ah se lo dici tu, vorrei tanto sapere qual'
la grazia a ovidio bompressi
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[QUOTE=Mototopo]allora mettano in carcere i giudici che lo hanno condannato dopo 30 anni dall' omicidio il pupetto siCONIGLIO MANNARO
"Ci sono amori che durano il tempo di uno sguardo e rivoluzioni che vivono lo spazio di un mattino, sono forse per questo meno importanti di certi compromessi scellerati che incatenano tutta una vita?"
Gianni-Emilio Simonetti
La calma
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Personalmente trovo scandaloso che la famiglia Calabresi non sia stata avvertita dalle autorità del provvedimento di grazia che stava per essere preso, possono dire, le autorità politiche, quello che vogliono ora, ma ciò che ai miei occhi traspare è l'impressione che chi doveva avvisarli se ne è quasi fregato, com'è possibile una dimenticanza del genere?
Com'è possibile occuparsi di un caso di grazia delicato come questo e dimenticarsi della famiglia della vittima?
Si ha quasi l'impressione, vista la dimenticanza, che l'avvertire la famiglia fosse una cosa secondaria, una cosa di secondo piano d'importanza.
A mio avviso Mastella le scuse fatte alla famiglia per questa "dimenticanza" se le può infilare dove dico io.Last edited by Ares; 01-06-2006, 15:24.Abbiate timore dei fiumi silenziosi...
[COLOR="DarkRed"][FONT="Comic Sans MS"]La vita
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Scusatemi ma volgio dirvi che su questa vicenda mi sento molto a disagio. Sia perchè di eprsone che stanno male e muoiono quotidianamente in carcere ce ne sono tantissime, e in carcere ci rimangono perchè non si chiamano Sofri o Bompressi; sia perchè Sofri non ha chiesto la grazia; sia perchè Bompressi era da tempo agli arresti domiciliari; infine io non so se siano colpevoli o no, so però che sono stati giudicati colpevoli da un tribunale dello stato per l'assassinio di uno che da trent'anni manca ai suoi figli e a sua moglie, e di cui non è mai stata provata la colpevolezza nella presunta uccisione dell'anarchico giuseppe Pinelli, a cui va altrettanto rispetto, quindi la concessione di un provvedimento di clemenza non trova grandi giustificazioni secondo me. Poi certo c'è la pietà umana per due eprsone che a trent'anni dai fatti si ritrovano in un carcere gravemente malate, che poi carcere non è perchè uno era ai domiciliari e l'altro in differimento pena.
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[QUOTE=Mototopo]perCONIGLIO MANNARO
"Ci sono amori che durano il tempo di uno sguardo e rivoluzioni che vivono lo spazio di un mattino, sono forse per questo meno importanti di certi compromessi scellerati che incatenano tutta una vita?"
Gianni-Emilio Simonetti
La calma
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[QUOTE=Ares]Personalmente trovo scandaloso che la famiglia Calabresi non sia stata avvertita dalle autoritCONIGLIO MANNARO
"Ci sono amori che durano il tempo di uno sguardo e rivoluzioni che vivono lo spazio di un mattino, sono forse per questo meno importanti di certi compromessi scellerati che incatenano tutta una vita?"
Gianni-Emilio Simonetti
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[QUOTE=Matthias]
Adesso faccio davvero quello che ha detto il Topo: ammazzo un commissario, dico che non sono stato io, divento un caso politico, poi scrivo dei libri, faccio un sacco di soldi e prima o poi un governo di benpensanti mi dar[URL="http://n3m0.splinder.com/"][size=1][color=red]Il problema degli uomini non
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No?Vogliamo fare la prova?Fallo tu, vedrai che diventi un eroe per una certa parte politica e magari famoso scrittore...se lo faccio io mi danno l'ergastolo e magari si inventano anche che stavo organizzando un golpe...
@Sniper: ma, considerando l'altezza dal quale è caduto Pinelli direi che la scarpa a 50 metri non è affatto una cosa strana...
Ad ogni modo, secondo la tanto osannata magistratura indipendente ed apolitica italiana, Calabresi era innocente, Sofri, Bompressi e Pietrostefani colpevoli.Quindi c'è poco da discutere...
