coppia, possesso e identita' di se'

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  • axeUgene
    Opinionista

    • 17/04/10
    • 24578

    #1

    coppia, possesso e identita' di se'

    visto che il 3d originario è stato sputtanato, ripristino questo, che secondo me offre un sacco di spunti di riflessione:
    un passo di Umberto Galimberti, che secondo me è parecchio illuminante; qui si parte dalla nozione di tradimento, ma quello che mi interessa sottolineare è la questione dell'identità, qui in relazione al possesso;


    Il "tradimento perfetto"

    di Umberto Galimberti

    Se il tradimento non è solo un esercizio di sessualità a bassa definizione, io penso che abbia una sua dignità(...)Tradire un amore, tradire un amico, tradire un'idea, tradire un partito, tradire persino la patria significa infatti svincolarsi da un'appartenenza e creare uno spazio di identità non protetta da alcun rapporto fiduciario, e quindi in un certo senso più autentica e vera.

    Nasciamo infatti nella fiducia che qualcuno ci nutra e ci ami, ma possiamo crescere e diventare noi stessi solo se usciamo da questa fiducia, se non ne restiamo prigionieri, se a coloro che per primi ci hanno amato e a tutti quelli che dopo di loro sono venuti, un giorno sappiamo dire: "Non sono come tu mi vuoi".

    C'è infatti in ogni amore, da quello dei genitori, dei mariti, delle mogli, degli amici, degli amanti a quello delle idee e delle cause che abbiamo sposato, una forma di possesso che arresta la nostra crescita e costringe la nostra identità a costituirsi solo all'interno di quel recinto che è la fedeltà che non dobbiamo tradire.

    Ma in ogni fedeltà che non conosce il tradimento e neppure ne ipotizza la possibilità c'è troppa infanzia, troppa ingenuità, troppa paura di vivere con le sole nostre forze, troppa incapacità di amare se appena si annuncia un profilo d'ombra. Eppure senza questo profilo d'ombra, quella che puerilmente chiamano "fedeltà" è l'incapacità di abbandonare lidi protetti, di uscire a briglia sciolta e a proprio rischio verso le regioni sconosciute della vita che si offrono solo a quanti sanno dire per davvero "addio". E in ogni addio c'è lo stigma del tradimento e insieme dell'emancipazione.

    C'è il lato oscuro della fedeltà che però è anche ciò che le conferisce il suo significato e che la rende possibile. Fedeltà e tradimento devono infatti l'una all'altro la densità del loro essere che emancipa non solo il traditore ma anche il tradito, risvegliando l'un l'altro dal loro sonno e dalla loro pigrizia emancipativa impropriamente scambiata per "amore". Gioco di prestigio di parole per confondere le carte e barare al gioco della vita.

    Il traditore di solito queste cose le sa, meno il tradito che, quando non si rifugia nella vendetta, nel cinismo, nella negazione o nella scelta paranoide, finisce per consegnarsi a quel tradimento di sé che è la svalutazione di se stesso per non essere più amato dall'altro, senza così accorgersi che allora, nel tempo della fedeltà, la sua identità era solo un dono dell'altro. Tradendolo l'altro lo consegna a se stesso, e niente impedisce di dire a tutti coloro che si sentono traditi che forse un giorno hanno scelto chi li avrebbe traditi per poter incontrare se stessi, come un giorno Gesù scelse Giuda per incontrare il suo destino.

    Sembra infatti che la legge della vita sia scritta più nel segno del tradimento che in quello della fedeltà, forse perché la vita preferisce di più chi ha incontrato se stesso e sa chi davvero è, rispetto a chi ha evitato di farlo per stare rannicchiato in un'area protetta dove il camuffamento dei nomi fa chiamare fedeltà e amore quello che in realtà è insicurezza o addirittura rifiuto di sapere chi davvero si è, per il terrore di incontrare se stessi, un giorno almeno, prima di morire, con il rischio di non essere mai davvero nati.
    Last edited by axeUgene; 08-08-2013, 16:37.
    c'è del lardo in Garfagnana
  • Baboulenka
    Opinionista
    • 25/01/09
    • 14527

    #2
    Il primo che la butta sulla religione sarà bannato. Non voglio sentire neanche un accenno a dio, la madonna, i santi o simili.
    Per tutto quello c'è la sezione RELIGIONI.

