Una Vita Per Gli Shan

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    • 10/12/09
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    #1

    Una Vita Per Gli Shan

    Gli Shan sono un gruppo etnico del sud-est dell’Asia e vivono principalmente nello stato Shan, in Birmania. Questa storia narra le avventure di un "ragazzo", la cui vocazione lo spinse a diventare frate missionario e a recarsi in quella regione sul finire degli anni venti. Molto di quanto qui narrato è tratto dal libro “Una vita per gli Shan” scritto da P. Ferdinando Germani ed edito dal P.I.M.E. (Pontificio Istituto Missioni Estere) di Napoli nel 1981, e da ciò che ricordo dei racconti che mi ha tramandato mio nonno, che all'epoca era uno dei tanti giovanissimi nipoti di questo padre missionario.

    Parte Prima – LA CHIAMATA

    Solarino (Sr) : tra olivi e carrubi

    Chi lascia Siracusa, città antichissima della Sicilia orientale, e imbocca la strada che porta a Floridia (Sr), al 16° Km incontra la cittadina di Solarino, posta a 165 m. dal mare, in una cornice di olivi e carrubi, dalla quale si può ammirare la valle del fiume Anapo e in lontananza, il capoluogo della provincia, che biancheggia sullo sfondo del mare. Originariamente Solarino si chiamava “Terra di San Paolo” perché secondo la tradizione, l’Apostolo Paolo, nel viaggio da Malta a Pozzuoli sostò nel porto di Ortigia (Siracusa) per tre giorni e di là fece una breve visita ad un villaggio (“Oppidum”) nell’agro di Solarino, dove già viveva una comunità cristiana sorta tra il 34-61 d.C. per opera dei patrizi siracusani convertiti alla fede cristiana.

    Agli inizi del ‘900 gli abitanti di Solarino erano ancora divisi, almeno nella nomenclatura, in due classi distinte, quella dei “privilegiati”, costituita dai sacerdoti, notai e ufficiali maggiori (che dovevano sapere leggere e scrivere) e dai “Non Privilegiati”, costituita da persone facoltose, dai borghesi o massari, da garzoni, da piccoli industriali (bottegai, vettovaglieri, piccoli rivenditori), e dagli artigiani (muratori, calzolai, falegnami, ecc.). I borghesi a loro volta si distinguevano dai rustici, perché i primi erano cittadini del tutto liberi, possessori di beni immobili, e vivevano abitualmente nel villaggio, mentre i secondi trascorrevano l’esistenza in campagna. Tra i borghesi inoltre emergevano i facoltosi che, oltre i beni immobili, possedevano anche armenti di bestiame e disponevano di molto denaro ed altro, e venivano chiamati i “padroni” in rapporto ai “garzoni” i quali li servivano ordinariamente per lunghi ma determinati periodi di tempo, con una retribuzione di denaro o in natura.

    La famiglia Barbagallo, già nota a Solarino sin dagli inizi dell’800, apparteneva alla classe dei “non privilegiati” e precisamente a quella dei cosiddetti “padroni”, che secondo le stagioni salariavano dei “garzoni” per lavorare nei campi o per il raccolto. Il capostipite della famiglia Barbagallo (il ramo preso in esame) si chiamava Antonino, da questi nel 1850 nacque Salvatore, che andò sposo a Paola Randazzo, di dieci anni più giovane di lui. Da questa coppia nacquero sette figli : Lucia, Antonino, Concetta, Rosa, Santina, Michela e Paolo, nati tra il 1883 ed il 1904.

    Papà Salvatore era un uomo molto religioso. Recitava ogni giorno le 15 poste del Rosario e la sera voleva che lo recitassero con lui anche i suoi affezionati “garzoni” che andavano a lavorare la terra nel suo podere. La Domenica, quando il Rosario si recitava nella chiesa parrocchiale, papà Salvatore guidava la preghiera ad alta voce e tutti gli altri gli facevano il coro. In Famiglia voleva che i suoi figli, fin da bambini, si abituassero a dare l’elemosina con le proprie mani e diceva: “Chi fa l’elemosina non impoverisce mai!”

