Insomma, Italiani, che cosa cazzo volete?

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  • nAn
    non ho pi
    • 16/02/07
    • 2996

    #1

    Insomma, Italiani, che cosa cazzo volete?

    Il Popolo Italiano

    Oggi ho sentito, con attenzione ingiusta ed immeritata, tutto il discorso di Veltroni, a parte le frasi da titolo, sull'unità e sul futuro, su quei concetti astratti che criticare è stupido quanto enunciare, mi hanno colpito due affermazioni, date per scontate, svolazzate lì tra l'ignoranza di questo giornalismo e il disinteresse del popolo.

    "In era post-Ideologica è ovvio che siano i cittadini a scegliere il programma politico"

    Aiuto.
    Conoscendo un po' di cittadini mi spavento, cittadini che sbraitano per emotività poco sensata e cercano di migliorare la loro posizione personale, quanti ne conosco di diversi? 5-6? Sono ottimista.
    Fassino, oggi, a sky TG 24 ha anche specificato la frase di Veltroni "ovviamente però si sa che il cittadino non ha la competenza per ogni situazione, quindi un partito deve cercare quello che c'è di buono nelle idee della gente e proporre una sintesi con i regolamenti internazionali".
    Bravo Piero.
    Probabilmente la frase più giusta che sento dire da un politico da decenni, ma che ammette, implicitamente, che ai cittadini è dato scegliere l'immagine e una frase che manca di una considerazione banale ma funzionale: i cittadini non hanno assolutamente idee delle necessità organiche della nostra economia, vogliono delle cose stupide e, peggio, spendono tutta la giornata ad emozionarsi per il quadro politico che parla della fuffa, dell'immagine, della morale, di cose soggettive, la cui opinione li descrive e li fa parlare di se, insomma la politica POST-IDEOLOGICA, si fonda, non sulla ricerca del pragmatismo, ma sulla ricerca pragmatica di un risultato largamente condiviso e strutturalmente fattibile.
    Allora potrebbe uscire la frase di popolo: perché l'Italia non se ne fotte delle regole internazionali? Perché sono le stesse regole internazionali che permettono all'Italia di essere classificata come la quinta maggiore economia USD per commercio con l'estero e l'ottava a parità di potere d'acquisto.
    Nonostante oggi noi siamo un paese che ha poche risorse naturali ed è anche un grande importatore di cibo, che non ha importanti giacimenti di ferro, carbone, o petrolio che ha due sole grandi estrazioni di gas naturali, principalmente nella valle del Po e al largo del mar Adriatico, un paese che non ha risorse necessarie per l'industria ed importa più dell'80% dell'energia necessaria. La forza dell'economia Italiana consiste nella lavorazione e produzione di beni, principalmente tramite industrie medio-piccole di proprietà familiare. Le industrie automobilistiche, chimiche, farmaceutiche, elettroniche, della moda e del vestiario sono le più fiorenti.
    Ovvero un paese che vive e specula del costume mondiale e che deve la sua sopravvivenza alla capacità di leggere l'immagine e sfruttare le regole economiche contemporanee, regole che fanno si che le produzioni primarie e quelle inutili abbiano la stessa incidenza sul bilancio.
    Riprendo un ragionamento non mio, ma che é stato fatto da molti, tra cui Joseph Stiglitz, in questo caso abbiamo una situazione dove un paese con 10 abitanti produttore di piselli di plastica, se sa farli andare di moda, mangia di più di un altro paese produttore di 100 mele con 10 abitanti, anche perché il Fondo Monetario Internazionale si è trasformato presto in una sorta di marito cattivo dei paesi in via di sviluppo, capace di dargli sonniferi per sfamare l'attimo successivo: loro mangiano, perché non hanno altro, mangiano, intanto la massa produttiva che potrebbe innescare un reale sviluppo economico, è addormentata tra i guanciali della disperazione.

    Quindi chi vuole cambiare qualcosa per l'Italia, diventi produttore primario, un orto è un esempio di principio valido per invertire le NECESSITA' di un paese, che mangia e gode di lavoro altrui e si permette di criticare chi lo sfama, vedi Cina, vedi altro.