    I solemnly swear that i am up to no good...

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    • Ailis
      Banana
      • 06/05/05
      • 5301

      #3
      Cercare di dare delle definizioni all'amore e archiviare, etichettare i comportamenti amorosi, sono errori in partenza.

      Non esiste un rapporto uguale ad un altro, perchè le coppie sono fatte da due universi complicatissimi che si incontrano. Una teoria del caos sentimentale.

      'Sta storia delle coppie aperte, la trovo un po' sorpassata e limitante.
      "Nulla si sa, tutto si immagina"
      Federico Fellini

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      • axeUgene
        Opinionista

        • 17/04/10
        • 24578

        #4
        dove sta la coppia aperta qui ?

        in questo scritto, il "tradimento" è chiamato in causa solo come cartina di tornasole per individuare i motivi fondanti dell'attaccamento di coppia, e lo trovo interessante poiché tutti parliamo sempre di "amore", ma poi in quella parola ognuno ci mette quel che vuole, dall'abnegazione totale, al possesso violento, passando per tutte le sfumature intermedie;

        è curioso che di una "cosa" che riteniamo essenziale nelle nostre vite, nessuno si prenda davvero la fatica di dare una definizione coerente e materiale, in termini di comportamenti, limiti, priorità e status psicologici...
        c'è del lardo in Garfagnana

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        • Ailis
          Banana
          • 06/05/05
          • 5301

          #5
          è perchè l'amore, è la vita della persone. non puoi dare una definizione che riguardi l'intera umanità!

          forse ho interpretato male le tue parole. boh.

          comunque non capisco cosa c'è di male o strano nell'essere fedeli, senza che dietro ci sia chissà cosa
          "Nulla si sa, tutto si immagina"
          Federico Fellini

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          • axeUgene
            Opinionista

            • 17/04/10
            • 24578

            #6
            Originariamente Scritto da Ailis Visualizza Messaggio
            è perchè l'amore, è la vita della persone. non puoi dare una definizione che riguardi l'intera umanità!

            forse ho interpretato male le tue parole. boh.

            comunque non capisco cosa c'è di male o strano nell'essere fedeli, senza che dietro ci sia chissà cosa
            ah, scusa; ho dimenticato di trascrivere l'autore del testo, che è Umberto Galimberti; l'avevo postato anche nell'altro 3d

            gua', io sono monogamo e, finora, fedele, senza che questo comporti alcuna pretesa di virtù; nonché, anche propenso al matrimonio; insomma, piuttosto straight e tradizionalista, se vogliamo;

            però, avendo vissuto qualche decennio e qualche relazione, mi sono dovuto necessariamente confrontare con tante circostanze che pongono le questioni evocate dall'articolo, e credo che la capacità di vivere e amministrare i propri sentimenti sia potenziata dalla comprensione di tante esigenze e pulsioni che speso vengono ignorate, nascoste sotto il quadro in cui siamo soliti immaginare la natura di quegli stessi sentimenti.
            c'è del lardo in Garfagnana

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            • Misterikx
              whatever..
              • 24/03/05
              • 15327

              #7
              Originariamente Scritto da axeUgene Visualizza Messaggio
              visto che il 3d originario è stato sputtanato, ripristino questo, che secondo me offre un sacco di spunti di riflessione:
              un passo di Umberto Galimberti, che secondo me è parecchio illuminante; qui si parte dalla nozione di tradimento, ma quello che mi interessa sottolineare è la questione dell'identità, qui in relazione al possesso;


              Il "tradimento perfetto"

              di Umberto Galimberti

              Se il tradimento non è solo un esercizio di sessualità a bassa definizione, io penso che abbia una sua dignità(...)Tradire un amore, tradire un amico, tradire un'idea, tradire un partito, tradire persino la patria significa infatti svincolarsi da un'appartenenza e creare uno spazio di identità non protetta da alcun rapporto fiduciario, e quindi in un certo senso più autentica e vera.