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Alle persone che pensano che essere favorevoli o contrari alla grazia a Sofri sia una questione di destra o sinistra propongo un articolo di Fulvio Grimaldi sulla vicenda Sofri (Grimaldi è un ex giornalista di Liberazione)...
di Fulvio Grimaldi
IL RATTO GLORIFICATO
(con sentite scuse ai ratti)
09 febbraio 2004
Di solito in tivù la messa cantata la fanno a dio, in San Pietro,
con tanto di papa, in poche grandi occasioni, Natale, Pasqua, un
nuovo pontefice. Ma c’è un personaggio in questo paese che l’ha
avuta celebrata pur non essendo né dio, né papa e non essendoci nei
paraggi né Natale, né Pasqua, ma solo l’imminenza di un voto in
parlamento: quello sulla legge Boato che rende al capo dello Stato
in esclusiva la facoltà di concedere la grazia a un condannato.
Chi sabato sera s’è trovato davanti al televisore sa di che parlo:
la “Serata Sofri” su “La 7”, unica televisione di regime
italo-imperial-sionista che non appartenga materialmente a Silvio
Berlusconi, pur se, evocato dal conduttore e da quasi tutti i
partecipanti alla cerimonia, il cavaliere P2 aleggiava benevolo e
solidale nello studio durante tutte le tre ore tracimate dagli
schermi su una buona fetta di italiani in preda allo stupore.
Stupore, a volte sgomento, ingiustificati poiché forse nessuno in
tempi moderni, neppure Gorbaciov, neppure il più modestino Occhetto,
o, più recenti, certi epigoni rifondaroli, possono vantare, a
livello patrio, i meriti e i crediti accumulati dal protagonista
della trasmissione nei confronti di quella eletta schiera che la
trasmissione l’ha voluta, fatta e amata: la setta di cannibali
regnante in Occidente.
Un grande filosofo, riferendosi a Budda, Maometto e Cristo ( pur
distinguendo tra esistenza storica reale del secondo, virtuale degli
altri due) aveva parlato dei “Tre Grandi Impostori”, adombrando un
loro ruolo nella costruzione dell’architettura planetaria del
dominio di classe e del massacro degli sfruttati. Si parva
licet…anche Adriano Sofri, assente fisicamente dagli schermi, causa
condanna per mandato d’omicidio, ma spurgato in ispirito da tutti i
pori della conventicola riunitasi a cantargli pater-ave-gloria,
merita di essere posto sugli altari – di questi continua a trattarsi
nell’era delle “libertà durature”, delle “guerre preventive” e della
“spirale guerra-terrorismo” - dei grandi impostori garanti
dell’ordinato svolgersi delle cose. Questo era l’imperativo di quel
circolo della caccia che malelingue si ostinano a definire cosca, o
loggia, o lobby, o sezione Mossad (l’assenza di Giuliano Ferrara non
consente di inserire il segmento CIA) e che si è impegnata
nell’allestimento della prima beatificazione in assoluto, con messa
cantata televisiva, di un laico non ancora defunto, giudicato in
tutti i gradi omicida, e però grandissimo traghettatore di masse
traviate da ambiti e impeti rivoluzionari nel campo opposto
dell’identificazione con – e dell’assoggettamento al – potere
costituito, per quanto guerrafondaio, carnefice e, all’occorrenza
nazista, possa faziosamente essere definito.
Il parterre era affollato, con tanto di giovanilistici culi per
terra a suggerire reminiscenze sessantottine, cosa che non poteva
non confortare, insieme a tanti nostalgici, anche una Rossanda da
sempre fuorviata dalla sua immensa generosità a difendere il “Sofri
vittima della vendetta contro il ‘68”, come prima gli infiltrati
nell’”album di famiglia” travestiti da brigatisti rossi Lo
schieramento voleva apparire trasversale, ma ci voleva l’insistenza
dell’anfitrione Gad Lerner nel dichiararsi prodiano per
riequilibrare una platea che pencolava, giustamente secondo
l’assunto, drasticamente a destra. Certo, non mancava qualche
reduce, sennò che senso avrebbe avuto l’esaltazione del percorso del
beatificato, e ai margini del convegno un paio di strapuntini erano
stati riservati ai soliti garanti liberalsinistri del pluralismo.
Che so, un conavigatore della coppia DS-Dash Roversi-Blady di nome
Davide Riondino, oppure un comico, tale Paolo Haendel, che,
stralunato, si trovava a dover recitare l’impresentabile prosa
logorroica e ambigua, seriosamente turgida e totalmente priva di
spirito, di un autore che non pare essere mai riuscito a superare i
conati stilistici del liceale.
