qui ti ho risposto sopra: un pregiudizio fondato su considerazioni di aggregato può essere sbagliato, può rivelare un'attitudine meschina e pusillanime, ma è davvero razzista solo se implica una necessità di determinate propensioni, anche di fronte a prova contraria;
quello che vedi operare di fronte all'incontro con l'altro, diverso, è un pregiudizio necessario, istintivo nei processi cognitivi, che si verifica in migliaia di situazioni quotidiane al momento di identificare una circostanza; l'elemento dirimente è la disponibilità a ricredersi e rielaborare il pregiudizio;
ma la nozione di "razzismo culturale" è troppo debole, equivoca, per prestarsi ad un uso non fuorviante e mistificatorio;
te ne accorgi bene quando si dibatte della liceità di imporre condotte uniformi a persone di cultura diversa; e non è un caso che l'estrema destra identitaria ricorra proprio ad argomentazioni che dietro il "rispetto dell'identità diversa" affermano quella diversità come necessaria, uno spirito del sangue;
il mio prof di diritto internazionale, Antonio Cassese, sosteneva che nel processo di Tokyo ai criminali di guerra giapponesi, gli americani avessero giudicato in modo razzista, in quanto non tennero conto del diverso approccio culturale nei confronti della resa, nel valutare le crudeltà nei confronti dei prigionieri;
non mi dilungo perché è veramente una questione intricata, che meriterebbe una trattazione a sé;
ma applicare una definizione così vaga è veramente un azzardo e una fonte di confusione.







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