Dio accetta ogni forma di adorazione?

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  • andreric
    Opinionista
    • 26/04/14
    • 883

    #31
    Se Adamo ed Eva avevano due figli maschi, Caino e Abele, da dove venne fuori la moglie di Caino?” Anche se spesso gli scettici ricorrono a questa domanda trabocchetto, la Bibbia contiene abbastanza particolari che ci permettono di rispondere in modo soddisfacente.
    I capitoli*3 e*4 di Genesi presentano le seguenti informazioni: (1)*Eva fu “la madre di tutti i viventi”; (2)*fra la nascita di Caino e il momento in cui offrì il sacrificio poi respinto da Dio trascorse del tempo; (3)*dopo essere stato bandito ed essere diventato “vagante e fuggiasco”, Caino temeva che ‘chiunque lo trovasse’ potesse tentare di ucciderlo; (4)*Dio pose un segno per proteggere Caino, il che sta a indicare che i suoi fratelli o altri parenti potevano cercare di ucciderlo; (5)*“poi” Caino ebbe rapporti sessuali con sua moglie “nel paese di Fuga”. —*Genesi 3:20; 4:3, 12, 14-17.
    Da quanto sopra possiamo concludere che la moglie di Caino era una discendente di Eva, anche se non sappiamo esattamente quando era nata. Genesi 5:4 dice che nei suoi 930 anni di vita Adamo “generò figli e figlie”. Naturalmente la Bibbia non specifica che la moglie di Caino fosse figlia di Eva. In realtà, il fatto che sia menzionata dopo che Caino era stato bandito indica che era passato abbastanza tempo, al punto che poteva anche essere una nipote di Adamo ed Eva. Pertanto un’opera di consultazione si limita a definire la moglie di Caino “una discendente di Adamo”. —*The Amplified Old Testament.
    Adam Clarke, un commentatore biblico del XIX*secolo, arrivò a ipotizzare che se Dio stabilì un segno a motivo dei timori di Caino fu perché erano già vissute varie generazioni di discendenti di Adamo, abbastanza da “fondare diversi villaggi”.
    Nella società moderna alcuni troveranno inconcepibile l’idea che Caino abbia sposato sua sorella, oppure un’altra discendente di Adamo nata successivamente dal matrimonio di uno dei figli o delle figlie di quest’ultimo. Un’idea del genere si scontra con tabù o timori di difetti genetici. Nondimeno, in un’altra opera di consultazione, F.*LaGard Smith osserva: “Con tutta probabilità quei primi fratelli e sorelle si sposarono fra loro, malgrado il fatto che nelle generazioni successive questo sarebbe stato considerato fuori luogo”. (The Narrated Bible in Chronological Order) È pure degno di nota che fu solo nel 1513*a.E.V., quando Mosè ricevette le leggi di Dio per la nazione di Israele, che i rapporti sessuali fra parenti stretti vennero espressamente vietati.—*Levitico 18:9, 17,*24.
    Sono passati migliaia d’anni dal tempo dei nostri primogenitori, che una volta erano perfetti. A differenza di quanto accade nel nostro caso, fattori come geni ed ereditarietà potrebbero non avere inciso su di loro. Inoltre recenti studi, come quello pubblicato in un periodico specializzato (Journal of Genetic Counseling), mostrano che nelle unioni fra cugini di primo grado ci sono meno rischi di avere figli con difetti genetici di quanto non si pensi comunemente. È logico che questioni del genere non saranno state motivo di grandi preoccupazioni al tempo di Adamo o anche prima dei giorni di Noè. Possiamo quindi concludere che la moglie di Caino fosse una delle sue parenti.
    Ciao Riccardo

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    • axeUgene
      Opinionista

      • 17/04/10
      • 24593

      #32
      ah, certo: la Bibbia contempla e narra l'incesto; sorelle, sorellastre e nipotine sono OK nella creazione originaria, dato che non c'è altro;

      analizzata dal punto di vista mitologico e antropologico si tratta certamente di una rappresentazione di quanto poteva certamente accadere in società primitive, anche se la nozione di una sola coppia originariamente creata non regge proprio da punto di vista biologico.
      c'è del lardo in Garfagnana

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      • andreric
        Opinionista
        • 26/04/14
        • 883