Mi rendo conto che corro dei rischi a contrappormi a tanto convito.
Un giornalista investigativo, Attilio Bolzoni, che aveva scritto un
libro sull’assassinio di Mauro Rostagno, dirigente di Lotta Continua
e intimo di Sofri, finito a Trapani in una cosca di trafficanti –
Saman - travestita da comunità terapeutica (“Assassinio tra amici”),
mi aveva detto anni prima:”Chi tocca quella lobby muore”. Vedremo.
Una messa cantata, quella per Sofri, che più universale e
onnicomprensiva non si potrebbe neanche per Garibaldi. L’unità
nazionale abbozzata dal generale viene qui sublimata in una sintesi
a 360 gradi di tutto il mondo che, tra parlamento e il suo fedele
riflesso mediatico, conta e comanda. Quale commovente volemose bene,
quali supremi tarallucci e vino, quale massima espressione
dell’eterno ecumenismo nazionalitario, dell’intima intesa
dell’italiano medio con i poteri che prevalgono. Tifosi della
Juventus o della Roma, certo, ma tutt’un embrassons nous
nell’adorazione del pallone e del suo impero, per marcio e mafioso
che possa essere. Restava fuori dalla lerneriana palude, al freddo,
sprezzato ed escluso, chiunque avesse qualche riserva sulla
glorificazione. Presenti nemmeno in sagoma, come quelle di Lucarelli
in “Blù Notte”, le decine di ragazzi, bruciati sui vent’anni dallo
Stato e dai suoi fascisti, che avevano dato retta a Sofri, leader di
Lotta Continua, garante della rivoluzione necessaria e imminente, e
che non avevano fatto in tempo a schivare pallottole o botte mortali
prima che il leader e il suo sodale, Giorgio Pietrostefani, curatore
a Parigi di “Saman Francia” e della flotta contrabbandiera al
servizio del latitante Craxi, chiudessero bottega e mandassero a
ramengo una generazione che nella politica aveva impegnato tutto il
suo futuro.
C’era Suor Cecilia, ispirata monaca del Carcere di Pisa che
ripeteva, come l’Al di “Odissea nello spazio”, cadenzate, ma tenere
giaculatorie umanitarie su quello e su tutti i detenuti, suffragata
con più sostanza dal sanguigno cappellano dello stesso istituto.:
“E’ un padre, un fratello maggiore per gli altri, si adopera per
tutti”. E buon per Sofri che tutti, fuori, si adoperano per lui.
Chiudendo con un ispirato e benedicente sorriso, Suor Cecilia calava
l’asso: “Io so che il Presidente può dare la grazia, me l’ha detto
mia nonna…” Incontrovertibile. La chiosa di Gad Lerner, solenne,
compunto:”Noi, però, trasmettiamo sottovoce, con umiltà e cautela.
Il destino di un uomo non può essere trascurato da nessuno”. Qualche
migliaio di condannati per reati politici, sprofondati nell’oblio
perché incapaci di farsi accogliere e celebrare sulle pagine di
“Panorama”, “Il Foglio”, “La Repubblica”, annuivano in silenzio.
Tombale. Umilmente e con cautela hanno sollevato perorazioni e
novene un’altra ventina di astanti. Si susseguiva in formidabile
sintonia il fior fiore dell’intellettualità d’ordine italiana.
Carlo Ginzburg, annoso denunciatore delle malefatte giudiziarie nei
confronti dell’agnello sacrificale, ribadiva le vergogne dei
giudici. Appariva da una finestrella il capofila dei picchiatori di
palestinesi, Mario Pirani, e rivendicava di essere stato tra i primi
firmatari dell’appello per la grazia, in combutta nientemeno che con
Bobbio e Foa. Lui, intrecciato a Sofri nel comune auspicio dell’
“israelizzazione” del Medio Oriente (sic) e dell’americanizzazione
del mondo. Gli altri due, cui l’eroica solidarietà con la vittima
delle vittime rasserenava una coscienza già fugacemente increspata
dal dolce ritorno senile nei dorati salotti dell’establishment e
della rispettabilità nazionale. Si accavallavano, a rischio di
decadere in tiritere tutte uguali, gli interventi, nomi, volti e
orazioni di illustri rappresentanti dell’etica e della giustizia.