              Nasciamo infatti nella fiducia che qualcuno ci nutra e ci ami, ma possiamo crescere e diventare noi stessi solo se usciamo da questa fiducia, se non ne restiamo prigionieri, se a coloro che per primi ci hanno amato e a tutti quelli che dopo di loro sono venuti, un giorno sappiamo dire: "Non sono come tu mi vuoi".

              C'è infatti in ogni amore, da quello dei genitori, dei mariti, delle mogli, degli amici, degli amanti a quello delle idee e delle cause che abbiamo sposato, una forma di possesso che arresta la nostra crescita e costringe la nostra identità a costituirsi solo all'interno di quel recinto che è la fedeltà che non dobbiamo tradire.

              Ma in ogni fedeltà che non conosce il tradimento e neppure ne ipotizza la possibilità c'è troppa infanzia, troppa ingenuità, troppa paura di vivere con le sole nostre forze, troppa incapacità di amare se appena si annuncia un profilo d'ombra. Eppure senza questo profilo d'ombra, quella che puerilmente chiamano "fedeltà" è l'incapacità di abbandonare lidi protetti, di uscire a briglia sciolta e a proprio rischio verso le regioni sconosciute della vita che si offrono solo a quanti sanno dire per davvero "addio". E in ogni addio c'è lo stigma del tradimento e insieme dell'emancipazione.

              C'è il lato oscuro della fedeltà che però è anche ciò che le conferisce il suo significato e che la rende possibile. Fedeltà e tradimento devono infatti l'una all'altro la densità del loro essere che emancipa non solo il traditore ma anche il tradito, risvegliando l'un l'altro dal loro sonno e dalla loro pigrizia emancipativa impropriamente scambiata per "amore". Gioco di prestigio di parole per confondere le carte e barare al gioco della vita.

              Il traditore di solito queste cose le sa, meno il tradito che, quando non si rifugia nella vendetta, nel cinismo, nella negazione o nella scelta paranoide, finisce per consegnarsi a quel tradimento di sé che è la svalutazione di se stesso per non essere più amato dall'altro, senza così accorgersi che allora, nel tempo della fedeltà, la sua identità era solo un dono dell'altro. Tradendolo l'altro lo consegna a se stesso, e niente impedisce di dire a tutti coloro che si sentono traditi che forse un giorno hanno scelto chi li avrebbe traditi per poter incontrare se stessi, come un giorno Gesù scelse Giuda per incontrare il suo destino.

              Sembra infatti che la legge della vita sia scritta più nel segno del tradimento che in quello della fedeltà, forse perché la vita preferisce di più chi ha incontrato se stesso e sa chi davvero è, rispetto a chi ha evitato di farlo per stare rannicchiato in un'area protetta dove il camuffamento dei nomi fa chiamare fedeltà e amore quello che in realtà è insicurezza o addirittura rifiuto di sapere chi davvero si è, per il terrore di incontrare se stessi, un giorno almeno, prima di morire, con il rischio di non essere mai davvero nati.
              bastava dire;
              si tradisce per noia
              that´s it!
              " Non siamo in un salotto borbonico col mignolo sollevato e l'inchino obbligatorio. Qui siamo tutti uguali. Non ti aspettare in un forum cose difficili da trovare pure tra amici e parenti." Nahui

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              • Doppio
                Superstite
                • 04/08/10
                • 4917

                #8
                Originariamente Scritto da Misterikx Visualizza Messaggio
                bastava dire;
                si tradisce per noia
                that´s it!
                Mi sa che non stiamo leggendo la stessa cosa, la tesi a me pare ben diversa: si tradisce (anche nella coppia, ma l'accento mi pare più verso il tradire idee e principi) per mettere in discussione lo status quo e riaffermare un proprio io slegato da vincoli.
                Non avete ancora visto niente

                Moderatore droghe

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                • axeUgene
                  Opinionista

                  • 17/04/10
                  • 24578

                  #9
                  Originariamente Scritto da Doppio Visualizza Messaggio
                  Mi sa che non stiamo leggendo la stessa cosa, la tesi a me pare ben diversa: si tradisce (anche nella coppia, ma l'accento mi pare più verso il tradire idee e principi) per mettere in discussione lo status quo e riaffermare un proprio io slegato da vincoli.
                  da vincoli, ma soprattutto da sicurezze affettive e identitarie;

                  cioè, nello scritto non si tratta di uno slancio edonistico o del rifiuto di una difficoltà, ma al contrario dell'abbandono di una protezione, di una protesi della personalità autentica.
                  c'è del lardo in Garfagnana

