Piccoli paragrafi di libri amati...

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  • conogelato
    Candle in the wind

    • 17/07/06
    • 66039

    #376
    Entrò non visto il gran Priamo, e standogli accanto
    strinse fra le sue mani i ginocchi d'Achille, baciò quella mano
    tremenda, omicida, che molti figliuoli gli uccise.
    Come quando grave colpa ha travolto un uomo,
    che, ucciso in patria qualcuno, fugge in altro paese,
    in casa d'un ricco, stupore afferra i presenti;
    così Achille stupì, vedendo Priamo simile ai numi,
    e anche gli altri stupirono e si guardarono in faccia.
    Ma Priamo prendendo a pregare gli disse parola:
    "Pensa al tuo padre, Achille pari agli dei,
    coetaneo mio, come me sulla soglia tetra della vecchiaia,
    e lo tormentano forse i vicini, standogli intorno,
    perché non c'è nessuno che il danno e il male allontani...
    Ma io sono infelice del tutto, che generai forti figli
    nell'ampia Troia, e non me ne resta nessuno...
    ma Ares furente ha sciolto i ginocchi di molti,
    e quello che solo restava, che proteggeva la rocca e la gente,
    tu ieri l'hai ucciso, mentre per la sua patria lottava,
    Ettore... Per lui vengo ora alle navi dei Danai,
    per riscattarlo da te, ti porto doni infiniti.
    Achille, rispetta i numi, abbi pietà di me
    pensando al padre tuo: ma io son più misero,
    ho patito quanto nessun altro mortale,
    portare alla bocca la mano dell'uomo che ha ucciso i miei figli!”
    Disse così, e gli fece nascere brama di piangere il padre:
    allora gli prese la mano e scostò piano il vecchio:
    entrambi pensavano e uno piangeva Ettore massacratore
    a lungo, rannicchiandosi ai piedi di Achille,
    ma Achille piangeva il padre, e ogni tanto
    anche Patroclo; s'alzava per la dimora quel pianto.” v. 512 ILIADE CAP. 24
    amate i vostri nemici

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    • conogelato
      Candle in the wind

      • 17/07/06
      • 66039

      #377
      Lunedì 9 aprile, giorno nel quale il Carmelo celebrava la festa dell'Annunciazione, rimandata a causa della quaresima, fu scelto come data del mio ingresso. La sera avanti tutta la famiglia era riunita intorno alla tavola alla quale io sedevo per l'ultima volta. Ah, come sono lancinanti quelle riunioni intime! Quando si vorrebbe vedersi dimenticate, ci vengono prodigate le carezze, le parole più tenere, che ci fanno sentire il sacrificio della separazione. Papà non diceva quasi nulla, ma il suo sguardo si fissava su me con amore. La zia piangeva di quando in quando, e lo zio mi usava mille premure affettuose. Giovanna e Maria erano altrettanto piene dì riguardi per me, soprattutto Maria la quale, prendendomi in disparte, mi chiese perdono dei dispiaceri che credeva di avermi dati. E infine la mia cara Leonia, tornata a casa da qualche mese dalla Visitazione, mi colmava più ancora di baci e di carezze. Soltanto di Celina non ho parlato, ma lei intuisce, Madre mia cara, in quale modo trascorse l'ultima notte che abbiamo passata insieme...

      192 - La mattina del gran giorno, dopo aver dato un ultimo sguardo ai Buissonnets, nido grazioso della mia infanzia che non avrei rivisto mai più, partii al braccio del mio caro Re per salire la montagna del Carmelo... Come la vigilia, tutta la famiglia si trovò riunita per ascoltare la santa Messa e ricevere la Comunione. Appena Gesù discese nel cuore dei miei cari, intorno a me non intesi altro che singhiozzi, io sola non piansi, ma il cuore mi batteva con tanta violenza che mi parve impossibile fare un passo quando ci accennarono di avviarci verso la porta conventuale; mi mossi, tuttavia, pur domandandomi se non sarei morta, tanto mi martellava il cuore. Che momento fu quello! Bisogna esserci passati per sapere che cos'è.

