Ritornando sui binari.
Dopo aver contrapposto alla dottrina di Mosè il suo insegnamento (" Ma io vi dico", Mt 5,22), Gesù passa alla critica della pratica religiosa che Scribi e farisei pretendevano di contrabbandare come espressioni della volontà divina.
Le tre colonne che formavano la base della religiosità giudaica erano l'elemosina, la preghiera ed il digiuno (Tb 12,8). Queste pratiche religiose venivano sostenute dagli Scribi ed eseguite scrupolosamente dai Farisei che, con il loro stile di vita, ritenevano di essere da esempio al popolo.
Per Gesù, l'Uomo-Dio che si è fatto servo degli uomini, non l'esempio ma il servizio è l'atteggiamento che qualifica il credente ( Mt 20,25-28). Nel dare l'esempio, l'individuo mostra le sue virtù affinché gli altri si sforzino di raggiungerle, e questo lo fa ritenere superiore a quanti è di esempio. (Lc 18,11.12).
Gesù insegna che le qualità e le virtù che uno possiede non vanno esibite, ma messe a servizio di quanti ne hanno bisogno. Mentre l'esempio mantiene la distanza tra chi lo dà e chi lo riceve, il servizio elimina le distanze e rende uguali le persone.
Il desiderio di dare l'esempio può indurre l'individuo ad assumere modelli di comportamento religioso che non corrispondono alla sua vita, ma fanno parte del cliché dell'uomo pio.
Nel suo insegnamento Gesù demolisce questi modelli di religiosità esemplare e, senza mezzi termini, definisce ipocriti quelli che li praticano (Mt 6,2.5.16). Per la prima volta compare nel vangelo di Matteo il termine ipocrita (gr. hypokrites), che l'evangelista impiega ben 14 volte contro le 3 in Luca e 1 sola volta in Marco. Con questo nome s'indicava colui che recitava una parte, cioè il commediante. Tale qualifica è sempre rivolta da Gesù agli Scribi ed ai Farisei (Mt 23,13-15).
Autentici professionisti del sacro, Scribi e Farisei, mediante l'esibizione della propria pietà, manifestavano il loro senso di superiorità sul resto del popolo, nell'insaziabile bisogno di ammirazione da parte della gente.
Ma il Cristo non si lascia ingannare dalle apparenze.
Per Gesù quanti elargiscono l'elemosina "per essere glorificati dagli uomini" non sono altro che dei commedianti (Mt 6,2).
Non c'è nulla di più osceno che pubblicizzare il bene che si fa.
L'elemosina, come ogni altra forma di aiuto interessato, se glorifica chi la fa, è sempre un'umiliazione per chi la riceve, e quando viene reclamizzata non serve ad altro che a edificare la reputazione di santità del pio elemosiniere.
Quanti sfruttano il bisogno altrui per far conoscere al mondo quanto si è buoni e generosi non sono che dei commedianti che, nell'ammirazione che suscitano, hanno già ricevuto la loro ricompensa. Per Gesù costoro non solo non rendono culto al Signore, ma desiderando "essere glorificati dagli uomini" (Mt 6,2), si sostituiscono a Dio, dirottando su di essi la gloria che deve dirigersi unicamente al "Padre che è nei cieli" (Mt 5,16).
All'elemosina, pratica giudaica considerata degna di grandi meriti presso Dio ( Tb 4,11; pr 19,17), Gesù contrappone la condivisione dei beni ( Mt 19,21).
Mentre dare l'elemosina significa mantenere una distanza e una dipendenza tra chi la fa e chi la riceve, la condivisione annulla questa distanza ed istaura un rapporto tra pari: ai poveri non c'è da dare cose, ma tutto se stessi (Mt 14,13-21). Quando si ama veramente si desidera che l'altro abbia le stesse cose che si possiedono e questo non è possibile con l'elemosina, ma solo con loa condivisione di quel che si è e si ha.
Nell'attesa che la comunità di Matteo giunga alla piena comprensione e accettazione del messaggio di Gesù, passando dalla pratica giudaica dell'elemosina a quella cristiana della condivisione (Mt 5,3), l'evangelista invita alla massima discrezione nel fare l'elemosina (Mt 6,3-4).