    Il Mondo

    Detto questo, non ho nessuna fiducia nel mio popolo e la fiducia nel popolo del mondo è vana alla stessa maniera, con la differenza che non lo conosco e quindi potrei sperare in qualche consapevolezza diversa, che probabilmente non c'è. L'indifferenza feroce che ho visto in questo mio piccolo campione di conoscenze e di vita non mi permette neanche lontanamente di sperare in qualcuno che possa compromettere, anche solo la propria macchina, per cercare di costruire un sistema diverso, più funzionale.
    Devo necessariamente sperare in un collasso di questo sistema oppure di indirizzare emozioni confuse verso un quadro preciso di riferimento, in ogni caso, portare per mano un prigioniero fuori dalla gabbia, passando per il vuoto, è una missione impossibile.
    Ogni prigioniero preferisce la sua gabbia al vuoto, ogni persona accumula costrizioni, definizioni, sicurezze, riempimenti di giornata, l'uomo è naturalmente predisposto a definire un apparato di sicurezze capaci di limitare la propria libertà.
    Il mio sogno rimarrà sempre costruire un gruppo di persone capaci di creare un partito Anti-Veltroniano ovvero un partito capace di essere IDEOLOGICO, capace di costruirsi perfettamente prima, in tutti i settori e tutte le applicazioni possibili e poi consegnarsi ad un elettorato, che, comunque, non capirebbe.

    L'Ultima frontiera della politica. La distruzione.

    Visto che la politica, a differenza di quanto ci ripetono odiosi e stupidi telegiornali è vicinissima al paese ed ascolta, sbagliando, sempre di più le richieste folli di una popolazione impreparata che non conosce le premesse per poter dare un "consiglio" utile, l'unica possibilità di politica reale, è lo scontro frontale con questa società civile. Un gruppo di persone che denunciano ogni aspetto ed ogni abitudine di costume della popolazione, mostrano i difetti e gli sbattono in faccia le loro GRANDISSIME responsabilità rispetto al funzionamento disastroso dell'economia planetaria.
    Persone che oppongono ad un sapere specializzato un sapere omogeneo in vare discipline, comprendendo che il collateralismo tra diverse materie è l'unica fonte di sviluppo della materia singola, portando conoscenze e risorse da campi differenti.
    Bisogna combattere quindi l'ingranaggio stesso della macchina, lo stesso che ti porta a descriverti con il tuo lavoro e le tue competenze, lo stesso che non permette di ottimizzare una competenza singola nutrendola con i frutti a lei attorno.
    Ci sono tutti gli spazi per una nuova avanguardia del pensiero, non è ancora stato assemblato il nuovo sapere per descrivere un'architettura di riferimenti nuovi che portano a considerazioni nuove, viviamo ancora sotto i riflessi di una cultura vecchia, appropiandoci di un modello passato, desueto ed insufficiente per cucircelo intorno, mentre i binari della conoscenza, rimangono nelle redini dello specialista del caso, incapaci di comunicare alle masse i suoi risvolti, le sue nuove deduzioni.
    L'unica strada percorribile, è la distruzione, la distruzione di tutte le consapevolezze e le sicurezze dell'uomo contemporaneo, dei suoi sciocchi assunti, dei suoi luoghi comuni, delle sue certezze, delle sue abitudini.
    Se qualcuno mi sa dire il modo, camminerò dietro di lui, per qualsiasi strada, anche la più brutta, sporca, lercia, sudicia.
    Per qualsiasi strada.
    Last edited by nAn; 16-10-2007, 03:48.
    AHAHAHAHA
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    dietro il passo,
    tump tump,
    dietro il tasso,
    tump tump,
    per il cartiglio segreto
    dell'
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  • Ranko
    Opinionista
    • 31/05/06
    • 651

    #2
    Insomma,
    tanto peggio tanto meglio.

    Trovo qualcosa di veritiero nella tua descrizione della nostra societ
    errare humanum est, perseverare autem diabolicum

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    • nAn
      non ho pi
      • 16/02/07
      • 2996

      #3
      dipende solo da noi
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      • Odisseo
        Opinionista
        • 16/10/07
        • 13

        #4
        Bella Nan,
        commenterò per ordine il tuo post etereogeneo per evitare guazzabugli inestricabili, nonostante il mio scetticismo sui post di questo tipo.

        Per quanto riguarda la democrazia diretta:
        In un sistema dinamico e sempre piu' complesso, quale si rivela la realtà nella quale ci muoviamo, è sempre piu' ovvio che processi di democrazia diretta, senza competenze specializzate e dalle cifre e costi astronomici, siano qualcosa di diabolico.
        Non si deve però fare di tutta l'erba un fascio, perchè un conto è Grillo che vuole tornare alle poleis greche, un conto è un partito che parla di partecipazione popolare. Ricordiamoci che il partito è proprio l'intermediario che nell'applicazione della democrazia diretta verrebbe a saltare.
        Il partito raccoglie quelli che hanno interesse a fare politica, ma, oltre a questo, ha degli apparati specializzati rivolti alla riduzione e comprensione della complessità ambientale di cui una lista civica difficilmente sarà mai dotata.

