La nostra lingua

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  • bumble-bee
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    • 10/12/09
    • 15569

    #1

    La nostra lingua

    Che bella la nostra lingua... così poetica, dolce, musicale e.... anche difficile da imparare!

    Ho un libro in casa che contendo a mia sorella. Si intitola "come parlare e scrivere meglio" - guida pratica all'uso dela lingua italiana.

    E' un libro che a dispetto del titolo, si legge molto fluidamente e non stanca affatto. Mi piacerebbe di tanto in tanto riportarne qualche stralcio e magari commentare con voi il contenuto.

    iniziamo... (vado random)

    OTTANTUN ANNI o OTTANTUN ANNO?

    Nel necrologio di un illustre defunto, scritto da suo fglio, dottissimo professore, abbiamo letto :

    E' morto in età di ottantun anno, il nostro caro.... ecc. ecc.

    Un giovane studente obbiettò "se gli anni sono ottantuno, cioè veramente molti, perché il singolare? Sarà forse un errore di stampa? Anni ottantuno quindi ottantun anni!

    No. Non era un errore di stampa. Quel figlio dottissimo, dell'ottuagenario defunto voleva rispettare una vecchia regola grammaticale per la quale il nome che segue un numero cardinale terminante con uno (come ventuno, trentuno, quarantuno, ecc.) si concorda non con tutto il numero ma soltanto con quell'uno, perciò rimane singolare. Ecco perché il famoso libro di novelle arabe si intitola "Le mille e una notte" e non notti.

    Anche le vecchie grammatiche però ammettevano le eccezioni : se il numero è posto prima del sostantivo, sempre plurale : cavalli quarantuno e non cavallo quarantuno; se al sostantivo è unito un aggettivo o un altro nome con funzione di opposizione, ancora sempre plurale :

    cinquantuno impiegati volenterosi; duecentosessantuno ostaggi prigionieri, ecc.

    Infine, sempre plurale quando il numerale è preceduto dall'articolo : i cinquantuno cavalli, le novantuno colonne.

    Insomma, un tiremmolla da non finire. Veniamo perciò ad ud una conclusione pratica lasciando da parte questa regola oramai superata :

    Seguiamo la logica. Meglio lasciare sempre il numero che termina con uno invariato, cioè maschile, e il nome che segue volgerlo, come vuole la logica, al plurale. Se gli invitati a un banchetto sono ventuno, dite ventun invitati o ventuno invitati e non "ventun invitato". Se per i giorni di un mese che ne ha trenta dite trenta giorni, ragione di più per dire trentun giorni e non "giorno" a proposito dei mesi che ne han trentuno.

    E anche per il femminile : trentuno (o trentun) donne, e non trentuna donna. Lasciamo pure Mille e una notte, perché oramai è un titolo classico, ma non scrivete milleuna tutto unito in tale caso.
    Bambol utente of the decade
  • BiO-dEiStA
    Eufonista
    • 22/02/10
    • 5403

    #2
    Originariamente Scritto da bumble-bee Visualizza Messaggio
    Si intitola "come parlare e scrivere meglio" - guida pratica all'uso dela lingua italiana.
    In effetti ti potrebbe proprio tornare utile.
    Se è quello del Gabrielli me l'hanno regalato anni fa, ma non l'ho mai letto. Per dirla tutta non prendo in mano un libro di grammatica italiana dai tempi delle medie, ma inizio volentieri la serie dei commenti. Quattro boiate sul tema le posso dire lo stesso, tanto per contestare, e ben venga chi contesta me.

    L'autore sostiene la liceità di Mille e una notte perché di uso invalso, ma non di Milleuna notte, mentre al contrario ottantun anno sarebbe valido. Secondo il buonsenso, se uno dei tre è valido dovrebbero esserlo anche gli altri. Se così non è dovrebbe spiegarcene i motivi, e non mi pare proprio che lo faccia.
    Di tutti i cardinali, in italiano solo uno ammette la declinazione tipica dell'aggettivo, e non solo maschile e femminile (quegli un, uno, una che si possono fin troppo facilmente sovrapporre al corrispondente articolo indeterminativo) ma anche singolare e plurale (gli uni e gli altri, le une e le altre). Ora, se "il nome che segue un numero cardinale terminante con uno (come ventuno, trentuno, quarantuno, ecc.) si concorda non con tutto il numero ma soltanto con quell'uno", e si ammette perfino la troncatura in "un", non si vede ragione logica per cui lo stesso discorso non dovrebbe valere per "una" se non in un caso particolare. Ma chiunque abbia un'infarinatura di grammatica potrebbe osservare che quantomeno è preceduto dalla congiunzione "e" con valore distintivo. A parte che non vi è alcuna differenza fonetica fra pronunciare "mille e una notte" e "milleuna notte", essendo lo iato chiara conseguenza dell'elisione (anzi dovremmo chiamarla ellissi, visto che la e è una parola intera), lo stesso discorso potrebbe valere per "cento e una notte", "centouna notte" e perfino "centuna notte".
    In definitiva l'unico evidente criterio qui applicato, che poi ha risvolti più generali, mi sembra quello della preponderanza del soggetto logico su quello grammaticale; scelta questa incoraggiata dal cardinale "uno" che a differenza di tutti gli altri vuole la declinazione. Perché poi questo criterio possa in questo caso essere applicato solo al maschile, è cosa su cui attendiamo ancora spiegazione.
    Originariamente Scritto da Careful with that
    i miei post in media sono di una dozzina di righe, al più;
    Originariamente Scritto da Ned Flanders
    Sono stato tanto...ma tanto Laurina, lontano dal Signore: Ne ho combinate di cotte e di crude. Ti basti sapere soltanto questo....

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    • conogelato
      Candle in the wind

      • 17/07/06
      • 66028

      #3
      Questione di lana caprina, ragazzi.
      Secondo me l'italiano è bello in poesia, mentre ad esempio l'inglese è bello in musica. Cantato.
      amate i vostri nemici

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      • bumble-bee
        ...

        • 10/12/09
        • 15569

        #4
        l'assurdo suicidarsi

        Per un'azione assurda, come rifiutare violentemente la vita che Dio ci ha dato, abbiamo l'abitudine di usare un verbo anch'esso assurdo : suicidarsi. Ecco com'è nato il mostriciattolo linguistico:

        in latino sui significa "di se", perciò suicidio vuol dire "uccisione di sé stesso". Esistono i vocaboli affini eccidio, omicidio, infanticidio, genocidio, uxoricidio, ecc. Ma, mentre da questi vocaboli nessuno
        per quanto barbaro parlatore, ha mai osato foggiare verbi "eccidiare", "omicidiare", ecc., qualche facilone ha detto per primo "suicidare" e altri hanno aggravato il delitto "linguistico" creando
        addirittura un verbo riflessivo, suicidarsi, cioè dare a sé stesso il suicidio, che è come uccidersi due volte. Forse ha contribuito ad affrettare il successo di questo brutto verbo il malvezzo di usare il
        riflessivo apparente uccidersi o ammazzarsi a proposito di chi muore in un incidente: il tale si è ammazzato ieri in quell'incidente automobilistico, invece di dire, che sarebbe stato altrettanto doloroso
        ma più semplice e corretto, e anche molto più chiaro e inequivocabile: il tale è morto o è rimasto ucciso, ecc.
        Bambol utente of the decade

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