Oggi l’umanità non in guerra o in quarantena per covare la prossima pandemia, celebra la Madre.
La stessa umanità che, undici mesi e ventinove giorni l’anno, considera la madre una creatura multifunzione: cuoca, infermiera, bancomat emotivo, lavanderia con opinioni non richieste e centralina di pronto intervento psicologico per figli quarantenni che ancora non distinguono un calzino da un reperto archeologico. Nonché impianto di produzione di fornitori di risorse finanziarie per l'INPS e manodopera pel le attività militari (per la Pace e la Democrazzia e Libbertà).
Poi, miracolo liturgico del consumismo affettivo, arriva la “Festa della Mamma”.
E il "figlio standard" (quale ne possa essere il genere), allevato a spritz, narcisismo e frasi motivazionali trovate sui biscotti, posta una rosa (trovata su guglimmagini) su social, accompagnata dal solenne epitaffio: “Alla donna più importante della mia vita”.
E torna alle sue occupazioni abituali di homo smartphonicus (sempre, onnicomprensivo di genere).
Le madri, dal canto loro, spesso sorridono con quella strana espressione da veterane, che hanno visto e sentito di tutto. E pure di più. E anche no.
Sanno troppe cose.
Hanno visto il pargolo (quale ne sia stato il genere) in tutte le sue metamorfosi: larva urlante, adolescente filosofo dell’inedia e della bulimia a fasi alterne, adulto convinto che “aprire un conto corrente” sia un atto eroico degno di Giulio Cesare.
Eppure continuano.
Con ostinazione quasi....si, quasi materna.
Perché la maternità è probabilmente l’unico mestiere al mondo in cui si lavora senza ferie, senza stipendio e con la concreta prospettiva di sentirsi dire, dopo vent’anni di sacrifici:
“Ma io non te l’avevo chiesto di nascere.”
E riconoscere che, si, una volta tanto il figlio (quale ne possa essere il genere), ha ragione.
Ed é sempre una soddisfazione.







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