        Per quanto riguarda la parte attinente alla produzione e commercio internazionale:
        Ti consiglio di dare un occhiata a teorie sulla produzione e sul commercio internazionale. Le variabili delle funzioni di produzione sono solitamente tecnologia, risorse umane, risorse naturali e capitale. Queste definiscono le scelte produttive in termini di vantaggi assoluti, aggiungendo la prospettiva del commercio internazionale si vengono a definire i vantaggi comparati e risulta ovvio come per un paese con una data tecnologia sia assolutamente assurdo pensare di continuare a produrre prodotti a basso contenuto tecnologico.
        Vi sono sicuramente dei fenomeni malati, tanto nei paesi ricchi come in quelli poveri, in cui si induce la popolazione a beni di consumo "superflui".
        Tuttavia lo spot in rosso è quanto di piu' sbagliato si possa proporre per risolvere la situazione, sia perchè non potremmo mai competere con paesi in cui il costo del lavoro equivale a 1/10 del nostro, sia perchè in un economia globale i cambiamenti a livello nazionale sono una mera illusione.

        Per quanto riguarda la distruzione: il sentimento è facilmente identificabile con quello nichilista del vecchio Friedrich, nutrito da ideali condivisibili ma il cui problema risiede nell'attuazione assolutamente incontrollabile, dagli imprevedibili risultati.
        Per come hai impostato il discorso non ho potuto non pensare agli anni di piombo e non credo di esser il solo a non sentirne la nostalgia.
        La via della distruzione è qualcosa di già sperimentato, ora serve ingegnarsi per trovare nuove strade.
        Last edited by Odisseo; 17-10-2007, 12:05.

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        • Ettorre
          Opinionista
          • 04/04/07
          • 634

          #5
          Sergio, io ho smesso di credere nella democrazia mentre ero in quinta liceo. Come puoi immaginare quoto tutto il tuo intervento e sai che sono cose che penso da allora.

          X Odisseo. La produzione di energia è ad alto contenuto tecnologico. Sarebbe logico quindi che si cercasse di essere più che autosufficenti su questo punto di vista. Non preoccuparsi in tal senso è semplicemente stupido (e fare menate tipo accordi con la russia per comprare il suo gas mandando soldi lì e inquinamento qui è ancora più stupido).
          Quanto al costo della manodopera, proprio l'alta tecnologia ci permetterebbe di meccanizzare ogni produzione (anche agricola). E' davvero stupido anche che un qualunque paese trascuri di produrre beni di prima necessità cullandosi nell'attuale bonaccia. Se non si è già meccanizzata la produzione di ogni è solo perchè si teme che questo abbassi l'offerta di lavoro del paese.
          Offerta che è sempre snobbata dai folli cittadini del paese, che preferiscono il sussidio al lavoro in fabbrica. Che paradosso del cazzo, vero?

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          • nAn
            non ho pi
            • 16/02/07
            • 2996

            #6
            Tuttavia lo spot in rosso è quanto di piu' sbagliato si possa proporre per risolvere la situazione, sia perchè non potremmo mai competere con paesi in cui il costo del lavoro equivale a 1/10 del nostro, sia perchè in un economia globale i cambiamenti a livello nazionale sono una mera illusione.
            Lo so ovviamente.
            Io sto dicendo nel mio post che con queste regole economiche l'Italia si sta muovendo benissimo, per questo la domanda "Italiani, che cazzo volete?" lo spot in rosso è per creare altre premesse economiche, ovviamente in questa situazione è perdente in un mercato globale spingere su il settore primario in uno stato evoluto, ma appunto, per queste regole.
            Regole che non ottimizzano il funzionamento delle risorse mondiali.
            AHAHAHAHA
            AhahahahA
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            tump tump,
            dietro il tasso,
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            per il cartiglio segreto
            dell'
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            • Odisseo
              Opinionista
              • 16/10/07
              • 13

              #7
              Ettorre non ho capito perchè credi di rivolgerti a me quando ti lamenti della dipendenza energetica dell'Italia da altri paesi.
              Io ho semplicemente affermato, che, per un paese dotato di risorse umane e tecnologiche di un certo livello, come l'Italia, non ha senso impostare la produzione su beni o servizi a basso contenuto tecnologico o di capitale umano. Avendo tu definito la produzione energetica ad alto contenuto tecnologico, con la tua critica alla realtà attuale e il voler questo tipo di produzione in Italia non affermi nulla di nuovo o diverso rispetto al mio post.