      THERESE DE LISIEUX - STORIA DI UN'ANIMA - cap.7
      amate i vostri nemici

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      • conogelato
        Candle in the wind

        • 17/07/06
        • 66039

        #378
        "Ora io m'avveggio, - disse -
        figlio, che segno sei de le fortune
        e del fato di Troia; e ciò rincontro
        che Cassandra dicea: sola Cassandra
        lo previde e 'l predisse. Ella al mio sangue
        augurò questo regno; e questa Italia
        e questa Esperia avea sovente in bocca.
        Ma chi mai ne l'Esperia avria creduto
        che regnassero i Teucri? E chi credea
        in quel tempo a Cassandra? Ora, mio figlio,
        cediamo a Febo; e ciò che 'l dio del vero
        ne dà per meglio, per miglior s'elegga".
        Ciò disse, e i detti suoi tosto eseguimmo;
        ed ancor questa terra abbandonammo,
        se non se pochi. N'andavamo a vela
        con second'aura; e già d'alto mirando,
        non piú terra apparia, ma cielo ed acqua
        vedevam solamente, quando oscuro
        e denso e procelloso un nembo sopra
        mi stette al capo, onde tempesta e notte
        ne si fece repente e di piú siti
        rapidi uscendo imperversaro i vènti;
        s'abbuiò l'aria, abbaruffossi il mare,
        e gonfiaro altamente e mugghiâr l'onde.
        Il ciel fremendo, in tuoni, in lampi, in folgori
        si squarciò d'ogni parte. Il giorno notte
        fessi, e la notte abisso: e l'un da l'altro
        non discernendo, Palinuro stesso
        de la via diffidossi e de la vita.

        ENEIDE CAP. 3 - ARRIVO IN ITALIA
        amate i vostri nemici

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        • conogelato
          Candle in the wind

          • 17/07/06
          • 66039

          #379
          "Diventa essenziale distinguere bene ciò che è l’amore da ciò che è innamoramento. Le due realtà spesso si rincorrono e si confondono ma sono nettamente distinte e di natura diversa.
          L’innamoramento è un fenomeno affettivo, pre-conscio e pre-volontario, in cui un individuo proietta sogni ed aspettative in un altro. È un fenomeno, cioè “capita” al soggetto, indipendentemente dalla sua volontà.
          L’amore è invece una realtà pienamente umana (di tutta la persona e non solo di una sua componente) che si esprime solo con un atto libero, cioè cosciente e volontario. Si può esprimere come un orientamento del carattere che orienta la persona nei rapporti col mondo, un atteggiamento universale verso tutta la realtà."

          ERICH FROMM - L'ARTE D'AMARE CAP. 1
          amate i vostri nemici

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          • conogelato
            Candle in the wind

            • 17/07/06
            • 66039

            #380
            Silenzio; la paura della madre ingigantiva; non aveva mai voluto sapere di poveri e neppure conoscerli di nome, non aveva mai voluto ammettere l’esistenza di gente dal lavoro faticoso e dalla vita squallida. “Vivono meglio di noi” aveva sempre detto; “noi abbiamo maggiore sensibilità e più grande intelligenza e perciò soffriamo più di loro…”; ed ora, ecco, improvvisamente, ella era costretta a mescolarsi, a ingrossare la turba dei miserabili; quello stesso senso di ripugnanza, di umiliazione, di paura che aveva provato passando un giorno in un’automobile assai bassa attraverso una folla minacciosa e lurida di scioperanti, l’opprimeva; non l’atterrivano i disagi e le privazioni a cui andava incontro, ma invece il bruciore, il pensiero di come l’avrebbero trattata, di quel che avrebbero detto le persone di sua conoscenza, tutta gente ricca, stimata ed elegante; ella si vedeva, ecco… povera, sola, con quei due figli, senza amicizie ché tutti l’avrebbero abbandonata, senza divertimenti, balli, lumi, feste, conversazioni: oscurità completa, ignuda oscurità.

            GLI INDIFFERENTI - MORAVIA cap. 5
            amate i vostri nemici

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            • conogelato
              Candle in the wind