        #33
        Originariamente Scritto da axeUgene Visualizza Messaggio
        ah, certo: la Bibbia contempla e narra l'incesto; sorelle, sorellastre e nipotine sono OK nella creazione originaria, dato che non c'è altro;

        analizzata dal punto di vista mitologico e antropologico si tratta certamente di una rappresentazione di quanto poteva certamente accadere in società primitive, anche se la nozione di una sola coppia originariamente creata non regge proprio da punto di vista biologico.
        Ma guarda caro Ax che anche gli studiosi dicono che tutti noi veniamo da un'unico uomo e un'unica donna te ne cito alcuni , d'altra parte è ragionevole non ti pare?
        “Le persone hanno tutte la stessa anatomia indipendentemente dalla razza; hanno tutte la stessa struttura proteica e gli stessi antenati”. —*Dottor Georg Glowatzki, antropologo.
         “I popoli della terra appartengono tutti a un’unica famiglia e hanno un’origine comune”. —*“The Races of Mankind”, degli antropologi Ruth Benedict e Gene Weltfish.
         “Se risalissimo abbastanza indietro, di centinaia di generazioni, arriveremmo tutti allo stesso luogo . . . la scienza indica che gli uomini attuali derivano da un ceppo comune”. —*Pubblicazione dell’U.N.E.S.C.O. (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura).
         “Tutte le varietà dell’uomo appartengono alla stessa specie e hanno gli stessi remoti antenati. Questa è una conclusione additata da tutte le importanti prove dell’anatomia comparata, della paleontologia, della sierologia e della genetica. Solo per ragioni genetiche è praticamente impossibile pensare che le varietà dell’uomo abbiano avuto origine separatamente”. —*M. F.*Ashley Montagu, antropologo.
         “La scienza corrobora ora ciò che quasi tutte le grandi religioni predicano da tempo: Gli esseri umani di tutte le razze . . . discendono dallo stesso primo uomo”. —*Amram Scheinfeld, scrittore di soggetti scientifici.
        Ciao Riccardo

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        • Il gatto
          Opinionista
          • 21/11/09
          • 12721

          #34
          In ogni caso, partendo da una sola coppia, per quanti giri di parole e escamotage giustificativi si possano introdurre la moltiplicazione delle passere e dei fringuelli e' avvenuta con ammucchiate orgiastiche famigliari e altra via non ci sta.
          Ne la cosa si attenua con passere ultracentenarie che semmai peggiorano lo scenario.
          Il che potrebbe non essere nemmeno nulla di strabiliante, anche alle corti egizie farsi le sorelle era di ordinaria amministrazione come in altre culture, le madri pure non se ne uscivano meglio.

          Vien piu' da ridire che poi i culti scaturiti da tali ammucchiate si facciano mille "seghe" mentali per affermare quanto e' peccaminosa e vergognosa una semplice trombatina ordinaria fatta in rilassatezza ed allegria.

          Come se un impero costruito e mantenuto sulla rapina si venisse a stracciare le vesti per una mela rubata.
          Ma chi facciamo ridere?

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          • axeUgene
            Opinionista

            • 17/04/10
            • 24593

            #35
            Originariamente Scritto da andreric Visualizza Messaggio
            Ma guarda caro Ax che anche gli studiosi dicono che tutti noi veniamo da un'unico uomo e un'unica donna te ne cito alcuni , d'altra parte è ragionevole non ti pare?
            “Le persone hanno tutte la stessa anatomia indipendentemente dalla razza; hanno tutte la stessa struttura proteica e gli stessi antenati”. —*Dottor Georg Glowatzki, antropologo.
             “I popoli della terra appartengono tutti a un’unica famiglia e hanno un’origine comune”. —*“The Races of Mankind”, degli antropologi Ruth Benedict e Gene Weltfish....
            ma guarda che queste nozioni le devi saper leggere in senso scientifico, eh; che non corrisponde all'idea di una sola coppia di umani;
            l'origine comune è a livello di organismi unicellulari, poi differenziatisi per specie nella selezione ambientale;
            la specie umana è il frutto della selezione di un particolare gruppo di primati evolutisi come gruppo; pertanto, già in origine si tratta di una molteplicità di individui riproduttivamente compatibili, in cui la selezione successiva ha premiato determinati caratteri e attitudini, deselezionandone altre;

            quella biblica, al più, può essere una rappresentazione allegorica, come comprensibile costume dell'epoca, considerata anche l'impossibilità di quegli uomini di comprendere il mondo naturale e biologico;

            la nozione per cui incrociando gli antenati siamo tutti discendenti in misura diversa degli stessi, non vuol dire che quegli stessi fossero una sola coppia; a parte la difficoltà di riscontro oggettivo, la biologia e la dinamica demografica di quella vita originaria presuppongono un campione di individui evolutisi dagli australopitechi almeno di qualche decina di individui distinti da altri gruppi di primati;
            per il semplice motivo che una sola coppia, in quell'ambiente, non sarebbe stata in grado di moltiplicarsi in modo efficiente.
            c'è del lardo in Garfagnana