              Riguardo alla meccanizzazione generale è un semplice discorso di economicità, partendo sempre dalle variabili enunciate, pensi che il settore agricolo sia quello che sfrutta nel modo migliore le risorse di cui l'Italia è dotata? Considerando quindi la teconologia disponibile (che ricordo esser un bene di cui solo i paesi piu avanzati dispongono) e l'offerta sul mercato dei prodotti realizzati grazie ad un suo utilizzo intensivo, pensi realmente che converrebbe continuare a produrre e commerciare ortaggi? Il mondo cambia e l'ideale di autarchia a cui sembri affezionato non è più plausibile.

              Per Nan:
              Non capisco in che modo il proporre qualcosa, che hai riconosciuto essere fallimentare nella realtà attuale, avrebbe potuto aiutare a trovare premesse economiche diverse e migliori dalle attuali..

              Se come dici il post era diretto a cercare altre premesse economiche su scala mondiale perdonami ma trovo sia un controsenso impostarlo ed indirizzarlo ripetutamente agli italiani ed alla realtà italiana. Resta comunque un chiarimento importante.

              Riguardo all'ottimizzazione delle risorse il sistema economico attuale è quello maggiormente efficente sperimentato finora, i problemi attuali sono soprattutto a livello distributivo, quindi problemi essenzialmente di natura politica. Tuttavia non è da escludere la teorizzazione di un sistema economico ancora più efficente.

              Detto ciò, sono il primo aperto ad eventuali cambiamenti ma preferisco andarci sempre e comunque con i piedi di piombo, avendo quanto più chiaro possibile il come e dove si voglia andare.
              Il fare tabula rasa per vedere cosa succede dopo equivale all'illusione che qualcosa cambi da se. Sono convinto che siamo noi e chissà quante altre generazioni dopo di noi a dover sudare affinchè qualcosa cambi davvero.
              Last edited by Odisseo; 17-10-2007, 16:39.

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              • nAn
                non ho pi
                • 16/02/07
                • 2996

                #8
                [QUOTE]Non capisco in che modo il proporre qualcosa, che hai riconosciuto essere fallimentare nella realt
                AHAHAHAHA
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                • nAn
                  non ho pi
                  • 16/02/07
                  • 2996

                  #9
                  Ah Valerio perché mi chiami NaN?
                  AHAHAHAHA
                  AhahahahA
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                  • Odisseo
                    Opinionista
                    • 16/10/07
                    • 13

                    #10
                    Non saprei, ho visto che ti chiamavano così da queste parti.

                    Rispetto ai macchinari esistenti e alle potenzialità industriale questo sistema è peggiore di quello Feudale, non solo a livello distributivo, ma anche a livello di produzione rispetto alle premesse potenziali.
                    E non lo dico io, lo dice Joseph Stiglitz, premio Nobel per l'economia.
                    Mi suona male, ma molto male.. a dirtela tutta mi sembra una baggianata.
                    In termini di produttività ed efficenza dubito fortemente che in un contesto non di libero mercato potesse esservi un livello di commercio e specializzazione tali da stimolare la produzione ed ottimizzare l'utilizzo delle risorse come invece accade ora. Pur ipotizzando per assurdo lo stesso livello tecnologico, in quanto legato alla specializzazione.
                    Mi puoi passare le fonti che citi al riguardo? anche quelle sul modello economico globale se le hai.

                    In bocca al lupo per domani.

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                    • Ettorre
                      Opinionista
                      • 04/04/07
                      • 634

                      #11
                      Bella Valerio! Pensavo che fossi tu, per

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                      • Odisseo
                        Opinionista
                        • 16/10/07
                        • 13

                        #12
                        Forse non mi sono spiegato, le scelte di produzione sono determinate dalle variabili produttive e quindi dalle opportunità di mercato.
                        Se sei tra quella decina di paesi con un elevata tecnologia grazie alla quale puoi produrre prodotti hightech richiesti in tutto il mondo e quindi con una minore elasticità alla domanda (alto potere contrattuale), perchè dovresti impegnarti a coltivare patate e competere con un numero assai piu elevato di paesi, quindi con un elevata elasticità alla domanda (basso potere contrattuale)?
                        Per farla corta, pensi sia piu conveniente produrre qualcosa con lo status di monopolio o qualcosa che producono tutti?
                        Questo è il motivo per cui i paesi occidentali sono sempre meno impegnati nel settore primario, il nostro essere competitivi in Europa nei prodotti agricoli non dovrebbe essere affatto un vanto.