              • 17/07/06
              • 66039

              #381
              "O di Laerte egregia Prole, sagace Ulisse, un nequitoso Demone avverso, e il molto vin m'offese. Stretto dal sonno alla magione in cima, Men disciolsi ad un tratto: e, per la lunga Di calar non membrando interna scala Mossi di punta sovra il tetto, e d'alto Precipitai: della cervice i nodi Ruppersi, ed io volai qua con lo spirto. Ora io per quelli da cui lunge vivi, Per la consorte tua, pel vecchio padre, Che a tanta cura t'allevò bambino, Pel giovane Telemaco, che dolce Nella casa lasciasti unico germe, Ti prego, quando io so, che alla Circea Isola il legno arriverai di nuovo, Ti prego che di me, signor mio, vogli Là ricordarti, onde io non resti, come Della partenza spiegherai le vele, Senza lagrime addietro e senza tomba, E tu venghi per questo ai numi in ira. Ma con quell'armi, ch'io vestìa, sul foco Mi poni, e in riva del canuto mare A un misero guerrier tumulo innalza, Di cui favelli la ventura etade. Queste cose m'adempi; ed il buon remo, Ch'io tra i compagni miei, mentre vivea Solea trattar, sul mio sepolcro infiggi. "Sventurato", io risposi, "a pien fornita Sarà, non dubitarne, ogni tua voglia". Così noi sedevam, meste parole Parlando alternamente, io con la spada Sul vivo sangue ognora, e a me di contra La forma lieve del compagno, a cui Suggerìa molti accenti il suo disastro. Comparve in questo dell'antica madre L'ombra sottile, d'Anticlèa, che nacque Dal magnanimo Autolico, e a quel tempo Era tra i vivi ch'io per Troia sciolsi. La vidi appena, che pietà mi strinse, E il lagrimar non tenni"

              ODISSEA CANTO XI
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              • Athasius
                Opinionista
                • 12/04/15
                • 29

                #382
                Per migliaia di anni gli esseri umani hanno incasinato insozzato e smerdato questo pianeta e ora la storia si aspetta che sia io a correre dietro agli altri per ripulirlo. Io devo lavare e schiacciare i miei barattoli. E rendere conto di ogni goccia di olio di motore usato. Tocca a me pagare il conto per le scorie nucleari e i serbatoi di benzina interrati e i residui tossici scaricati nel sottosuolo una generazione prima che nascessi.
                Ho tenuto la faccia dell'angioletto come un bebè o un pallone da football nella piega del braccio e l'ho pestato con le nocche, l'ho pestato con il gomito finché mi è cascato tra le braccia come un sacco. Finché sugli zigomi gli era rimasto solo un velo di pelle nera.
                Volevo respirare scarichi. Uccelli e cervi sono uno stupido lusso e tutti i pesci dovrebbero galleggiare. Volevo dar fuoco al Louvre. Spaccare gli Elgin Marbles a martellate e pulirmi il culo con la gioconda. Questo è il mio mondo ora. Questo è il mio mondo, il mio mondo, e quelle persone antiche sono morte. E facevamo colazione la mattina che Tyler ha inventato il progetto Caos. Volevamo liberare il mondo dalla storia.

                Chuck Palahniuk - Fight Club

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                • conogelato
                  Candle in the wind

                  • 17/07/06
                  • 66039

                  #383
                  Una sera di settembre l’Agnese tornando a casa dal lavatoio col mucchio di panni bagnati sulla carriola, incontrò un soldato nella cavedagna. Era un soldato giovane, piccolo e stracciato. Aveva le scarpe rotte, e si vedevano le dita dei piedi, sporche, color di fango. Guardandolo, l’Agnese si sentì stanca. Si fermò, abbassò le stanghe. La carriola era pesante.

                  Ma il soldato aveva gli occhi chiari e lieti, e le fece il saluto militare. Disse: — La guerra è finita. Io vado a casa. Sono tanti giorni che cammino -. L’Agnese si slegò il fazzoletto sotto il mento, ne rovesciò le punte sulla testa, si sventolò con la mano: — Fa ancora molto caldo -. Aggiunse, come se si ricordasse: — La guerra è finita. Lo so. Si sono tutti ubriacati l’altra sera, quando la radio ha dato la notizia -. Guardò il viso del soldato e sorrise, un sorriso rozzo e inatteso sulla sua faccia bruciata dall’aria. — Io credo che i guai peggiori siano ancora da passare, — disse improvvisamente, con la rassegnata incredulità dei poveri; e il soldato si fregò le mani: era un ragazzo molto allegro.

