Citazione Originariamente Scritto da crepuscolo Visualizza Messaggio
E' spiegato dal Vangelo stesso perché il Magistero dei preti cade in contraddizione.
questa è tua, ma fai attenzione perché il chierico che scrive non dice questo:

".....Perciò ti dico (rivolto a Simone il fariseo), i suoi peccati (quelli della peccatrice) che sono molti, le sono rimessi, perché molto ha amato. Ma colui al quale poco è rimesso, poco ama.
questo è un tipico paradosso linguistico da rabbino, un paradosso:
lei che ha amato, è perdonata, ma chi non ha ricevuto il perdono - poco è rimesso - poco ama; il paradosso sta nel fatto che la catena di causa-effetto è circolare e non unidirezionale; se leggi con attenzione, ti istilla un dubbio, non una risposta;

E' la solita storia tra il giusto (la Chiesa, come Simone e come il fratello maggiore del figlio prodigo) ed il peccatore.
Con questo non voglio dire che i giusti non siano giusti, come Simone che era fariseo e quindi pio, od il fratello maggiore che aveva fatto sempre il suo dovere, o lo stesso Giobbe che dialoga sulla giustizia con Dio. Ci sfuggirebbe lo spirito di queste storie s tentassimo di dimostrare che i giusti non sono veramente giusti, pertanto non sono da disprezzare, qui i peccatori sono seriamente chiamati peccatori ed i giusti sono seriamente chiamati giusti. Solo tenendo presente ciò si può capire la profondità e la forza rivoluzionaria dell'atteggiamento di Gesù. Egli contrappone il peccatore al giusto sebbene non metta in dubbio la validità della legge, i cui custodi sono i giusti. Nelle storie veniamo a trovarci di fronte ad un mistero che è il mistero del messaggio cristiano stesso, nella sua paradossale profondità e nella sua sconvolgente forza liberatrice.
che però in effetti non viene affatto spiegata; leggi:
Gesù non perdona la donna, ma afferma che è perdonata. Il suo stato mentale, la sua estasi d'amore, mostrano che le è accaduto qualcosa. E ad un essere umano che cosa può accadere di più grande che l'essere perdonato?
Infatti il perdono significa riconciliazione nonostante l'alienazione; significa riunione nonostante l'ostilità, significa accettare quelli che sono inaccettabili e significa accogliere quelli che sono respinti.
Il perdono o è incondizionato o non è perdono. Il perdono ha il carattere del "nonostante", mentre i giusti gli attribuiscono il carattere del "perché".
quel "nonostante" è solo una fase transitoria di sovversione di una legge, per darne un'altra, un "perché" diverso, non ancora consolidato; o magari destinato a restare paradossale, come certe tesi che aboliscono il carcere;

ovviamente, la questione ha un senso razionale - perfettamente comprensibile per l'epoca, e a maggior ragione a noi oggi - dello stato soggettivo del reo/peccatore, di cui noi oggi teniamo regolarmente conto come attenuante;
chi non ruba fa bene; ma a chi ruba la prima volta, diamo la condizionale, e chi non ruba non si deve sentire depauperato, ma partecipe di una legge forte, che è il presupposto del perdono condizionale;

qui hai quella che nel linguaggio giuridico si chiama ottriazione, una concessione unilaterale che non inficia il potere dell'autorità che la concede, quindi i preti; e si capisce che il prete scriva così;

la "rivoluzione" la fa Paolo, nel momento in cui razionalizza alla greca il paradosso, e dice un'altra cosa, e cioè che quel sentimento di amore implica una diversa giustizia e la relativizzazione della legge a fronte della coscienza, che non è la stessa cosa che il raffinato prelato scrivente fa dire a Gesù;

infatti, quel Gesù - che ora conviene che sia ebreo e devoto alla legge - parla del perdono di chi ha sbagliato, come atto unilaterale dei giusti, depositari della Legge; sottinteso: siamo, eventualmente, noi preti a perdonarvi, come dice Gesù; e non voi a potervi permettere di contestare la Legge;

il chierico contemporaneo è astuto; si rende conto che Paolo è andato a mettere le mani in un meccanismo che sovverte ogni Sinedrio, pure il suo, e cerca di neutralizzarne gli effetti col perdono, che infatti riecheggia ad ogni rigore per la Juve, cioè spesso

perdono è una parola bellissima, ma se ci pensi bene è la trave di un'architettura di potere; chi perdona ? chi ha il potere; gli altri non perdonano, subiscono, non potendo fare comunque altro; perciò sarà un concetto invocato da chi ha il potere, come disponibilità unilaterale in un conflitto in cui non ammette il torto e il cedimento;
guarda Cono, che risolve il conflitto tra coniugi col perdono: Pina vuol lasciare Gino perché è infelice, Gino non vuole; restano insieme col perdono, ma Pina resta infelice e Gino ha vinto, raggiunto il suo obiettivo.