L’ispido Socci, rancoroso conduttore di un talk-show di estrema
destra chiamato “Excalibur”, sentenziava che “Sofri non è più l’uomo
che il tribunale ha giudicato” (difatti se allora stava con i
patrioti stragisti ceceni, oggi sta con gli eroici marines di
Baghdad). La quasi intera famiglia Feltri, Vittorio e Mattia, del
quotidiano chiamato con sfottò oscarwildiano “Libero”, snocciolava
commossa il rosario delle imprese del “Sofri scrittore e
viaggiatore”. Luis Stevenson, Celine, Chapham e perfino Rudyard
Kipling impallidivano. Veltroni, sindaco di Roma e specialista di
testacoda ideologici, si annoverava fiero tra i 371 parlamentari
firmatari della richiesta di grazia e, in stretto connubio super
partes con Berlusconi, Cohn Bendit, Casini, presidente democristo
del Senato, Ciampi, capo dello stato e antifascista di sicura fede,
e un altro capriolista, l’enigma di genere Bondi, portavoce di Forza
Italia, giurava che si sarebbe battuto alla morte per la proposta di
legge Boato (un ex-lottacontinuista, costui, bastonatore di
magistrati quanto Sgarbi, ma da destra inavvertitamente scivolato
tra i Verdi).
Aggrappato come un polipo al collegamento esterno, in spregio al
solenne annuncio lerneriano dell’imminente epifania di Marco
Panella, Veltroni insisteva perorando che “la pena non deve essere
vendetta, specie laddove fioriscono segni e prove del ravvedimento,
e, a proposito, mi ricordo dei tanti segni dati da Sofri fin da
quando, inviato a Sarajevo per “L’Unità” che allora dirigevo, fu una
delle persone che spostò la sinistra sulla linea dell’intervento
umanitario….le sue straordinarie riflessioni… l’esemplare dignità…
l’alto senso delle istitutizoni… l’umana solidarietà…bla-bla- bla…
“. Non so se Veltroni e il coppiere Lerner siano rabbrividiti, ma in
quel momento chi non fosse corazzato di sharonbushismo ebbe a
percepire una ventata gelida fin nelle ossa e sentire come il
garrulo cinguettìo dell’accolita sofriana fosse penetrato da flebili
voci. Voci lontane, come soffocate sotto le macerie di una verità
sottoposta al più terribile dei bombardamenti umanitari: 160.000
serbi della multietnica Sarajevo sterminati o espulsi per sempre
dalla loro città, cancellati da una “società civile internazionale”
dalle zanne come ghigliottine; decine e decine di donne e bambini
nel mercato di Sarajevo frantumati dagli ordigni del loro presidente
Izetbegovic, con lo stesso meccanismo degli attentati dell’11
settembre, per addossarne la strage ai serbi innocenti e fornire
alibi e supporto morale agli stermini bombaroli della Nato; i morti
di Sebrenica che ancora rivendicano la verità sui massacri subiti
dai propri correligionari, mujahedin di Al Qaida-Cia. La Jugoslavia
sbranata da carnefici transnazionali coalizzati e un branco di
trombettieri ammantati di umanitarismo che spianano la strada ai
carnefici nella coscienza degli ignari, rovesciando in perfetta
malafede la verità del boia e della sua vittima nel proprio
opposto: Woytila, Panella, l’interetnico Langer, che sproloquiava di
verginali intese interetniche sorvolando con salto triplo su torti e
ragioni, le compagnie di giro di preti e Ong, la cosca giornalistica
mondiale, nessuno escluso, e, più bugiardo e cinico di tutti,
indiscutibile garante del consenso a sinistra e
nell’intellettualità, Adriano Sofri.
E’ un attimo. La storia quelle voci le ha bell’e seppellite. La
geografia le ha distanziate nello spazio, fuori dai diritti, dalla
vista e dalla comunicazione. Il frastuono celebrativo nello studio
tutto macina e tutto rigenera. Ruminano le stesse formule il dc
berlusconide Marco Fellini – “Sofri ha svolto ragionamenti di
eccezionale nobiltà e libertà: oggi la libertà di Sofri è un pezzo
della libertà di tutti gli italiani” – e il senatore forzista avv.