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                  • Doppio
                    Superstite
                    • 04/08/10
                    • 4917

                    #10
                    Può pure avere un senso come discorso, ma oltre a sorvolare sul fatto che le ragioni per tradire possono essere molteplici (e tra queste può pure esserci l'esatto contrario di quanto scritto, ovvero il tradire come ricerca di conferme, ergo un rafforzamento dell'io preesistente), lo trovo un po' forzato e certamente nutro non pochi dubbi sullaffermazione
                    Il traditore di solito queste cose le sa
                    qualcuno lo saprà, ma rientrerà in quella minoranza di persone dotate di un livello di consapevolezza piuttosto alto.
                    Non avete ancora visto niente

                    Moderatore droghe

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                    • axeUgene
                      Opinionista

                      • 17/04/10
                      • 24578

                      #11
                      mah... l'aspetto interessante di tutto il discorso non riguarda il tradimento come positum, che in questo senso è un pretesto, ma l'identità che si viene a creare nella "fedeltà" ad un contesto rassicurante e di comodo;

                      ...Ma in ogni fedeltà che non conosce il tradimento e neppure ne ipotizza la possibilità c'è troppa infanzia, troppa ingenuità, troppa paura di vivere con le sole nostre forze, troppa incapacità di amare se appena si annuncia un profilo d'ombra

                      ...stare rannicchiato in un'area protetta dove il camuffamento dei nomi fa chiamare fedeltà e amore quello che in realtà è insicurezza o addirittura rifiuto di sapere chi davvero si è, per il terrore di incontrare se stessi

                      io ho personalmente vissuto - e vivo ancora - questa ambivalenza, in cui la virtù e i "buoni sentimenti" sono anche una corazza e una promessa di identità irreprensibile;
                      e altrettanto vivo strappi dolorosissimi di lealtà "dovute" a ruoli che mi hanno imprigionato ingiustamente e che generano anche una reazione violenta;

                      non c'è nulla di comodo, edonistico, egoistico o irresponsabile in un percorso di questo tipo quando si viene costretti a mettere in discussione e rielaborare affetti e sicurezze di fronte all'ignoto.
                      c'è del lardo in Garfagnana

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                      • Doppio
                        Superstite
                        • 04/08/10
                        • 4917

                        #12
                        Ok, diciamo che sospendo le riseve che posso avere, prendo il discorso per buono semplicemente tralasciando la considerazione della differenti ragioni che possono spingere al tradimento... ma anche concetrandomi solo su questa specifica ricerca del se privandosi delle proprie sovrastrutture non si può ignorare che le persone sono differenti, se per qualcuno le protezioni fornite dalla fedeltà sono un bene imprescindibile o quasi, per altri mettersi di fronte all'ignoto senza protezione è un bisogno altrettanto imprescindibile e la comodità non è poi così importante: scriveva Niezsche alla sorella nel 1865: "Qui le strade si dividono: se vuoi lottare per la pace dell'anima e per il piacere allora credi: se vuoi essere discepolo della verità allora ricerca"... insomma, c'è a questo mondo chi ritiene di sapere chi è e a questa immagine si se rimane adeso e coerente (coerente nel conteso mi pare più calzante di fedele: fedele come parola pone l'accento più fortemente verso il rapporto di coppia che secondo me qui è secondario), altri invece prediligono un percorso che li metta costantemente in discussione e li esponga alle intemperie di una vita senza punti fissi, ma ambedue le posizioni mi paiono legittime, solo dettate da differenti forme di base della persona. Se vuoi l'interessante del discorso è la lettura che inverte i valori e indica la coerenza come rifugio sicuro che protegge, ma blocca anche la possibilità di conoscere veramente se stessi, e il tadimento come il salto nel buio di chi ha veramente il coraggio di andarsi a cercare (e quando si trova farsi un culo così), ma in realtà , almeno secondo me, non c'è tra le due una scelta più valida dell'altra, ciascuna delle due ha le sue difficoltà e i suoi fattori di crescita personale, ciascuna ha i suoi moventi egoistici e fattori negativi, ma alla fine anche questo ha poca importanza, perché si sceglie ben poco di quello che si è, ergo una via o l'altra sarà solo in minima parte effettivamente determinato da una scelta.
                        Non avete ancora visto niente