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            • Il gatto
              Opinionista
              • 21/11/09
              • 12721

              #36
              Mi pare evidente che il problema va oltre una interpretazione letterale della bibbia che da per oro colato e realmente esistiti nel modo li raccontato gli eventi di tutta quella narrazione.
              Infatti sopra tali questioni si e' costruita una convinzione chiamata creazionismo che presenta una cronologia degli eventi umani e una scaletta di eventi ben diversi da quelli rilevati nelle risultanze archeologiche condotte con metodi di datazione dei reperti e valutazione ben diversi dalla fede in un dire di dio che racconta e che in quanto dire di dio deve essere preso per buono e nulla di piu' e' lecito e necessario dimandare.

              Cronologia biblica

              Segui questa pagina

              La Bibbia contiene dettagliate notizie cronologiche, che consentono il calcolo del tempo trascorso fra la creazione di Adamo ed eventi databili storicamente, come la prima distruzione di Gerusalemme. In questo modo è possibile sviluppare calendari, la cui epoca (cioè l'anno 0 o l'anno 1) sia la creazione del mondo. Esempi sono il calendario bizantino e il calendario ebraico. In questi calendari tutte le date sono positive; non esistono cioè date individuate dal numero di anni antecedenti l'epoca del calendario.

              Dato che era diffusa fra ebrei e cristiani l'opinione che il mondo sarebbe durato in totale 6000 anni, la data della creazione determinava anche la data della fine del mondo e ciò aumentava l'interesse per il calcolo accurato della data.

              Un'autorevole cronologia assoluta (cioè in cui la creazione del mondo ha luogo nell'anno "0") fu proposta sin dal II secolo e.V. nel Seder Olam Rabbah. Ulteriori cronologie furono sviluppate sino al XIX secolo circa, dato che la grande maggioranza degli ebrei e dei cristiani credeva nella storicità letterale della Bibbia.

              Al giorno d'oggi a sostenere questa posizione restano soltanto i cosiddetti creazionisti.

              Date della creazione ricavate dalla BibbiaModifica
              Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Data della creazione.

              Molti autori hanno calcolato la data della creazione, ottenendo, però risultati diversi. Alcuni esempi sono:

              Per l'ebraismo rabbinico la creazione avvenne il 25 Elul o il 25 Adar dell'anno 1 del calendario ebraico in modo che la creazione di Adamo, nel sesto giorno coincida con uno dei due capodanni ebraici[1]. Scegliendo quello d'autunno, Adamo sarebbe stato creato il primo giorno del mese di Tishri dell'anno 2, che corrisponde al 6 ottobre del 3760 a.C.. Questo computo è il più breve a causa dei 166 anni mancanti nel calendario ebraico.
              James Ussher, arcivescovo anglicano di Armagh, nel 1654 calcolò la data del 23 ottobre 4004 a.C. Il suo calcolo fu seguito soprattutto nei paesi protestanti e ad esso fanno riferimento in genere i creazionisti moderni.
              Altre date vicine al 4000 a.C. sono state proposte da molti studiosi, per esempio i Testimoni di Geova calcolano la data del 4026 a.C..
              Eusebio di Cesarea (ca. 265 ca. 340) calcolò la data del 5199 a.C., utilizzando la versione greca dei LXX[2].

              Il suo calcolo fu ripreso da Dante nella Divina Commedia:

              « Quindi onde mosse tua donna Virgilio,
              quattromilia trecento e due volumi
              di sol desiderai questo concilio;

              e vidi lui tornare a tutt' i lumi
              de la sua strada novecento trenta
              fïate, mentre ch'ïo in terra fu'mi. »
              (Paradiso XXVI, 118-123)

              In questo passo Adamo afferma di aver trascorso 4302 anni nel Limbo, dalla sua morte a quella di Gesù; a questi vanno sommati i 930 anni di vita di Adamo (Genesi 5,5). Poiché Gesù morì secondo Dante nel 34, si ottiene 34-4302-930=-5198, che corrisponde al 5199 a.C. dato che non esiste l'anno zero[3].
              La datazione di Eusebio fu adottata anche da Maria di Agreda, la "Suora Blu" del XVII secolo, nella sua "Mystica Ciudad de Dios"[4].