    Tra tutti i suoi figli, Paolo, il beniamino, si distinse nell’eseguire questo precetto del papà e fin da ragazzo, cominciò a girare il paese di porta in porta, per chiedere l’elemosina per L’Opera della Santa Infanzia, senza badare alle sgridate di chi non sapeva apprezzare il suo zelo per le Missioni.
    Qualcuno dei famigliari gli diceva: “Ma non ti vergogni di seccar la gente con le tue richieste?” E lui pronto : “Se mi è stato dato il nome di Paolo, è perché diventi apostolo come S. Paolo; e come lui possa convertire molte anime.” Questa affermazione così seria in bocca ad un ragazzo poco più che decenne potrebbe sorprendere; ma l’apostolo Paolo a Solarino è di casa, perché è il patrono principale della cittadina.

    Terminate le elementari, Paolino espresse ai suoi genitori il desiderio di entrare nel seminario diocesano di Siracusa, ma la madre si oppose decisamente. Un ragazzo gracile come lui, sebbene ammirato dai maestri per la sua intelligenza e la sua bontà, come avrebbe potuto sostenere il peso degli studi ginnasiali? Prevalse quindi la volontà dei genitori ed egli, dovette subire una lunga attesa, che terminò soltanto il 16 Ottobre 1916, quando tutto felice, fu accolto in seminario dal rettore P. Cosimo Lanza.

    E’ rimasto memorabile il tema svolto in seconda ginnasio, quando rispose alla domanda: Che cosa farò quando sarò grande?

    “Quando sarò grande voglio fare il ministro di Dio. Io voglio studiare e, ricoperto dagli indumenti sacerdotali, offrirò al cospetto del cielo e della terra l’Ostia di pace. Mi impegnerò di divenire presto maestro d’Israello e duce delle anime nella santa via del paradiso. Soccorrerò sempre i poverelli che hanno fame o sete, alloggerò i pellegrini e tutte le mie cure saranno per i poveri e per le cose di chiesa. Studierò anche con amore la dottrina rivelata da Nostro Signore Gesù Cristo. Voglio essere un giovane pieno di amore di Dio ..."



    Solarino : Chiesa parrocchiale dedicata a San Paolo Apostolo.
    Last edited by bumble-bee; 24-07-2010, 20:10.
    Bambol utente of the decade
  • dark lady
    la viaggiatrice
    • 09/03/05
    • 70460

    #2
    Bel racconto, già in partenza. Scritto bene, con competenza e soprattutto con la capacità di far trasparire emozioni e sensazioni. Belle anche le descrizioni. Continua presto!
    “Io e il mio gatto... siamo due randagi senza nome che non appartengono a nessuno e a cui nessuno appartiene” [cit. Colazione da Tiffany]

    Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità [cit: Manifesto futurista] .

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    • bumble-bee
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      • 10/12/09
      • 15569

      #3
      In queste sue parole non c’è ancora alcun accenno alle missioni, solo perché non ne aveva ancora sentito parlare. Il caso missioni scoppiò nell’anno 1918, verso la metà del corso scolastico. Con linguaggio molto serio, Paolino scrisse in famiglia che voleva vedere i genitori per dire loro una cosa importante. Si pensò ad una crisi e forse anche alla sua decisione di lasciare il seminario perché scoraggiato dalle difficoltà di raggiungere la vetta del sacerdozio. Partirono da casa il padre e le sorelle Rosa e Santina e quando giunsero in seminario, li accolse facendoli accomodare nella sala di attesa e lì, con tono serio, calmo, dopo aver preso una copia del “Fanciullo negro” edito dai Padri Bianchi e del “Bollettino Salesiano”, disse risolutamente :

      “Voglio farmi missionario, per andare nelle terre infedeli e convertire anime da dare al Signore. So che a Catania c’è un istituto salesiano dove potrei prepararmi per le missioni, perciò datemi il permesso di uscire da questo seminario per coltivare là la mia vocazione missionaria.”

      “Per noi le parole missioni, infedeli, salesiani” ricorda la sorella Santina “Ci tornavano strane; mai le avevamo sentite prima dalla sua bocca. Sorpresi e preoccupati cercammo subito il rettore del Seminario P. Lanza, ed anche lui ci disse d’essere rimasto afflitto quando Paolino gli aveva chiesto di scrivere a casa perché voleva parlare ai genitori.Per togliersi l’imbarazzo ci consigliò di andare dal vescovo, Mons. Bignami che ci accolse con affetto paterno, ci confortò e nel licenziarci ci disse di non allarmarci, che erano cosa da ragazzi, avrebbe pensato lui a distoglierlo. Rivolgendosi poi a Paolino Mons. Bignardi gli disse di stare in pace, obbedire e studiare.”

