Citazione Originariamente Scritto da axeUgene Visualizza Messaggio
guarda che sei tu a non capire quello che scrivo:
sostenere una qualsiasi preferenza per i comportamenti altrui non è di per sé "anacronistico"; sostenere l'obbligatorietà di quei comportamenti po' esserlo;
nel tuo caso - non in quello dei pensatori che citi, almeno in line a di massima - per come declini tu le cose, si tratta di una mentalità pre-moderna;

il che è pienamente legittimo, beninteso; purché tu non faccia poi l'elogio della "libertà", perché si tratterebbe di una soppressione di questa;


vedi ?
tu vorresti negarmi la libertà di dissentire da quell'opinione e di constatare che è una tra tante; questa è la tua avulsione dalla realtà che regola la nostra società occidentale da te secoli;


il limite lo può porre solo la legge, nel senso di distinguere tra obbligatorio e facoltativo;

quindi, il moralista argomenta l'obbligatorietà della sua morale; se non lo fa, o non può, non è morale, ma preferenza;

se un moralista sostiene che sposarsi e fare figli è una questione morale, pubblica, e non una scelta privata demandata alle preferenze personali, DEVE esprimere una norma, che si atteggi a vincolante, a tutela della società;
se questo non avviene, vuol dire che quell'idea non ha forza morale, perché ne incontra di moralmente sovraordinate;

sono settimane che ti chiedo di farti parte responsabile e indicare un precetto vincolate: si DEVE fare così, per questo e quest'altro motivo, di rilievo pubblico: sono disposto ad appoggiare misure obbligatorie in questo senso, che operino in questo modo... ma non sei capace; eppure nessuno sta col fucile spianato; sei liberissimo d dire quel che ti pare;
che devo pensare ?


posto che Recalcati è una persona, le cui opinioni possono esser condivise oppure no, in quel passo parla di "istituzioni";
beh, le istituzioni, tipicamente, normano, stabiliscono la differenza tra l'obbligatorio e il facoltativo;

al dunque, che sia Recalcati o un altro, la "responsabilità" significa indicare una legge; da padre ti sarai preso la responsabilità di porre dei limiti ai tuoi figli; non credo considereresti responsabile un genitore che non stabilisse delle regole certe per i propri figli;

guarda che tutto il discorso di Recalcati e dei testimoni che cita, verte esattamente su una necessaria limitazione della libertà, ma mediante la legge, istituzionale; parla proprio della legge;

il tuo svicolare continuamente dipende solo dal fatto che vorresti definire questa legge, ma percepisci immediatamente che non saresti in grado di sostanziarla;

vorresti pensare ad un obbligo di sposarsi e fare figli, ma ti accorgi che sarebbe impossibile argomentarlo senza rendere esplicita l'idea di una gerarchia tra le persone - il papa, Recalcati o Pinco palla, sono autorità cui sarebbe dovuta l'obbedienza, cioè la postulazione di una diseguaglianza pre-moderna;

sarebbe divertente un nostro confronto con Recalcati o chi pare a te; io mi divertirei parecchio a chiedergli una traduzione pratica; che è quello deve fare l'uomo pubblico: stabilire il confine tra il lecito e l'illecito e la relativa disciplina concreta;

il resto è fuffa, chiacchiere gratis, che non impegnano, ma fanno guadagnare i gettoni di presenza alle conferenze.
Ci rinuncio. Ormai è palese che non intendi e nemmeno vuoi intendere: Non c'è coercizione...non c'è obbligo di niente nel Cristianesimo e dunque non dev'essere la Legge a stabilire ciò che è giusto, Axe. Ciò che è migliore per la Società, capisci? Faccio un ultimo tentativo. Lo prometto davanti a tutti gli altri amici del Forum. In occasione del 25 aprile Don Luigi Ciotti ha scritto un magnifico articolo sul significato di Libertà, Bene Comune e Nuovo Umanesimo. Ora: Se mi dici che anche la sua è un'opinione come tante, dalla quale dissenti e che dunque non riveste alcun valore (!?!?) io getto la spugna e mi dichiaro vinto. Senza possibilità di repliche. Promesso.

Resistere per costruire insieme un nuovo umanesimo di libertà





Perché questo 25 aprile – vissuto ieri con grande e intensa partecipazione – non sia presto dimenticato come ogni celebrazione puramente retorica, bisogna ripartire da una consapevolezza scomoda ma necessaria: abbiamo fatto un cattivo uso della libertà che ci è stata donata.