              La Chiesa ortodossa poneva la data della creazione al 1º settembre 5509 a.C.[5]. In questa data inizia l'anno 1 del calendario bizantino.
              Altre datazioni basate sulla LXX sono: 5296 a.C. (Rabano Mauro, abate di Fulda), 5344 a.C. (Isidoro di Siviglia), 5351 a.C. (Agostino, vescovo d’Ippona), 5624 a.C. (Clemente Alessandrino), 6984 a.C. (Tavole alfonsine)[6].
              Last edited by Il gatto; 19-10-2014, 15:02.

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              • Il gatto
                Opinionista
                • 21/11/09
                • 12721

                #37
                La cronologia archeologica e' un po diversa

                Storia dell'uomo

                Segui questa pagina

                La storia dell'uomo è l'insieme delle vicende umane all'interno della Storia della Terra. Essendo l'uomo il frutto di un processo evolutivo, l'inizio della storia dell'uomo può essere fatto risalire a diversi stadi di questo sviluppo: la si può intendere dalla comparsa del primo manufatto tecnologico australopithecino, a partire dalla comparsa del genere Homo, oppure a partire dalla comparsa di Homo sapiens, il cosiddetto "uomo moderno", circa 200 000 anni fa.

                Con tale definizione si può preferire indicare la storia dell'uomo moderno, dotato di caratteri anatomici identici all'uomo odierno e di una cultura artistica e spirituale, ma nella periodizzazione tradizionale il primo dei periodi della storia umana è generalmente indicato nella Preistoria, 2,5 -2,6 milioni di anni fa, e quindi include diverse specie ominidi.

                Periodizzazione
                Comparsa dell'uomoModifica
                Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Evoluzione umana, Migrazioni dell'uomo e Preistoria.
                Distribuzione spaziale e temporale delle principali specie appartenenti al genere Homo

                La teoria attualmente riconosciuta e accettata dagli antropologi, paleontologi e biologi stima che la famiglia Hominidae si sia evoluta a partire da protoprimati, ramo comune dal quale discendono anche le scimmie africane circa 5-6 milioni di anni fa e che fra i 2,3 ed i 2,4 milioni di anni fa il genere Homo si sia differenziato dall'Australopithecus.

                Circa sette milioni di anni fa l'assestamento della crosta terrestre produsse la formazione della Rift Valley, che attraversa gli stati attuali: Etiopia, Kenya e Tanzania. I venti carichi di piogge provenienti da ovest furono intrappolati dal sollevamento del Rift e di conseguenza avvenne l'inaridimento della parte orientale dell'Africa, con progressiva formazione dall'attuale savana in sostituzione alla foresta. La popolazione dei proto-ominidi africani si ritrovò ad essere geograficamente separata dal Rift in due ambienti ecologicamente differenti: il versante ovest rimase lussureggiante e i protoprimati su questo lato si evolvettero in un ambiente boscoso, differenziandosi verso la linea delle attuali scimmie antropomorfe non umane, mentre altre rimaste sull'altopiano orientale si adattarono a condizioni ambientali differenti quali la scomparsa della foresta sostituita dalla savana africana. In questo ambiente avvenne l'evoluzione e l'affermazione della linea afferente agli Hominina, di cui Homo sapiens è l'unico vivente[1].

                Le prime specie appartenenti al genere Homo muovendosi lungo le coste dei mari, si diffusero rapidamente per lunghe distanze nelle zone tropicali. Anche con l'utilizzo di vestiti pesanti fu resa possibile anche la colonizzazione delle terre extratropicali.

                L'appartenente al genere Homo progenitore della nostra specie, denominato Homo ergaster, si origina in Africa, evolvendosi dà origine a Homo erectus e colonizzando ad ondate successive l'Eurasia si differenzia nelle specie Homo heidelbergensis e successivamente in Homo neanderthalensis con caratteristiche carnivore (processo di migrazione chiamato Out-of-Africa 1), gli appartenenti al genere Homo che rimasero in Africa diedero origine all'Homo sapiens che successivamente migrò, dando origine ad un secondo processo di migrazione chiamato Out-of-Africa 2.

