è un marchio da portare addosso, per altri una prigione, per altri ancora un rifugio da cui, ad un certo punto, non vorrebbero uscire.
Cosa pensate delle comunità di recupero? Avete esperienze dirette o per sentito dire? Le ritenete davvero l'unico mezzo buono per uscire dalla tossicodipendenza o, secondo voi, sono sopravvalutate?
serve serve..... logicamente hanno bisogno di aiuto e quello è un modo come altri di aiutare i tossicodipendenti, poi ce la devi fare da te... e non ricascare, non è facile ma ci si può riuscire... anche quelli che escono di galera in fondo poi sono tentati una volta usciti e ricommettere i soliti reati, o gli alcolizzati a tornare a bere, o chi gioca di soldi a tornare a giocare, e così via.... l'importante è avere una persona vicina o più persone su cui contare.... ma se rimani solo sei fritto..."Non puoi fare nulla per smettere di invecchiare, ma potresti fare moltissimo... se volessi iniziare a crescere!"
It's long way to the top, if you wanna rock'n'roll
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Ho lavorato come volontaria anni fa in una comunità come scout, è un' esperienza veramente traumatica, vedere le persone che stanno male, che hanno paura di affrontare le cose più banali della vita come alzarsi dal letto la mattina....non è piacevole...ma ho visto anche tanta gente con forza di volontà entusiasmo verso la vita....la comunità è una famiglia ti aiuta a cresce e ad avere una buona OPINIONE di se!
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