Per costruire un vero cambiamento bisogna allora innanzitutto ripensare la nostra idea di libertà. La libertà è un bene comune, prima che individuale. È un bisogno di tutti. Per questo è da sempre il motore più potente della Storia, quello che spinge a lottare contro le ingiustizie, le violenze, le dittature. Quello che ha animato la Resistenza e ci ha consegnato la democrazia.
Ma l’ideale di libertà che ha animato i partigiani e ispirato le pagine della Costituzione è stato corrotto. La libertà si è degradata da bene comune a bene individuale. Della libertà è stato fatto un cattivo uso: esclusivo e a volte criminale. Allora il punto fermo, imprescindibile, è che la libertà di ciascuno comporta quella degli altri. La libertà è di tutti o non è libertà. Si è liberi con gli altri e per gli altri. Non saremo liberi finché un solo uomo sulla Terra sarà ancora sfruttato, umiliato, oppresso. La libertà comporta l’impegno a liberare chi ancora libero non è.

Allora questo “25 aprile” celebrato in una contingenza difficile e drammatica come quella della pandemia, deve essere un’occasione per rileggere la libertà alla luce della responsabilità. Sì, perché la libertà senza responsabilità degenera in arbitrio, in egoismo, in affermazione di sé contro gli altri o a scapito loro. È la logica che muove questo sistema economico, sistema «ingiusto alla radice» – come dice papa Francesco – ingiusto perché selettivo. Un sistema che ha distrutto i diritti e i beni comuni, trasformandoli in privilegi di chi detiene potere o possiede ricchezza.

Per uscire davvero da questa crisi sanitaria non basta allora trovare un vaccino contro il virus: bisogna trovarne uno anche contro gli egoismi. Altrimenti, se saremo colpiti da un altro virus, da un’altra crisi di questa portata, la logica dell’intervento sarà inevitabilmente quella del mors tua, vita mea, della sopravvivenza garantita solo ai ricchi, ai potenti, ai corrotti, ai mafiosi. E negata ai deboli, ai poveri, agli immigrati, agli anziani non “produttivi”. Già abbiamo visto qualche agghiacciante avvisaglia di questa selezione disumana.
Allora l’eredità che ci lascia questo settantacinquesimo 25 aprile è etica e insieme pragmatica: impegnarci di più, insieme, per costruire un Nuovo Umanesimo, un nuovo paradigma dell’umano, come anche esorta la Laudato si’ di papa Francesco. È una questione culturale, prima che politica. Dobbiamo avere il coraggio di lasciare la strada distruttiva e suicida dell’individualismo per riconoscere la nostra comune appartenenza all’”umano”, a partire dai suoi bisogni fondamentali: casa, lavoro vero, istruzione, cura del corpo e dell’anima. È questa la premessa per liberarci dalle mafie e dalla corruzione, dalla produzione e dal commercio di armi, da un’informazione asservita a poteri forti – industriali e non solo – che tace o deforma la realtà. Più in generale, per liberarci da un sistema economico che arricchisce pochi a spese di tutti gli altri, alimentando la povertà, la disoccupazione, la disperazione. Pensiamo ai giovani in cerca di lavoro, agli anziani soli e abbandonati, al vergognoso Olocausto dei migranti, vittime dell’egoismo e dell’indifferenza globali.

La parola “libertà” vada dunque interpretata con occhi nuovi, libertà come coraggio e impegno per contrastare le disuguaglianze e denunciare una politica incapace di pensare e operare oltre la logica dei profitti, e prima ancora di distribuire quei profitti in modo equo. Un Paese non è un’azienda. Un Paese è una comunità di vite, di speranze, di culture che diventa tanto più grande quanto più accoglie, si relaziona agli altri Paesi, stabilisce rapporti, abbatte muri e diffidenze. Si parla tanto in questi giorni della solidarietà come di un principio fondante dell’Europa unita. È così, ma i Padri della Comunità Europea – come i partigiani della Resistenza – sognavano un mondo dove la dignità e la libertà della persona fosse il valore fondamentale, valore inestimabile, non valutabile con i parametri del “mercato”. Un mondo dove l’economia fosse servizio al bene comune e non, come si è ridotta, strumento di ricatto e di potere.
Ricordiamolo quando parliamo di solidarietà europea, e facciamo in modo che la memoria di questo “25 aprile” diventi davvero impegno.

Don Luigi Ciotti Sacerdote, fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera

https://www.avvenire.it/opinioni/pag...imo-di-liberta