                L'uomo moderno secondo studi genetici è originario dell'Africa (circa 200 000 anni fa); durante il processo di migrazione chiamato Out-of-Africa II (seconda fuoriuscita dal continente africano) ha colonizzato l'Eurasia e l'Oceania (circa 50 000 anni fa) ibridandosi con le specie già fuoriuscite dall'Africa precedentemente (denisoviani in Asia orientale e neanderthaliani in Eurasia occidentale)[2], e infine l'America (da circa 10 000 anni fa[3] ad almeno 15 000[4] o forse, ma le ricerche sono tuttora in corso, 40 000 anni fa); Secondo i medesimi studi le attuali etnie caucasiche, indiane ed oceaniche, conservano tracce di ibridazione con Homo neanderthalensis ereditate tramite la trasmissione paterna del cromosoma Y avvenuta in Europa, mentre altre popolazioni non presentano tracce di ibridazione con Homo neanderthalensis, questo fatto viene comunemente interpretato come una conferma all'origine africana dell'uomo moderno, il quale solo durante la seconda migrazione a partire dall'Africa si sarebbe ibridato con gli ominidi europei residenti nel centro Europa a partire dalla prima migrazione.

                La nostra specie denominata Homo sapiens si è inoltre completamente imposta sulle altre specie appartenenti al genere Homo, causandone l'estinzione attraverso processi in fase di indagine: una più rapida riproduzione e una competizione per le risorse, in Europa e Medio Oriente, probabilmente, sostituendosi in particolare con meccanismi ancora in fase di discussione, all'Homo neanderthalensis circa 30 000 anni or sono.

                Essi generalmente vivevano in piccoli gruppi nomadi. Circa 12 000 anni fa l'estinzione della grande selvaggina spinse la nostra specie a divenire allevatrice; circa 10 000 anni fa, l'avvento dell'agricoltura innescò la rivoluzione Neolitica. L'accesso a stabili risorse di cibo favorì la formazione di comunità permanenti, l'addomesticamento di animali e l'uso di utensili in metallo. L'agricoltura incoraggiò anche lo scambio e la cooperazione; con l'affermarsi della metallurgia e altre innovazioni, erano ormai gettate le basi per le prime società. I primi villaggi si svilupparono nelle regioni del Medio Oriente (Fase protostorica del Vicino Oriente).

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                • Il gatto
                  Opinionista
                  • 21/11/09
                  • 12721

                  #38
                  I metodi di datazione e valutazione ovviamente indipendenti da una personale fede religiosa

                  La datazione dei reperti
                  Itinerari d'arte > Stili

                  Attraverso lo studio dei reperti preistorici si è potuto risalire alla datazione, mentre con l'osservazione delle forme delle tecniche, dei materiali e delle caratteristiche complessive degli oggetti è stato possibile classificarli e ripercorrerne l'evoluzione stilistica.

                  La datazione dei reperti artistici avviene mediante gli attuali metodi di ricerca scientifica, soprattutto nel campo della fisica nucleare. Tra questi: l'esame per termoluminescenza, che stabilisce l'età delle terracotte in base al loro grado di incandescenza, cioè al numero di elettroni accumulati nel tempo dalle particelle radioattive incorporate e liberati riportando l'oggetto ad alte temperature. Altro metodo: il radiocarbonio, basato sulla misurazione dell'inteniità decrescente delle radiazioni prodotte dagli atomi di Carbonio14 contenuti nei residui vegetali rinvenuti vicino agli oggetti e quindi riferibile agli oggetti stessi con buona approssimazione (un errore di qualche secolo è insignificante rispetto a decine di migliaia di anni).

                  In base a tali ritrovamenti, i più antichi oggetti lavorati dall'uomo finora reperiti risalgono a circa un milione di anni avanti Cristo.


                  E quando in una affermazione i presupposti vanno a gambe all'aria a fronte di elementi ripetibili e misurabili, ripetuti e misurati da laboratori indipendenti ottenendo gli stessi risultati quell'effermazione viene invalidata in tutto il suo complesso, visto che, se i presupposti sono una licenza poetica, il prosieguo dipendendo da quei presupposti e' anche esso una licenza poetica.