Contestabile che, convinto dell’innocenza di Previti, Dell’Utri e
Berlusconi, è, con ferrea logica, altrettanto convinto di quella di
Sofri. E con ciò non gli fa un gran favore. Un altro forzista a 18
carati, Biondi, quello del tentato “colpo di spugna” su tangentopoli
da ministro della giustizia (!) col Berlusconi I, vola altissimo:”ci
sono problemi che dire non può la filosofia dei giudici”,
Shakespeare nientemeno, e pour cause, visto che Pisa rinchiude un
emulo di Jago. E poi chiude con “quel reo non è più lo stesso”,
rendendo doveroso omaggio a chi da assalitore di tutti i palazzi
d’inverno dell’ingiustizia e dello sfruttamento ha saputo farsi
mangiatore di operai panelliano, esperto di mangiatoie craxiste,
fido consulente del Martelli candidato prediletto di Cosa Nostra,
nobilitante frequentatore e cantore di tagliagole ceceni, assoldati
e addestrati in Afghanistan dalla Cia perché, sequestrando e
massacrando innocenti e ignari per tutte le Russie, guadagnassero
territori e oleodotti all’impero.
Recita la sua particina di sodale in tante imprese “umanitarie”
balcaniche il vecchio compagno Daniel Cohn Bendit e per lo studio
passa un tremito di compatibile eversione. Che però è subito
riassorbito dall’assicurazione che “Dany il rosso” collima su Sofri,
tema dirimente, sia con Berlusconi, che con Fini, glie l’hanno
assicurato entrambi. “Ci vuole per Sofri una grande maggioranza
trasversale, che già esiste nel mondo intellettuale e culturale
italiano”. Vero, Dany, maggioranze trasversali al potere ci
vogliono, altro che la vecchia “fantasia” di maggio! Solo che il
tuo monito che la riabilitazione di Sofri sia “un grande segnale per
l’Europa” rischia di spaventare un bel po’. Un Giuda al posto di
Gesù nelle aule scolastiche?
E poi Enzo Bianco, vetta intellettuale del parlamento e primo
firmatario insieme a Biondi, che, da ex-ministro degli interni, non
si risparmia una doverosa lancia spezzata per il commissario
Calabresi e la sua famiglia (al defenestrato Pinelli discretamente
neanche un accenno). E Stefano Folli in registrazione, opportuno
quanto altri mai poiché direttore del “Corriere della Sera” per suoi
meriti di fedeltà berlusconide e per demeriti in campo iracheno e
di interessi configgenti del predecessore Ferruccio de Bortoli:
“Siamo tutti convinti che meriti la grazia. E’ molto diverso da
trent’anni fa, è un protagonista del dibattito culturale del paese”.
Concetto, questo, della diversità tra il reprobo di trent’anni prima
e il maestro dell’etica e dell’estetica contemporanee,
involontariamente contraddetto da un volto liscio e roseo evocato a
tutto schermo dal kibbutziano Lerner, con sottopancia “Gennaro
Sasso, filosofo”. Sasso, infatti, proclama Sofri “un raro caso di
straordinaria ed estrema coerenza a proprio rischio e pericolo”. Ma
anche lui torna ai più suggestivi toni del dramma esistenziale,
profusi a piene mani da tutta la congrega, quando dall’estrema
coerenza, passa al suo contrario, alla catarsi figliolprodighista
che, in questo paese, intenerisce assai più della coerenza: “Tra
quelli che ho conosciuto è colui che ha saputo realizzare la critica
più serena e radicale del proprio passato. Dopo LC, un impegno
sempre totale che comportava grandi sacrifici…”
E il pensiero, lacerato tra coerenze muzioscevoliane e inversioni a
U damascene, tutte comunque epiche, non sa se soffermarsi sul Sofri
fregoliano che arronzava disoccupati napoletani, insorgenti reggini,
gasparazzi torinesi (da “Gasparazzo”, l’operaio Fiat immigrato
eternato da un grande disegnatore, morto per portare il giornale di
Sofri in giro per l’Italia) e rilanciava la rivoluzione socialista
in coro con i Vietcong, per poi invertire la rotta e stendere vele
all’uragano del recupero capitalista e del marcio
istituzionalizzato, del nazismo sharoniano e del planeticidio
sionista-statunitense. Oppure su un altro Sofri, davvero
straordinariamente coerente, che, complice l’ottusità senile di un
vertice PCI revisionista, statizzato e autoreferenziale, rintronato
dall’ossimoro supremo “partito di lotta e di governo” che poi ha