      Paolino rimase molto mortificato e angustiato. Cominciò a versare lacrime. “Rimasto solo con lui” continua la sorella “Gli dissi piangendo anch’io : Ma come? Ti dobbiamo perdere? Non sai con quale affetto ti abbiamo fatto entrare in seminario e tu adesso vuoi lasciarci?” E lui : “Il Signore è nostro padrone e bisogna obbedire. Obbedire prima a Lui. Il signore mi chiama a salvare le anime dei pagani che non sanno nulla della nostra religione.”

      Questo modo di ragionare, pur essendo giusto sembrava così strano e assurdo, tanto che Santina Gli rispose : “Ci sono tanti buoni e santi sacerdoti qui che non hanno mai pensato queste cose e pure fanno tanto bene. Tu sei un pazzo, un presuntuoso. Finiscila e sta quieto, se no ti portiamo a casa a vangare la terra. ”

      L’opposizione dei genitori e delle sorelle non si fermò a quel giorno, continuò durante il resto dell’anno scolastico, durante le vacanze estive, e anche nei successivi anni 1919, 1920 e 1921. Durante quel periodo Paolino leggeva avidamente “Italia Missionaria”, una rivista per la gioventù fondata da P. Manna nel 1919, e quando poteva anche “Propaganda Missionaria” un foglio mensile di larga tiratura (70.000 copie!), iniziato dallo stesso P. Manna nel 1914. Queste letture l’esaltavano e l’entusiasmavano e lo rendevano un convinto “propagandista” tra i suoi coetanei; anzi, quando più i superiori cercavano di distrarlo dall’obbiettivo missionario, tanto più Paolino si confermava nel suo proposito di diventare missionario ad ogni costo. “Vedrai …” scriveva alla sorella Santina, “… se io riuscirò ad essere missionario, dopo di me verranno molti altri!”

      “Tu farai morire di crepacuore i nostri genitori” le rispondeva la sorella. E lui, di rimando replicava: “Vedrai, vedrai, i nostri genitori moriranno dopo di me!” Queste dichiarazioni le faceva con tono di sicurezza, quasi fossero delle profezie.

      In quegli anni di attesa papà Salvatore si recava periodicamente nel seminario di Siracusa per vedere e parlare con Paolino e non tornava a casa senza essersi recato dall’arcivescovo per chiedere la sua benedizione. Nei rapidi incontri tra questi due “Padri”, si scambiavano idee e prospettive e quando il discorso cadeva inevitabilmente su Paolino, i loro occhi si illuminavano di lacrime. “Io piango più di voi” diceva l’Arcivescovo Carabelli “Vorrei proprio tenerlo con me! Ma sarà quello che dio vorrà.” E ciò dicendo stringeva al petto il capo del povero vecchio e lo accarezzava come quello di un bambino.

      Paolino, che sottecchi talvolta assisteva a quelle scene, tutto confuso e rosso in viso correva in cappella per confidare al cuore di Gesù la sua ansia : “Signore, tu puoi tutto! Tu puoi anche trasformare il cuore dei miei genitori! Dammi forza! Dammi coraggio!”

      Paolo scriveva tantissimo a P. Manna, Superiore Regionale del PIME per il Sud Italia, con la speranza di essere accolto nel suo seminario dove venivano preparati i sacerdoti per le missioni. Sapeva benissimo che in famiglia un po’ tutti erano congiurati contro di lui, specialmente la mamma, la quale aveva giurato che “Mai, assolutamente mai” gli avrebbe dato il permesso di partire per le missioni. Ma anche la sorella Santina, si diede molto da fare per impedire che egli partisse per le missioni. Anche lei più volte scrisse a P. Manna, in contrapposizione al fratello, per scongiurare la sua partenza per le missioni :

      “Ella sa, come mio fratello aneli vivamente ad entrare nell’istituto destinato alla preparazione del missionario. Non dubito del dovere incoercibile della fedeltà alla voce di Dio, ma temo che nell’anima di mio fratello, più che una vocazione riflessa e sicura, vi sia un entusiasmo giovanile per una vita avventurosa, una specie di cocciutaggine. Quanto più è pregato dal desistere da tale suo proposito, di rimandare almeno ad un’età più giudiziosa la sua decisione definitiva, tanto più s’incaponisce nel voler subito attuare quello che egli chiama l’unico ideale della sua vita. Questa sua ferma persistenza sarebbe lodevole e farebbe apparire vera questa sua vocazione se non ci fossero circostanze che fanno dubitare di essa. Quando Dio chiama ad uno stato perfetto, al chiamato da le disposizioni fisiche e morali, almeno le più necessarie per l’adempimento dei doveri ad essa inerenti. Non ultimo requisito deve avere una buona costituzione fisica e, per il missionario, una salute di ferro.

