Infatti: Non lo hanno. Ce lo sta dicendo la pandemia. Hai voglia te di programmare tutto, assicurare tutto, pianificare tutto eccetera. E' bastato un minuscolo virus per sconvolgere l'esistenza di milioni di persone...
Avere Figli, donare la Vita, è una cosa NATURALE. La cosa più bella del mondo, Breakthru. La "visione diversa" è arrivata a considerarla un rischio. Un salto nel buio. Un costo aggiuntivo nel budget familiare. Addirittura un gesto da irresponsabili! Pensa te a che livelli siamo arrivati.
Che cosa ci ha portati a questo? Nel suo ultimo libro, “Il capitalismo e il sacro”, l’economista filosofo L. Bruni invita a riflettere sulla «devastazione umana e sociale prodotta dalla cultura-religione-idolatria» rappresentata dal capitalismo. Sotto accusa è la società dell’iper-consumo, un sistema economico e culturale che nel suo franare sembra travolgere tutto, anche gli ultimi scampoli di umanità. Sul New York Times, in una lunga analisi dal titolo emblematico, “The end of babies”, “La fine dei bambini”, Anna Sussman individua una possibile via d’uscita: «Il primo passo è rinunciare all’individualismo celebrato dal capitalismo e riconoscere che l’interdipendenza è essenziale per la sopravvivenza a lungo termine». Abbiamo condannato il comunismo, ma anche il capitalismo si sta mangiando i bambini. L’ultima “stazione” di questo “culto” che ha eretto l’egoismo a “regola di vita” sta conducendo all’estinzione della specie? Un aspetto emblematico della vicenda è che benché di figli ne nascano pochi ovunque nel mondo occidentale, tutte le ricerche indicano che le persone desiderano più bimbi di quelli che mettono al mondo. In questo “vorrei ma non posso” c’è il dramma della precarietà materiale e morale di questa epoca, perché di fronte l’uomo d’oggi ha una lista infinita di idoli da adorare e/o possedere prima e dopo la nascita di un figlio. La promessa di una vita intensa e ricca di cose, di esperienze, di libertà illimitata, può fermarsi di fronte al “limite” rappresentato da un bambino? Tutto il racconto moderno sulla famiglia è incentrato su una domanda di fondo: un figlio è l’inizio di una vita o l’inizio di una vita di rinunce? A truccare le carte, se ci pensiamo bene, è anche la dimensione iper-competitiva ingrediente principe della tensione capitalistica, e che può tradursi in ansia paralizzante quando ci si mette a pensare cosa serve a un bambino per poter vivere, ma soprattutto competere, per essere al pari degli altri. Per trovare una risposta rassicurante servirebbe una trama diversa da quella a disposizione. Nel suo ultimo libro, “Le Nuove Melanconie” (R. Cortina) lo psicanalista Massimo Recalcati porta a riflettere sul passaggio già consumato della crisi del sistema capitalistico e su quel che resta del «turbo-consumatore ipermoderno», orfano dell’illusione di non avere né limiti né confini. Il “vuoto” che è rimasto dopo questa crisi sta producendo «angoscia» e una «nuova domanda di sicurezza». Ed è in questo, scrive Recalcati, che si registra «l’affermazione di una nuova melanconia che corrompe la trascendenza vitale del desiderio, assegnando al desiderio stesso un destino di morte». Come dire: possono ancora nascere figli in una società che esprime un bisogno clinico di muri? Che sta delineando il proprio fine-vita? La cultura che ha trasformato tutto in merce, che ha reso i figli una conquista individuale, un trofeo di cui andare fieri, è diventata anche una società che non trova la forza di riprodursi, pur se ne percepisce ancora il desiderio. Il capolavoro ultimo di questo Grande Inganno collettivo è il tentativo di far apparire i figli come una delle cause della crisi ambientale. Bisognerebbe al contrario avere il coraggio di mostrare che le due crisi, quella climatica e quella delle nascite, sono prodotte dalla stessa matrice. All’origine c’è sempre l’individuo ripiegato su se stesso, che egoisticamente definisce la propria affermazione scaricando i costi del proprio benessere su qualcun altro e non accetta una revisione degli stili di vita. Forse in un mondo che corre meno, e riconosce il valore delle relazioni, ci sarà più posto per i boschi e anche per i figli. In questo senso una politica per la natalità deve scegliere se essere timida e irrilevante oppure avere la forza di affrontare una rivoluzione che è anche culturale.
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