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                        • nAn
                          non ho pi
                          • 16/02/07
                          • 2996

                          #13
                          il libro sul lavoro globalizzato per produzione efficiente è questo:



                          Io ho letto dei riassunti

                          La Mail è questa, su disinformazione hanno posto delle domande e lui ha risposto, se vuoi chiedergli qualcosa, poi sei studente di economia quindi penso sarà felice di risponderti:

                          [email protected] <[email protected]>

                          Questo &#233; il suo ultimo articolo sul lavoro globale con proposte:

                          I have written repeatedly about the problems of globalisation: an unfair global trade regime that impedes development; an unstable global financial system that results in recurrent crises, with poor countries repeatedly finding themselves burdened with unsustainable debt; and a global intellectual property regime that denies access to affordable life-saving drugs, even as Aids ravages the developing world.

                          I have also written about globalisation's anomalies: money should flow from rich to poor countries, but in recent years it has been going in the opposite direction. While the rich are better able to bear the risks of currency and interest-rate fluctuations, it is the poor who bear the brunt of this volatility.

                          Indeed, I have complained so loudly and vociferously about the problems of globalisation that many have wrongly concluded that I belong to the anti-globalisation movement. But I believe that globalisation has enormous potential - as long as it is properly managed.

                          Some 70 years ago, during the Great Depression, John Maynard Keynes formulated his theory of unemployment, which described how government action could help restore full employment. While conservatives vilified him, Keynes actually did more to save the capitalist system than all the pro-market financiers put together. Had the conservatives been followed, the Great Depression would have been even worse and the demand for an alternative to capitalism would have grown stronger.

                          By the same token, unless we recognise and address the problems of globalisation, it will be difficult to sustain. Globalisation is not inevitable: there have been setbacks before, and there can be setbacks again.

                          Globalisation's advocates are right that it has the potential to raise everyone's living standards. But it has not done that. The questions posed by young French workers, who wonder how globalisation will make them better off if it means accepting lower wages and weaker job protection, can no longer be ignored. Nor can such questions be answered with the wistful hope that everyone will someday benefit. As Keynes pointed out, in the long run, we are all dead.

                          Growing inequality in the advanced industrial countries was a long-predicted but seldom advertised consequence of globalisation. Full economic integration implies the equalisation of unskilled wages everywhere in the world, and, though we are nowhere near attaining this "goal", the downward pressure on those at the bottom is evident.

                          To the extent that changes in technology have contributed to the near stagnation of real wages for low-skilled workers in the United States and elsewhere for the past three decades, there is little that citizens can do. But they can do something about globalisation.

                          Economic theory does not say that everyone will win from globalisation, but only that the net gains will be positive, and that the winners can therefore compensate the losers and still come out ahead. But conservatives have argued that in order to remain competitive in a global world, taxes must be cut and the welfare state reduced. This has been done in the US, where taxes have become less progressive, with tax cuts given to the winners - those who benefit from both globalisation and technological changes. As a result, the US and others following its example are becoming rich countries with poor people.

                          But the Scandinavian countries have shown that there is another way. Of course, government, like the private sector, must strive for efficiency. But investments in education and research, together with a strong social safety net, can lead to a more productive and competitive economy, with more security and higher living standards for all. A strong safety net and an economy close to full employment provides a conducive environment for all stakeholders - workers, investors, and entrepreneurs - to engage in the risk-taking that new investments and firms require.

                          The problem is that economic globalisation has outpaced the globalisation of politics and mindsets. We have become more interdependent, increasing the need to act together, but we do not have the institutional frameworks for doing this effectively and democratically.

                          Never has the need for international organisations like the IMF, the World Bank, and the World Trade Organization been greater, and seldom has confidence in these institutions been lower. The world's lone superpower, the US, has demonstrated its disdain for supranational institutions and worked assiduously to undermine them. The looming failure of the Development Round of trade talks and the long delay in the United Nations Security Council's demand for a ceasefire in Lebanon are but the latest examples of America's contempt for multilateral initiatives.

                          Enhancing our understanding of globalisation's problems will help us to formulate remedies - some small, some large - aimed at both providing symptomatic relief and addressing the underlying causes. There is a broad array of policies that can benefit people in both developing and developed countries, thereby providing globalisation with the popular legitimacy that it currently lacks.

