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A proposito di psicoanalisi, permettetimi una digressione, forse proficua di ulteriore dibattito 
Lo psichiatra e psicoanalista Vittorio Lingiardi, docente di “Psicologia dinamica” nella Facoltà di Medicina e Psicologia nell’Università di Roma “La Sapienza” (è necessario specificare perché a Roma ci sono tre università), recentemente ha pubblicato il libro titolato:“Farsi male. Variazioni sul masochismo”(edit. Einaudi, pagg. 240, euro 14).
La recensione di Sara Boffito (pubblicata sull’inserto domenicale de “Il Sole 24 Ore) dice che ci sono individui ostinatamente attaccati alla loro infelicità: è una forza che condiziona il comportamento, fino all’auto-danneggiamento. Tale problema clinico fu un rompicapo per Sigmund Freud. Lo indusse ad abbandonare gli aspetti più lineari della sua teoria per intraprendere l’esplorazione coraggiosa delle dinamiche della vita psichica più ostili al cambiamento.
Vittorio Lingiardi col suo libro sceglie di addentrarsi nel dilemma, inserendosi nelle pieghe più nascoste, poliedriche, intime.
Teoria psicoanalitica, esperienza clinica, cinema, letteratura e poesia diventano alleate nel descrivere le articolazioni complesse della relazione tra Eros e Thanatos, che osserviamo in modi diversi nei comportamenti umani lungo il confine tra convivenza e connivenza.
Il masochismo è un tratto della personalità e delle dinamiche relazionali che producono o riproducono un dolore psichico: la tendenza al sacrificio e alla sottomissione, l’impossibilità di godere di un successo, l’autodenigrazione, il vittimismo, la tendenza perseverare in relazioni dolorose e a cercare attivamente situazioni traumatiche che riproducono esperienze passate. Questi sono solo alcuni dei modi in cui ci sabotiamo.
Fu lo psicoanalista scozzese Ronald Fairbairn ad elaborare il concetto di “sabotatore interno”. Tutti pensiamo più o meno spesso a quella voce interna che ci critica, quel pensiero pungente, fastidioso. Quella voce è un’inquilina della psiche, figlia della nostra storia personale, del modo in cui siamo cresciuti, di come ci pensiamo. E’ una voce dal passato che parla al presente.
Le relazioni precoci tornano a riscuotere un debito di affetto e legame. Condanna e insieme esito salvifico dell’identificazione con un genitore rifiutante e nel contempo idealizzato e amato, il sabotatore interno “incarna il sibilo della svalutazione, la ferocia della critica, l’umiliazione della punizione. Ogni relazione è distorta dai traumi del passato che modificano e mostrificano i personaggi che incontriamo nel presente.
La psicoanalisi contemporanea di matrice relazionale (di cui Vittorio Lingiardi è una delle voci più autorevoli e creative) considera il bisogno di legame e di contatto come primari rispetto alla ricerca del piacere e vede i tentativi di sabotaggio e demolizione del sé anche come sintomo di speranza: un lavoro della mente alacremente impegnata nel tentativo di trasformare quell’oggetto idealizzato, per poter imparare ad amare ed essere amati.
Se il dolore è stato la “lingua madre del rapporto” si convive con la certezza che il contatto con l’altro e la sua attenzione si possano ottenere soltanto pagando un inevitabile prezzo di sacrificio e sofferenza, a pensare di dover tenere in vita la relazione a qualunque costo.
Un altro esponente della psicoanalisi relazionale, Hans Loewald, dice che il nostro inconscio ricerca la sofferenza affinché gli antichi fantasmi possano risvegliarsi alla vita, perché quel dolore è anche memoria affettiva, compagnia: è una corazza per il sé, non solo una gabbia ma anche una coperta in cui ci si avvolge, un involucro.
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