Così sembri contrapporre quello che chiami "politicamente corretto" ad un'altra forma di educazione, quella della "sua storia", o identità;
ma questa, appunto, è l'ordinaria storia umana; nel sud, decenni fa, se un uomo desiderava una donna, la stuprava, offriva un matrimonio riparatore, e il costume identitario atteso era che l'offerta fosse accettata; Franca Viola rifiutò per prima;
ma fu uno scandalo, perché i più erano legati a quel costume identitario: da noi usa così ; comprensibilmente, non volevano appiattirsi ai costumi del nord;
non è che voglio fare della morale; il punto è che quell'identità che tiri in ballo, in effetti non esiste come riferimento, perché cambia di continuo; eri duosiciliana, sabauda o pontificia, e poi sei diventata italiana; due generazioni dopo europea, o francese a Nizza, italiana a Bolzano, nata asburgica;
quello che intendo è che le esperienze sono una circostanza di necessità; nasci, hai una famiglia, vai a scuola, ecc... ma "l'identità" è un fatto artificioso, perché qualcuno te la deve riflettere in positum, e la cultura per astrarla;
mo', tu parli di un'"identità" ancestrale, che però è un falso, se la applichi alla nazionalità, perché prima dell'Ottocento le nazioni non potevano esistere, per un motivo semplicissimo:
il 90% della gente era analfabeta e non poteva concettualizzare la propria appartenenza; ancora alla vigilia della Prima guerra, era un'impresa spiegare a un contadino del materano che gli toccava combattere per Trento e Trieste, perché quello non solo non era mai uscito dal suo comprensorio, ma non aveva nemmeno idea di dove quei posti fossero sulla carta, e probabilmente i trentini e i triestini della sua condizione li avrebbe visti come stranieri che parlavano un'altra lingua;
per questo ho difficoltà a capire il valore che attribuisci a una condizione per definizione transitoria, come idea assoluta, che dovrebbe resistere.







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