                  L'AGNESE VA A MORIRE - RENATA VIGANO' cap. 4
                  amate i vostri nemici

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                  • conogelato
                    Candle in the wind

                    • 17/07/06
                    • 66039

                    #384
                    Di fronte al golfo sicanio giace, stesa davanti, un'isola contro l'ondoso Plemurio; gli antichi diedero il nomedi Ortigia. E' fama che Alfeo, fiume dell'Elide, avesse qui rese occulte le vie sotto il mare, egli ora, Aretusa, sulla tua bocca si unisce alle onde sicule. Obbligati veneriamo le grandi potenze del luogo e di lì supero il ricchissimo suolo dell'Eloro stagnante. Di qui rasentiamo le alte rocce e le protese rupi di Pachino e da lontano appare Camerina mai autorizzata dai fati a muoversi, ed i campi Geloi, e la grandiosa Gela chiamata dal nome del fiume. Di lì alta Agrigento mostra da lontano le grandissime mura, un tempo fattrice di magnanimi cavalli; e, dati i venti, lascio te, palmosa Selinunte, e percorro le secche lilibee aspre per le cieche rocce. Di qui mi accoglie il porto e la spiaggia che non dà gioia di Drepano. Qui spinto da tante bufere di mare, ahimè, perdo il padre, sollievo di ogni affanno e sorte, Anchise. Qui, padre ottimo, mi abbandoni stanco, ahimè, invano strappato da sì gravi pericoli. Nè il vate Eleno, pur predicendo molte cose orrende, mi predisse questi lutti, nemmeno la crudele Celeno. Qui l'ultima affanno, questa la meta delle lunghe vie, di qui partito un dio mi spinse alle vostre spiagge. Così il padre Enea solo raccontava, tutti attenti, i fati degli dei e rivelava le rotte. Tacque infine e qui si fermò col racconto e la fine.

                    ENEIDE - Morte del padre Anchise
                    amate i vostri nemici

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                    • nahui
                      Astensionista

                      • 05/03/09
                      • 21040

                      #385
                      amaro agg. (crasi tra il s.m. amore e l’agg. raro) – dicesi di cosa o persona che ama pochissimo.



                      ambizione s.f. (der. dell’agg. num. ambo: l’uno e l’altro, tutti e due) – partita doppia condotta da un soggetto a struttura binaria, capace di coniugare contemporaneamente il sé reale e il sé ottativo. Il carattere duale agisce da moltiplicatore di energie e attiva una potente molla che consente di raggiungere qualsiasi meta.



                      baldanza s. f. (com. dal s.m. ballo e dal s. f. danza) – atteggiamento del corpo e dello spirito posto ambiguamente tra il ballo e la danza, nell’incerto ma inebriante interstizio tra due sinonimi.



                      crepuscolo s. m. (dim. del s. f. crepa) – esile crepa del tempo tra il giorno e la notte. Una pausa sottile dove i colori si accendono, brevemente sottratti al dominio della luce o del buio.



                      entropia s. f. – un’utopia rientrata. La felice energia utopica si raggomitola generando preoccupanti malesseri (solitamente con febbre).



                      esilio s. m. (der. dell’agg. esile) – condizione molto delicata. Sospeso a fili sottilissimi, esili resti di origini lontane, chi vive in esilio sorvola lievi terre su cui non si posa mai.



                      libertà s. f. (dal lat. liber: libro) – essenza astratta e universale del libro, mitico archetipo sottratto al mutamento, di cui i singoli libri non sono che oscuri indizi, confusi suscitatori di memoria, ombre nell’antro fumoso. È conservato in esemplare unico nella biblioteca dell’iperuranio.



                      ufficio s. m. (der. dell’inter. uff o uffa) – il doveroso atto dello sbuffare. Per estensione: luogo preposto allo sbuffo individuale e/o collettivo, provvisto in genere di ampi e pazienti scaffali ove si archiviano stizza, noia e impazienza.



                      nuvola s.f. – un nulla che vola. Vapori dell’essere si librano nel cielo, fantasmi di spuma pronti ad assumere qualsiasi forma.



                      inchiostro s. m. (var. intensiva del s. m. chiostro) – luogo interno di meditazione, un modo di passeggiare in se stessi. Tutti i percorsi sono possibili lungo i suoi scorrevoli sentieri pieni di immagini che nuotano.



                      asola s. f. (a- priv.) – mai sola. Sempre accompagnata da un bottone.



                      Da Maria Sebregondi, Etimologiario
                      Il vero castigo per chi mente non è di non essere più creduto, ma di non potere credere a nessuno.
                      (George Bernard Shaw)

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                      • conogelato
                        Candle in the wind

                        • 17/07/06
                        • 66039

                        #386
                        Paradiso, Canto XXIII

                        ...vid'i' sopra migliaia di lucerne
                        un sol che tutte quante l'accendea,
                        come fa 'l nostro le viste superne...