                        Moderatore droghe

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                        • axeUgene
                          Opinionista

                          • 17/04/10
                          • 24578

                          #13
                          Originariamente Scritto da Doppio Visualizza Messaggio
                          Se vuoi l'interessante del discorso è la lettura che inverte i valori e indica la coerenza come rifugio sicuro che protegge, ma blocca anche la possibilità di conoscere veramente se stessi, e il tadimento come il salto nel buio di chi ha veramente il coraggio di andarsi a cercare (e quando si trova farsi un culo così), ma in realtà , almeno secondo me, non c'è tra le due una scelta più valida dell'altra, ciascuna delle due ha le sue difficoltà e i suoi fattori di crescita personale, ciascuna ha i suoi moventi egoistici e fattori negativi, ma alla fine anche questo ha poca importanza, perché si sceglie ben poco di quello che si è, ergo una via o l'altra sarà solo in minima parte effettivamente determinato da una scelta.
                          in astratto si può equiparare tutto, in effetti;

                          però in concreto, l'insieme delle motivazioni sociali, la prevalenza della paura sulla speranza nelle persona adulte e stabilizzate, determinano dinamiche di possesso e potere, che in ogni contesto pesano in modo diverso;
                          se mi sottraggo ad una fedeltà di gruppo, o di partito, magari perdo il lavoro e l'identità sociale;

                          oppure, posso essere fedele a una donna che non amo più per non perdere uno status di famiglia, una collocazione, un'identità; esattamente come posso sentirmi minacciato da quella donna che a sua volta, andandosene, mi priva di quelle prerogative e attribuzioni;

                          se quotidianamente ci sono uomini che maltrattano o uccidono donne che minacciano di abbandonarli - magari con le quali avevano un rapporto pessimo e sofferente, o finito, e comunque non normalmente gratificante e desiderabile - significa che l'investimento identitario in quello status è fortissimo, e fortissimamente basato sulla paura, tipica del tratto infantile evocato;

                          quando, parlando di matrimonio, ho posto la domanda a Cono - il quale perorava un non precisato "venirsi incontro" a tutela dell'indissolubilità, col sentimento che diventa "qualcosa di più bello", e la cui potenza centrifuga viene neutralizzata - quale posizione si assume di fronte ad un partner che non ci vuole più, non c'è stata risposta;

                          e allora mi è venuto in mente questo passo di Galimberti, e l'idea che in quella mancata risposta si nasconde un buco nero di paure, riconducibili all'identità che si frantuma e deve dolorosamente essere ricostruita, probabilmente con molte mutilazioni.
                          c'è del lardo in Garfagnana

                          Comment

                          • Doppio
                            Superstite
                            • 04/08/10
                            • 4917

                            #14
                            Originariamente Scritto da axeUgene Visualizza Messaggio
                            in astratto si può equiparare tutto, in effetti;

                            però in concreto, l'insieme delle motivazioni sociali, la prevalenza della paura sulla speranza nelle persona adulte e stabilizzate, determinano dinamiche di possesso e potere, che in ogni contesto pesano in modo diverso;
                            se mi sottraggo ad una fedeltà di gruppo, o di partito, magari perdo il lavoro e l'identità sociale;
                            O viceversa perdo il lavoro perché, coerente con le mie (ipotetiche) posizioni, vado in ufficio con un lavalliere nero e rifiuto la scala gerarchica che contraddistingue quasi qualsiasi posto di lavoro normale o pretendo di applicare i principi di Adam Smith con il mio capo.