                  Come nello sviluppo di una equazione, se al primo passaggio emerge un errore macroscopico, a che serve andare a vedere quello che viene dopo invalidato gia' da quell'errore?
                  Last edited by Il gatto; 19-10-2014, 15:05.

                  Comment

                  • andreric
                    Opinionista
                    • 26/04/14
                    • 883

                    #39
                    Da decenni, storici e paleontologi si affidano spesso alla datazione al radiocarbonio per stimare l’età dei fossili. Tuttavia, secondo la rivista Time, “si sa che queste stime, per quanto preziose, contengono anche un certo grado di incertezza”. La rivista aggiungeva che “è risaputo che il livello di carbonio*14 nell’aria, e pertanto la quantità assorbita dagli organismi, varia nel tempo, e questo può influenzare i risultati della datazione al radiocarbonio”. Dopo aver paragonato i risultati di una datazione fatta col metodo del carbonio*14 con quelli ottenuti con il metodo uranio-torio, un gruppo di geologi del Lamont-Doherty Geological Laboratory di Palisades (New York, USA) ha riscontrato che “le datazioni ottenute col radiocarbonio possono essere sbagliate di ben 3.500 anni, forse abbastanza da costringerci a rivedere le idee attuali su questioni importanti come l’esatto periodo in cui gli esseri umani misero per la prima volta piede nelle Americhe”.
                    Undici anni fa Joan Ahrens, una nonna sudafricana amante dell’arte, fece alcuni bei dipinti su sassi, copiando l’arte tradizionale dei boscimani. In seguito, uno dei suoi sassi dipinti è stato raccolto per terra vicino alla casa dove la donna aveva abitato nella città di Pietermaritzburg ed è finito nelle mani del sovrintendente del museo cittadino. Non conoscendo l’origine di questo sasso dipinto, il sovrintendente lo ha fatto datare col metodo del radiocarbonio presso l’Università di Oxford. Gli esperti hanno calcolato che aveva 1.200 anni! Perché questo imbarazzante errore? “È stato poi stabilito”, secondo una notizia del Sunday Times del Sudafrica, “che l’olio usato dalla Ahrens conteneva degli oli naturali che contenevano a loro volta carbonio: l’unica sostanza datata a Oxford”.

                    Un metodo impiegato per misurare l’età dei fossili è detto metodo del radiocarbonio. Questo sistema di datazione misura la velocità di decadimento del carbonio radioattivo partendo dalla morte dell’organismo. “Quando un organismo muore, non assorbe più dall’ambiente anidride carbonica, e la proporzione dell’isotopo diminuisce col tempo man mano che subisce il decadimento radioattivo”, afferma Science and Technology Illustrated.
                    Questo sistema, però, presenta serie difficoltà. Primo, in un fossile che si reputa abbia circa 50.000 anni, il livello di radioattività è sceso a tal punto che si può individuare solo con gran fatica. Secondo, anche in campioni più recenti, questo livello è sceso a tal punto che è ancora molto difficile misurarlo accuratamente. Terzo, gli scienziati possono misurare la velocità con cui si forma il carbonio radioattivo al presente, ma non sono in grado di misurare le concentrazioni di carbonio nel remoto passato.
                    Perciò, sia che usino il metodo del radiocarbonio per datare i fossili o altri metodi, come quello del potassio, dell’uranio o del torio radioattivo, per datare le rocce, gli scienziati non sono in grado di stabilire i livelli originari di quegli elementi nel corso delle ere. Pertanto il professore di metallurgia Melvin A.*Cook osserva: “Si possono solo fare congetture su queste concentrazioni [di materiali radioattivi], e le età così ottenute non possono essere migliori delle congetture”. Questo specialmente se si considera che il Diluvio dei giorni di Noè, avvenuto oltre 4.300 anni fa, provocò enormi cambiamenti nell’atmosfera e sulla terra.
                    I geologi Charles Officer e Charles Drake del Dartmouth College mettono ulteriormente in dubbio l’accuratezza della datazione col metodo basato sulla radioattività. Dicono: “Siamo arrivati alla conclusione che l’iridio e altri elementi associati non si sono depositati istantaneamente . . . ma vi è stato un afflusso intenso e variabile di questi costituenti durante un intervallo di tempo geologico relativamente breve dell’ordine di 10.000-100.000 anni”. (Op. cit., p.*277) Secondo il loro argomento, lo smembramento e il movimento dei continenti sconvolsero l’intero globo, causando eruzioni vulcaniche, ostruendo il passaggio della luce solare e contaminando l’atmosfera. Certo questi eventi sconvolgenti avrebbero potuto cambiare i livelli della radioattività, per cui i risultati ottenuti coi moderni “orologi” radioattivi sarebbero alterati.