generato i noti mostri, sabota il più grande antagonismo dell’Italia
nel dopoguerra, lavorando gomito a gomito con la CIA nella persona
del socio editoriale Robert Cunningham, longa manus della
sovversione USA in Italia, padrone della tipografia di “Lotta
Continua”, quando ne ero il direttore responsabile, e compare di
Sofri in numerose altre imprese “commerciali”, fino a quando
l’intera baracca viene rilevata dai socialisti e da Claudio
Martelli, in società con il confesso provocatore CIA Giuliano
Ferrara (un simpatico ricordino che illustra il rigore della
coerenza sofrista è quello che vedeva il sottoscritto bersagliato da
oltre 150° processi per reati di stampa, tutti attribuibili alle
intemperanze redazionali dell’”irresponsabile” Sofri, mentre lo
stesso, all’insegna del “cazzi tuoi”, brigava impune con il
“compagno americano”). Coerenza estrema per davvero, e ininterrotta
fino alle operazioni “umanitarie” dell’intellettuale organico
dell’imperialismo nei Balcani e in Caucaso e fino al suo supporto
etico-lettario a tutte le soluzioni finali che il likudnismo
israelo-anglosassone, con i suoi ascari massonico-mafiosi tra Volga
e Po, va eseguendo dall’ Afghanistan all’Iraq, dalla Palestina
all’America Latina.
“Sarà dunque Sofri – come si esalta Gennaro Sasso – una grande
risorsa per la vita intellettuale e politica di questo paese, un
paese che di personaggi come lui ha oggi grande bisogno”. Un
bisogno, per Sasso, evidentemente non ancora soddisfatto da Lunardi
e Bossi, Bondi e Schifani, la camarilla di Arcore e i fascisti
postmoderni di Fini, i flagellanti alla Fassino e Bertinotti, il
bombarolo all’uranio, opusdeista e loggiarolo, di Gallipoli, o i
corifei del sofrismo assurti a sovrani dei media e a campioni
d’inquinamento da ridicolizzare Starace buonanima
La catena di Sant’Antonio lerneriana non finisce di snocciolarsi e a
uno Stenio Solinas del “Giornale” segue il capodigiunatore
panelliano Franco Corleone e Chiara, l’orfana del Moroni socialista
suicida di tangentopoli, oggi demichelisiana di quel Nuovo PSI che
si percepisce con forchetta in mano sullo strapuntino arcoriano,
esasperato dai lunghi digiuni e vorace più che mai. Ma il momento
clou, l’ospite-bomba, il climax non può non materializzarsi nelle
spoglie stazzonate, sempre più devastate da chissà quali nefandezze,
del guru-arlecchino. Marco Panella non perde l’occasione per trarre
dal cilindro lo stupefacente sposalizio dei contrari ontologici:
appassionata navigazione negli oceani di sangue delle aggressioni
imperialiste e, insieme, nobili tenerezze, delicate sensibilità
quali, tra le altre, l’amicizia, la riconoscenza, l’amore, oh sì
l’amore, per un Sofri visitato due volte al giorno e che in questi
anni “è venuto secernendo una non violenza ghandiana nuova, anzi
socratico-ghandiana”. Tanto ghandiana quella non violenza, paiono
ancora sussurrare i fantasmi di prima che ora paiono sprigionarsi
dalla ragnatela di quel volto d’avvoltoio inflaccidito, da averci
fatto ghandianamente uccidere ovunque chiedessimo verità e
giustizia. Ma Pannella sa anche come volgere una celebrazione in una
mobilitazione: “Con Sofri stiamo lavorando a un’enorme
manifestazione…” Inavveduto, dimentico dell’aria che, spettri o non
spettri, tira là dove si officiano liturgie imperiali, lo spettatore
per un attimo pensa al 20 marzo, giorno della manifestazione
mondiale contro la guerra all’Iraq, il razzismo sionista, le
occupazioni, il colonialismo, lo sfoltimento demografico, la
fascistizzazione, la tortura, le punizioni collettive, gli
autoattentati terroristici. Errore! Non sono ambiti familiari a un
Panella, o un Lerner, o un Ezio Mauro, direttore del tabloid
Repubblica (guai se fosse mancato!), o un Feltri (dioceneguardi!), o
un Pirani, o un Giulio Salierno ex-picchiatore fascista assassino,
radioso in studio nella grazia su di lui discesa fin dagli anni ’50,
o un Carlo Rossella, o un Luigi Manconi, o un’ormai matroneggiante
Kanita Focak, precipitatasi da Sarajevo per informare il mondo che,
all’epoca dei suoi anni belli, Sofri sosteneva Sarajevo, oltrechè
ripetendo inganni Nato e vaticani, recando a lei balocchi e profumi.