      Mio fratello invece è di costituzione debole e sino a pochi anni addietro, quasi tutti i giorni si dovevano lavare le lenzuola del suo letto. Grazie a Dio ora e guarito, ma la debolezza congenita è sempre molesta compagna. Digerisce con difficoltà, e se non evita certi cibi poco digeribili, e non usa a tavola acqua di Vichy e non prende ogni mattina, a digiuno, un cucchiaio di olio d’oliva, sente un malessere che lo prostra e gli toglie ogni vigore. Come potrebbe egli resistere alle fatiche, ai disagi di lunghi viaggi, alle tante inevitabili privazioni, ai cibi grossolani e pesanti, presi in fretta e furia e non sempre con animo tranquillo, in una capanna sperduta? E’ vero che il figlio di Dio è venuto per portare la luce a tutti i popoli; è vero che il sacerdote è per il popolo; è vero che si deve obbedire prima alla voce di Dio e poi a quella degli uomini, ma è pur vero che Dio non dando a tutti gli stessi talenti, non tutti devono rendere lo stesso rendiconto; ed è pur vero che il benedetto Salvatore fu il modello dei figli: nessuno come lui ha amato e obbedito la madre sua. E mio fratello ha dei grandi doveri versoi suoi vecchi genitori. Mia madre specialmente non può vivere lontana dai suoi figli, che sono frutto delle sue viscere. Siracusa è vicina a Solarino, eppure ella geme e soffre come se Paolo fosse lontano mille miglia e non avesse più la speranza di rivederlo.

      Padre compatisca una figlia che soffre tanto nel vedere soffrire i propri genitori. Mio fratello Paolo deve aver pietà di noi; deve riconoscere che ha dei grandi doveri verso la famiglia ed anche verso la tua terra natale, ove la fede languisce per difetto di sacerdoti. Padre, per amor del cielo, voglia venire in nostro aiuto, voglia consigliare un prudente temporeggiamento, nella speranza di poter superare, senza asprezze, senza timore di conseguenze gravissime, gli ostacoli del momento. Le bacio umilmente le mani e le chiedo una paterna benedizione, che sia arra di compatimento, di perdono e di conforto.”

      Pur essendo indirizzata al P. Manna, non ebbe risposta da lui, ma da un suo collaboratore, il quale annota con una certa compiacenza : “Risposta un poco piccante” per significare che non condivideva tutte le argomentazioni addotte per scoraggiare una vocazione missionaria, pur ritenendole umanamente valide e che i diritti di Dio hanno la precedenza sui diritti dei genitori.



      Il chierico Paolo Barbagallo
      Last edited by bumble-bee; 26-07-2010, 20:32.
      Bambol utente of the decade

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      • bumble-bee
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        • 10/12/09
        • 15569

        #4
        Essendo Paolino ancora minorenne, occorreva la firma di entrambi i genitori affinché egli potesse essere accettato nel seminario di P. Manna. Inoltre le pressioni della sorella, affinché egli restasse nel seminario di Siracusa, stavano facendo breccia nel cuore del rettore, P. Cosimo Lanza, il quale impressionato dalle lettere che Santina inviava anche a lui, consigliava a Paolino di rimandare la partenza, preoccupato che la madre potesse commettere qualche follia. Ma pur nutrendo rispetto e amore per il suo rettore, Paolino non si sentiva di condividerne le conclusioni:

        “Quello che dice mia sorella, se non tutto, almeno in molta parte, è vero; certo che mia madre farà molte pazzie alla mia andata, ma non credo che farà ciò che dice mia sorella. Ma anche ammesso che fosse vero, posso io aspettare fino alla morte dei miei genitori, come vogliono mia madre e mia sorella? Gli Apostoli, quando furono chiamati, pensarono prima ad aggiustare le loro cose in famiglia, o abbandonarono subito tutto: padre, madre, figli e seguirono Gesù? E se tanti missionari avessero obbedito ai genitori che li pregavano di aspettare sino alla loro morte, essendo oramai vecchi, che ne sarebbe di essi? Io aspetterei se avessi la speranza di ricevere col tempo il permesso; ma sapere con certezza che il consenso non lo avrò mai dalla mamma, anche dopo l’ordinazione sacerdotale, se essa è viva, tranne un miracolo della grazia di Dio, e dovere aspettare mi è duro.”