                        "...Quivi è la rosa in che 'l verbo divino
                        carne si fece; quivi son li gigli
                        al cui odor si prese il buon cammino"...



                        Così la circulata melodia
                        si sigillava, e tutti li altri lumi
                        facean sonare il nome di Maria...

                        DANTE - DIVINA COMMEDIA
                        amate i vostri nemici

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                        • nahui
                          Astensionista

                          • 05/03/09
                          • 21040

                          #387
                          Ma forse è solo che il suo corpo aveva senso del decoro: una volta che la mente ebbe riconosciuto il proprio prematuro invecchiamento, la carne fece del suo meglio per adeguarsi.
                          Julian Barnes, Il pappagallo di Flaubert.
                          Il vero castigo per chi mente non è di non essere più creduto, ma di non potere credere a nessuno.
                          (George Bernard Shaw)

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                          • nahui
                            Astensionista

                            • 05/03/09
                            • 21040

                            #388
                            "Io amavo Ellen, e volevo sapere il peggio. Non l'ho mai provocata; mi mantenevo cauto, sulla difensiva, com'è mia abitudine; non le chiedevo niente, ma volevo comunque sapere il peggio. Ellen non ha mai ricambiato la premura. Mi voleva bene - avrebbe automaticamente dichiarato di amarmi, come se non valesse nemmeno la pena di discuterne - ma di me era pronta a credere il meglio senza domandare. La differenza è tutta qui. Non cercò mai di individuare il pannello segreto che apre la camera segreta del cuore, quella in cui custodiamo cadaveri e ricordi. A volte il pannello si trova, ma è impossibile aprirlo; altre volte si apre ed il nostro sguardo non coglie altro che lo scheletro di un topolino. Ma almeno abbiamo guardato. E' questo che distingue sul serio le persone: la differenza non è tra chi ha segreti e chi non ne ha, ma tra chi vuole sapere e chi no. A mio giudizio, voler sapere è segno d'amore".
                            Julian Barnes, Il pappagallo di Flaubert.
                            Il vero castigo per chi mente non è di non essere più creduto, ma di non potere credere a nessuno.
                            (George Bernard Shaw)

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                            • conogelato
                              Candle in the wind

                              • 17/07/06
                              • 66039

                              #389
                              Prima che finisse l’anno del matrimonio, venne alla luce una bella creatura; e, come se fosse fatto apposta per dar subito opportunità a Renzo d’adempire quella sua magnanima promessa, fu una bambina; e potete credere che le fu messo nome Maria. Ne vennero poi col tempo non so quant’altri, dell’uno e dell’altro sesso: e Agnese affaccendata a portarli in qua e in là, l’uno dopo l’altro, chiamandoli cattivacci, e stampando loro in viso de’ bacioni, che ci lasciavano il bianco per qualche tempo. E furon tutti ben inclinati; e Renzo volle che imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che, giacché la c’era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro.
                              Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire. - Ho imparato, - diceva, - a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con chi parlo: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere -. E cent’altre cose.
                              Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, - e io, - disse un giorno al suo moralista, - cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire, - aggiunse, soavemente sorridendo, - che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.
                              Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.
                              La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta.

                              MANZONI - I PROMESSI SPOSI (EPILOGO)
                              amate i vostri nemici

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                              • nahui
                                Astensionista

                                • 05/03/09
                                • 21040

                                #390
                                "E se un giorno dovessi decidermi di rinunciare all'altro, il violento lutto che mi colpirebbe sarebbe il lutto dell'Immaginario: era una struttura cara, e io piangerei la perdita dell' amore, non già la perdita di questa o quella persona"

                                "Miracolo: lasciando dietro di me ogni soddisfazione, senza essere né pago né satollo, oltrepasso i limiti della sazietà e, invece di trovare il disgusto, la nausea, o anche solo l'ebrezza, scopro... la Coincidenza. La dismisura mi ha condotto alla misura; coincido con l'Immagine, le nostre misure sono le stesse: esattezza, precisione, musica: con il non abbastanza, io ho chiuso. Da questo momento, vivo l'assunzione definitiva dell'Immaginario, il suo trionfo"
                                Roland Barthes
                                Frammenti di un discorso amoroso
                                Last edited by nahui; 07-05-2015, 12:33. Motivo: lapsus freudiano: musuca invece di musica :D
                                Il vero castigo per chi mente non è di non essere più creduto, ma di non potere credere a nessuno.
                                (George Bernard Shaw)

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