                            Originariamente Scritto da axeUgene Visualizza Messaggio
                            oppure, posso essere fedele a una donna che non amo più per non perdere uno status di famiglia, una collocazione, un'identità; esattamente come posso sentirmi minacciato da quella donna che a sua volta, andandosene, mi priva di quelle prerogative e attribuzioni;

                            se quotidianamente ci sono uomini che maltrattano o uccidono donne che minacciano di abbandonarli - magari con le quali avevano un rapporto pessimo e sofferente, o finito, e comunque non normalmente gratificante e desiderabile - significa che l'investimento identitario in quello status è fortissimo, e fortissimamente basato sulla paura, tipica del tratto infantile evocato;
                            Non stavi dicendo "in concreto"? Questo è un discorso astratto che non risponde alle situazioni reali tipiche dei casi di violenza domestica, tra persone equilibrate non accade in presenza di una unione inizialmente felice l'aprirsi di crepe e screzi che finiscono verso conclusioni che prevedono percosse e/o omicidio. I casi del genere, salvo eccezioni, coinvolgono quasi sempre tipologie specifiche di individui squilibrati (non solo gli aguzzini, a sposare un certo genere di brutti ceffi mediamente sono donne patologicamente succubi) per cui i concetti di "gratificante e desiderabile" esulano dalla norma, le conclusioni violente delle coppie non hanno nulla a che vedere con il tentativo di preservare lo status quo in cui ci si identifica, sono quasi sempre l'estrema conseguenza di un rapporto malato e fondato sul soppruso tacitamente accettato fin dall'inizio.

                            Non stavo affatto parlando in astratto e tantomeno equiparando: le posizioni di coerenza o capacità di mettersi in discussione sono evidentemente completamente diverse, ma sono ambedue, se applicate con criterio, dotate ciascuna di una propria specifica dignità, in caso contrario, quando le si applica in maniera sconsiderata, sono entrambe dannose in modo differente. Per restare terra terra, tanto per evitare di essere additato come sostenitore di tesi capziose, una persona che sappia essere coerente con se stessa sarà probabilmente considerata affidabile ed ammirevole, ma se questa coerenza supera i limiti della ragionevolezza sfocerà nell'estremismo ideologico, nel fanatimo o nel bigottismo; per contro una persona in grado di mettersi in discussione e di mettere in discussione le proprie posizioni e scelte sarà indubitabilmente contraddistinta da un apertura intellettuale tale da bypassare la maggior parte dei pregiudizi, sarà più facilmente in grado di comprendere, apprendere e talvolta di empatizzare, ma eccedendo in tal senso finirà facilmente vittima della sua stessa incapacità di prendere una posizione e portarla avanti, incartandosi su se stesso in un totale egocentrismo del "qui ed ora" (in pratica sarà in grado di contemplare unicamente la sua posizione assunta al momento).

                            Un equilibrato compromesso è probabilmente la soluzione più ragionevole e pratica, come non ha senso farsi schiavizzare da elementi che ci conferiscano una identità artefatta è incongruo mettere sempre e comunque in discussione ogni cosa per cercare la propria identità altrove, di fatto è infantile in modo diverso anche questo.
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                            • axeUgene
                              Opinionista

                              • 17/04/10
                              • 24578

                              #15
                              Originariamente Scritto da Doppio Visualizza Messaggio
                              Non stavi dicendo "in concreto"? Questo è un discorso astratto che non risponde alle situazioni reali tipiche dei casi di violenza domestica, tra persone equilibrate non accade in presenza di una unione inizialmente felice l'aprirsi di crepe e screzi che finiscono verso conclusioni che prevedono percosse e/o omicidio. I casi del genere, salvo eccezioni, coinvolgono quasi sempre tipologie specifiche di individui squilibrati (non solo gli aguzzini, a sposare un certo genere di brutti ceffi mediamente sono donne patologicamente succubi) per cui i concetti di "gratificante e desiderabile" esulano dalla norma, le conclusioni violente delle coppie non hanno nulla a che vedere con il tentativo di preservare lo status quo in cui ci si identifica, sono quasi sempre l'estrema conseguenza di un rapporto malato e fondato sul soppruso tacitamente accettato fin dall'inizio.
                              beh, la violenza fisica è certamente una punta di iceberg deviante, ma riposa comunque su una cultura del possesso che deve essere radicata per produrre statisticamente quegli effetti;
                              accanto alle violenze manifeste, emerse o meno, c'è comunque un esercizio di potere nelle relazioni - non esclusivo del genere maschile, ma socialmente più facile e praticabile - che deve trovare una legittimazione in una figura di possesso;