        Durante le vacanze natalizie del 1922, trascorse a Solarino, Paolino continuò con i suoi genitori e la sorella, il suo discorso sulla vocazione missionaria. Ma appena lo si iniziava, la mamma, indispettita abbandonava la conversazione e andava a chiudersi in camera. Non voleva assolutamente che si toccasse quel tasto. Il papà Salvatore si dimostrava più comprensivo, e non volendo contristare più oltre il figlio prediletto, il suo Paolino, continuava a domandargli notizie sul seminario missionario, sulle Regole che lo reggevano, se i missionari di P. Manna erano o no legati ai voti come i religiosi, se durante le vacanze estive potevano tornare in famiglia, se dopo un certo periodo di attività missionaria all’estero potevano rientrare e così di seguito.

        Paolino con pazienza e bontà si sforzava di far capire al padre che in fin dei conti l’andare missionario a Ducenta a Milano per continuare i suoi studi in preparazione alla missione, non era poi la fine del mondo. Avrebbe continuato, più o meno, la stessa vita già trascorsa nel seminario di Siracusa,con la semplice differenza che sarebbe stato in un'altra città distante alcune centinaia di km in più. Per il resto la vita sarebbe trascorsa come nel seminario di Siracusa; avrebbe ancora potuto godere delle vacanze estive in famiglia, come tutti gli altri seminaristi, ed anche dopo l’ordinazione sacerdotale, se non fosse partito subito per le missioni, avrebbe ancora potuto trascorrere del tempo con i suoi cari, nel paese di origine.

        Il Natale 1922, nonostante la presenza in famiglia di Paolino, fu un Natale triste. La mamma si mostrava corrucciata, la sorella preoccupata ed il papà non sapeva a quale partito appigliarsi. Venne il tempo di ritornare in seminario per riprendere gli studi del 2° anno di Liceo. Passo la Pasqua, terminarono anche gli esami finali e Paolino scrisse ancora a P. Manna per sapere come avrebbe dovuto comportarsi, persistendo la volontà dei genitori a non concedergli il permesso di passare nel seminario missionario.

        P. Manna, saggiamente, gli consigliò di aspettare il tempo della chiamata al servizio militare. Allora, anche se restii, i genitori avrebbero dovuto per forza maggiore distaccarsi dal loro figlio. Poteva essere quella l’occasione buona per metterli di fronte ad un’alternativa: Farlo andare in caserma, con la certezza di perdere due anni di studio, oppure concedergli di passare al seminario missionario, ove avrebbe potuto continuare tranquillamente il corso filosofico-teologico, come nel suo seminario di Siracusa, perché gli aspiranti missionari, come i religiosi, in quel tempo avevano ottenuto la concessione governativa di rimandare il servizio militare fino al 26° anno di età, se nel frattempo non fossero già stati ordinati sacerdoti (d. l. 09/12/1923 andato in vigore il 09/02/1924).

        Quest’ultima circostanza fu determinante per i genitori di Paolino, anzi vi si aggiunse anche il fattore economico. Se Paolino fosse entrato nel seminario missionario, non avrebbe più pagato la retta mensile, come nel seminario diocesano. Questa notizia contribuì ad addolcire la tensione tra Paolino e suo papà. La mamma invece, né convinta, né rassegnata, continuava ad opporsi all’idea di acconsentire al figlio di partire per il seminario missionario. Passarono i mesi e venne il momento della visita militare. Paolino fu giudicato idoneo e avrebbe dovuto presentarsi nel marzo del 1924. Il 18 Dicembre 1923 scrisse a P. Manna per metterlo al corrente della situazione:

        Rev.mo Padre, Le scrivo per dirle che sono stato giudicato abile al servizio militare e dovrò presentarmi in caserma i primi di marzo del 1924. Mi dica al più presto se ancora sono in tempo per essere ammesso ed essere esente dal servizio militare. Perché attendere altri due anni quando sono sicuro che il permesso dai miei non l’avrò mai? Se si, spero presto di poter seguire la voce di Dio malgrado tutte le difficoltà. La prego, mi risponda al più presto.

        Padre Manna gli rispose che se fosse entrato nell’Istituto prima del mese di Marzo avrebbe fatto in tempo ad ottenere il rimando del servizio militare. Con questa assicurazione, Paolino preparò il suo ultimo piano d’attacco.
        Bambol utente of the decade

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