                          In other words, globalisation can be changed; indeed, it is clear that it will be changed. The question is whether change will be forced upon us by a crisis or result from careful, democratic deliberation and debate. Crisis-driven change risks producing a backlash against globalisation, or a haphazard reshaping of it, thus merely setting the stage for more problems later on. By contrast, taking control of the process holds out the possibility of remaking globalisation, so that it at last lives up to its potential and its promise: higher living standards for everyone in the world.

                          ---

                          Nel 2002 ha pubblicato "Globalization and Its Discontents" ("La globalizzazione e i suoi oppositori", Einaudi), dove analizza gli errori delle istituzioni economiche internazionali – e in particolare del Fondo Monetario Internazionale – nella gestione delle crisi finanziarie che si sono susseguite negli anni novanta, dalla Russia ai paesi del sud est asiatico all'Argentina. Stiglitz illustra come la risposta del FMI a queste situazioni di crisi sia stata sempre la stessa, basandosi sulla riduzione delle spese dello Stato, una politica monetaria deflazionista e l'apertura dei mercati locali agli investimenti esteri. Tali scelte politiche venivano di fatto imposte ai paesi in crisi ma non rispondevano alle esigenze delle singole economie, e si rivelavano inefficaci o addirittura di ostacolo per il superamento delle crisi.

                          Riceve la laurea honoris causa in economia e commercio nell'anno accademico 2003/2004 presso l'Universit&#224; degli Studi di Bergamo dove nel 1979 anche il suo maestro Franco Modigliani la ricevette.

                          Sitglitz afferma che il Fondo Monetario Internazionale, perseguendo il cosiddetto "Washington consensus", non protegge le economie pi&#249; deboli n&#233; garantisce la stabilit&#224; del sistema economico globale, ma fa in realt&#224; gli interessi del suo "maggiore azionista", gli Stati Uniti, a discapito di quelli delle nazioni pi&#249; povere. Le argomentazioni di Stiglitz sono particolarmente degne di attenzione perch&#233; provengono da un economista inserito nelle istituzioni finanziarie internazionali, e contribuiscono a spiegare perch&#233; la globalizzazione ha generato l'opposizione dei movimenti sociali che hanno organizzato le proteste di Seattle e Genova. Non solo, sta anche calcolando il mare di beni distrutti dal regime della sovrapproduzione e tanto, tanto altro ancora.
                          AHAHAHAHA
                          AhahahahA
                          AHAHAHAHA
                          AHAHA
                          AHA
                          H
                          A
                          VIAVIA
                          dietro il passo,
                          tump tump,
                          dietro il tasso,
                          tump tump,
                          per il cartiglio segreto
                          dell'
                          AHAHAHAHA

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                          • Ettorre
                            Opinionista
                            • 04/04/07
                            • 634

                            #14
                            Ma di sicuro la richiesta c'&#232;; in Italia ci sono 60.000.000 di stronzi che mangiano, e sono disposti a pagare per mangiare.
                            Su questi 60.000.000 non c'&#232; flessibilit&#224; che tenga.
                            Visto che oggi si produce ben meno di quel che serve a questi 60.000.000 penso ci sia un grande utile in questo investimento.

                            Ti stupir&#224; sapere che il pi&#249; grande produttore AL MONDO di grano sono gli USA.
                            E che sono scemi, con tutta la loro tecnologia, a perdere tempo a coltivare la terra?

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                            • Odisseo
                              Opinionista
                              • 16/10/07
                              • 13

                              #15
                              Apparte il libro, cui dar&#242; un occhiata se riesco, non si parla da nessuna parte di maggiore produttivit&#224; in sistemi diversi da quello attuale.

                              La critica che fa alla globalizzazione &#232; prevalentemente di natura distributiva, mentre le critiche alle istituzioni internazionali sono le critiche classiche di corruzione.

                              x Ettorre
                              Resta il fatto che non devi guardare alla domanda ma all'offerta.

                              Detto ci&#242;, una risposta all'ultima parte del post potrebbe essere un semplice "ma anche no"
                              Se non ti fidi dai un occhiata a http://www.agerborsamerci.it/files/N...bre%202004.pdf
                              Cina e India producono quasi il doppio del grano prodotto dagli USA.. senza la tecnologia USA.. chissa come mai eh? Anche la Ue continua a produrre moltissimo grano ma &#232; per debolezza, non perch&#232; le convenga in alcun modo.
                              Basta guardare gli ultimi round del WTO.

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