                              quando siamo adolescenti, c'è un periodo in cui "vogliamo avere la ragazza", non perché ci piaccia una in particolare, ma per una questione di status, per non essere degli "sfigati"; crescendo, alcune insicurezze vengono superate, ma il pattern mentale di strumentalizzazione resta;

                              vedere il partner come un'attribuzione della propria personalità e identità è una circostanza normale e comprensibile, che tuttavia introduce un importante elemento di crisi e conflitto, perché quello è una persona dotata di autonomia e non è affatto detto che si presti indefinitamente ad essere incasellato nel ruolo che la nostra condizione di status gli chiede;

                              senza arrivare alla rottura, quante crisi determina il semplice desiderio di progredire in carriera, cambiare lavoro o anche solo dedicarsi ad attività proprie, vissuto come competizione o rottura di un equilibrio ?

                              Non stavo affatto parlando in astratto e tantomeno equiparando: le posizioni di coerenza o capacità di mettersi in discussione sono evidentemente completamente diverse, ma sono ambedue, se applicate con criterio, dotate ciascuna di una propria specifica dignità, in caso contrario, quando le si applica in maniera sconsiderata, sono entrambe dannose in modo differente. Per restare terra terra, tanto per evitare di essere additato come sostenitore di tesi capziose, una persona che sappia essere coerente con se stessa sarà probabilmente considerata affidabile ed ammirevole, ma se questa coerenza supera i limiti della ragionevolezza sfocerà nell'estremismo ideologico, nel fanatimo o nel bigottismo; per contro una persona in grado di mettersi in discussione e di mettere in discussione le proprie posizioni e scelte sarà indubitabilmente contraddistinta da un apertura intellettuale tale da bypassare la maggior parte dei pregiudizi, sarà più facilmente in grado di comprendere, apprendere e talvolta di empatizzare, ma eccedendo in tal senso finirà facilmente vittima della sua stessa incapacità di prendere una posizione e portarla avanti, incartandosi su se stesso in un totale egocentrismo del "qui ed ora" (in pratica sarà in grado di contemplare unicamente la sua posizione assunta al momento).

                              Un equilibrato compromesso è probabilmente la soluzione più ragionevole e pratica, come non ha senso farsi schiavizzare da elementi che ci conferiscano una identità artefatta è incongruo mettere sempre e comunque in discussione ogni cosa per cercare la propria identità altrove, di fatto è infantile in modo diverso anche questo.
                              non la vedo come ricerca di una soluzione pragmatica tra due estremi, se non altro perché non posso essere il Dominus sovrastante di una coppia; c'è una questione "ideologica" ed educativa di fondo da affrontare:

                              io sono io, e posso rispondere di me; posso auspicare che le cose vadano in un certo modo e fare il possibile perché ciò avvenga;
                              ma l'altro è altro da me e se - a qualsiasi titolo e scevro da giudizi - la sua condizione con me è infelice, io devo pormi il problema di quanto e perché sia legittimo - e utile, vitale - preservare una situazione il cui fondamento a quel punto è un mio bisogno che chiede il sacrificio altrui attraverso il mio possesso;

                              capisci bene che non essere soggettivamente ed "ideologicamente" preparati alla domanda: cosa fai, come ti comporti se l'altro è infelice e ha deciso di andarsene ? è il problema rimosso dalle endorfine degli esordi prima, e dalle circostanze sociali e materiali poi, ma come lo rigiri chiede sempre a qualcuno di pagare un prezzo rispetto alla costruzione dell'esistenza che si è fatto;

                              lo scritto di Galimberti porta alla luce esattamente la questione degli "ingredienti" occulti che sono alla base della ricetta, e che ad un determinato momento vengono metabolizzati e diventano costitutivi dello status in un modo di cui non siamo consapevoli e che spesso non sappiamo gestire, se non adeguatamente preparati a riconoscerli.
                              c'è del lardo in Garfagnana

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