No, ad altro evento Panella andava accingendosi insieme al fratello
dei tagliagole wahabiti al soldo della Cia: “un’enorme
manifestazione contro il genocidio in Cecenia”. A Mosca, nello
stesso momento, andavano raccattando dai binari del metrò ancora una
volta i lembi umani di una carneficina perpetrata dal patriottismo
democratico degli amici in Cecenia di Sofri, Panella e Osama Bin
Bush. Ma su questo né Panella, né Lerner, né un tardivo, ma
parimenti solidale Furio Colombo, frequentatore dello stesso
insediamento di Sofri, nulla avevano da dire. Altro da dire invece,
e non poteva che essere così, aveva la signora Nelli Norton,
polacca, che completava la beatificazione di Sofri con il racconto
di un altro miracolo: la liberazione della Polonia. “Al tempo della
rivolta anticomunista, dei primi scioperi di Solidarnosc, non solo
portava soldi, ma anche messaggi, bigliettini clandestini, faceva da
portavoce dei prigionieri, era il nostro corriere…Ha contribuito
alla libertà e alla democrazia che oggi abbiamo in Polonia”.
Ovviamente in quello studio nessuno ha tirato fuori un libro paga
dei viaggiatori in Polonia per controllare se Sofri fosse stato, per
quei servigi preziosi, adeguatamente ricompensato.
Chiude Gad Lerner, che ricordo giovane, talentuoso e prediletto
discepolo di tanto maestro negli anni ’70 (me lo rivedo in testa a
cortei filopalestinesi, pensate l’astutissima lungimiranza!) e poi,
come altri di quella che indulgentemente vollero chiamare “la
lobby”, avviato ai fasti, se non del potere, quanto meno dei cantori
del potere: Enrico Deaglio, Carlo Pannella, Paolo Liguori, Andrea
Marcenaro, Franca Fossati, Toni Capuozzo, Gianni Riotta, Paolo
Mieli… ragazzi che squadra! Chiude Lerner, rimuovendo un tarlo
democraticistico che gli deve aver infastidito la pur coriacea
coscienza: il coro ha cantato, ma il controcanto? “Nessun
contradditorio”, taglia corto, “superfluo e fuoriluogo”.
Sofri sugli altari, laici, ma non dissimili da quelli su cui sono
stati posti i missionari apripista dei massacratori spagnoli in
Messico, di Padre Pio, trafficante e mago in Puglia, del cardinale
Stepinac, protettore di nazifascisti in Croazia, di madre Teresa di
Calcutta, istigatrice del culto della povertà, foraggiata da tiranni
sanguinari centroamericani per fingere assistenze mediche e
praticare sevizie antiaboriste alle donne, promuovendo al contempo
stragi etniche in Kosovo. Se ci stanno loro perché non Sofri? Ed è
in questo fulgore di autentica santità che, in apoteotico
coronamento, scende dagli schermi il volto del ragazzo invecchiato
senza maturare, accartocciato nel groviglio delle sue disonestà ,
quello di sempre, dall’occhio freddo di caimano. Scende e ancora
una volta intossica il mondo da Sarajevo, sua prova suprema di
coerenza: “ I serbi, armati fino ai denti, vogliono un mondo da cui
siano cancellati tutti quelli che non sono serbi”.
S’è visto come è andata a finire.
Sottotitoli, sigla e il povero Paolo Haendel che riesce ancora a
infilare un “A presto, Adriano!”. Che dio lo perdoni.
Noi invece ad Adriano Sofri, le cui gesta hanno sporcato la vicenda
di una generazione di coraggiosi e generosi, ricordiamo un’ovvietà:
tu potrai chiudere con il passato, ma è il passato che non chiude
con te. Per quanto sta in noi, te lo garantiamo. Nel nome di tutti
quelli su cui è passata la tua ombra di menzogna e di morte.
E' un po' lungo e me ne scuso ma forse servirà a capire che Sofri non è esattamente un'icona della sinistra..Moderatore Debate Square
"Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti"
- P. Conte -
Angst essen Seele auf
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