Dopo aver contrapposto alla dottrina di Mosè il suo insegnamento (" Ma io vi dico", Mt 5,22), Gesù passa alla critica della pratica religiosa che Scribi e farisei pretendevano di contrabbandare come espressioni della volontà divina.
Le tre colonne che formavano la base della religiosità giudaica erano l'elemosina, la preghiera ed il digiuno (Tb 12,8). Queste pratiche religiose venivano sostenute dagli Scribi ed eseguite scrupolosamente dai Farisei che, con il loro stile di vita, ritenevano di essere da esempio al popolo.
Per Gesù, l'Uomo-Dio che si è fatto servo degli uomini, non l'esempio ma il servizio è l'atteggiamento che qualifica il credente ( Mt 20,25-28). Nel dare l'esempio, l'individuo mostra le sue virtù affinché gli altri si sforzino di raggiungerle, e questo lo fa ritenere superiore a quanti è di esempio. (Lc 18,11.12).
Gesù insegna che le qualità e le virtù che uno possiede non vanno esibite, ma messe a servizio di quanti ne hanno bisogno. Mentre l'esempio mantiene la distanza tra chi lo dà e chi lo riceve, il servizio elimina le distanze e rende uguali le persone.
Il desiderio di dare l'esempio può indurre l'individuo ad assumere modelli di comportamento religioso che non corrispondono alla sua vita, ma fanno parte del cliché dell'uomo pio.
Nel suo insegnamento Gesù demolisce questi modelli di religiosità esemplare e, senza mezzi termini, definisce ipocriti quelli che li praticano (Mt 6,2.5.16). Per la prima volta compare nel vangelo di Matteo il termine ipocrita (gr. hypokrites), che l'evangelista impiega ben 14 volte contro le 3 in Luca e 1 sola volta in Marco. Con questo nome s'indicava colui che recitava una parte, cioè il commediante. Tale qualifica è sempre rivolta da Gesù agli Scribi ed ai Farisei (Mt 23,13-15).
Autentici professionisti del sacro, Scribi e Farisei, mediante l'esibizione della propria pietà, manifestavano il loro senso di superiorità sul resto del popolo, nell'insaziabile bisogno di ammirazione da parte della gente.
Ma il Cristo non si lascia ingannare dalle apparenze.
Per Gesù quanti elargiscono l'elemosina "per essere glorificati dagli uomini" non sono altro che dei commedianti (Mt 6,2).
Non c'è nulla di più osceno che pubblicizzare il bene che si fa.
L'elemosina, come ogni altra forma di aiuto interessato, se glorifica chi la fa, è sempre un'umiliazione per chi la riceve, e quando viene reclamizzata non serve ad altro che a edificare la reputazione di santità del pio elemosiniere.
Quanti sfruttano il bisogno altrui per far conoscere al mondo quanto si è buoni e generosi non sono che dei commedianti che, nell'ammirazione che suscitano, hanno già ricevuto la loro ricompensa. Per Gesù costoro non solo non rendono culto al Signore, ma desiderando "essere glorificati dagli uomini" (Mt 6,2), si sostituiscono a Dio, dirottando su di essi la gloria che deve dirigersi unicamente al "Padre che è nei cieli" (Mt 5,16).
All'elemosina, pratica giudaica considerata degna di grandi meriti presso Dio ( Tb 4,11; pr 19,17), Gesù contrappone la condivisione dei beni ( Mt 19,21).
Mentre dare l'elemosina significa mantenere una distanza e una dipendenza tra chi la fa e chi la riceve, la condivisione annulla questa distanza ed istaura un rapporto tra pari: ai poveri non c'è da dare cose, ma tutto se stessi (Mt 14,13-21). Quando si ama veramente si desidera che l'altro abbia le stesse cose che si possiedono e questo non è possibile con l'elemosina, ma solo con loa condivisione di quel che si è e si ha.
Nell'attesa che la comunità di Matteo giunga alla piena comprensione e accettazione del messaggio di Gesù, passando dalla pratica giudaica dell'elemosina a quella cristiana della condivisione (Mt 5,3), l'evangelista invita alla massima discrezione nel fare l'elemosina (Mt 6,3-4).


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