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                    • andreric
                      Opinionista
                      • 26/04/14
                      • 883

                      #40
                      TUTTI i precedenti “orologi” sono così lenti che risultano di poco o di nessun aiuto nello studio dei problemi archeologici. Ci vuole qualcosa di molto più veloce per misurare la scala del tempo della storia umana. A questo si è provveduto con il metodo del radiocarbonio.
                      Il carbonio*14, un isotopo radioattivo del comune carbonio*12, fu scoperto per la prima volta in esperimenti sull’accelerazione delle particelle effettuati con un ciclotrone. Fu poi scoperto anche nell’atmosfera terrestre. Emette deboli raggi beta, che possono essere misurati con un apposito strumento. Il carbonio*14 ha un periodo di dimezzamento di soli 5.700 anni, il che è adatto per datare cose aventi a che fare con la remota storia dell’uomo.
                      Gli altri elementi radioattivi che abbiamo preso in esame sono di vita lunga in paragone con l’età della terra, per cui esistono dal tempo della creazione della terra fino al presente. Il radiocarbonio, però, ha una vita così breve, in rapporto all’età della terra, che può ancora esistere solo se in qualche modo la sua produzione è continuata. Quel modo è il bombardamento dell’atmosfera mediante i raggi cosmici, che trasformano gli atomi di azoto in carbonio radioattivo.
                      Questo carbonio, sotto forma di anidride carbonica, viene impiegato dalle piante nel processo di fotosintesi e si trasforma in ogni sorta di composti organici nelle cellule viventi. Gli animali e, sì, anche gli uomini, si nutrono dei tessuti vegetali, per cui tutto ciò che vive contiene radiocarbonio nella stessa proporzione in cui è presente nell’aria. Finché un organismo vive, il radiocarbonio in esso contenuto, che decade, viene rimpiazzato da nuovo radiocarbonio. Quando però un albero o un animale muore, smette di assorbire radiocarbonio, e il suo livello del radiocarbonio comincia a calare. Se un pezzo di carbone di legna o un osso animale si preserva per 5.700 anni, conterrà solo metà di radiocarbonio che l’organismo aveva da vivo. Perciò, in linea di principio, se misuriamo la proporzione di carbonio*14 rimasto in qualcosa che un tempo era un organismo vivente, possiamo stabilire da quanto tempo è morto.
                      Il metodo del radiocarbonio si può utilizzare con un’ampia varietà di cose di origine organica. È stato impiegato per datare molte migliaia di campioni. Bastano solo alcuni esempi per indicarne l’affascinante diversità:
                      Il legno della barca funeraria rinvenuta nella tomba del faraone Sesostri*III è stato datato al 1670*a.E.V.
                      Il durame di una sequoia gigantesca della California, che quando fu abbattuta nel 1874 aveva 2.905 cerchi annuali, è stato datato al 760*a.E.V.
                      Le fasce di lino in cui erano avvolti i rotoli del Mar Morto, i quali dallo stile della scrittura sono stati datati al primo o al secondo secolo*a.E.V., dalla misurazione del contenuto di radiocarbonio risultano avere 1.900 anni.
                      Un pezzo di legno trovato sul monte Ararat, e che secondo alcuni potrebbe provenire dall’arca di Noè, secondo le prove data solo dal 700*E.V.: un legno vecchio senz’altro, ma non abbastanza vecchio da risalire a prima del Diluvio.
                      Sandali di corda intrecciata rinvenuti in una grotta dell’Oregon fra la pomice, una roccia vulcanica, avrebbero 9.000 anni.
                      La carne di un piccolo mammut, rimasto congelato per migliaia d’anni in Siberia, avrebbe 40.000 anni.
                      Sono attendibili queste date?
                      Errori nel metodo del radiocarbonio
                      Il metodo del radiocarbonio sembrò molto semplice e chiaro allorché ne fu fatta la prima dimostrazione, ma ora si sa che è soggetto a molti tipi di errori. Dopo avere usato per una ventina d’anni questo metodo, fu tenuta nel 1969 una conferenza a Uppsala, in Svezia, per prendere in esame la cronologia ottenuta col radiocarbonio e altri relativi metodi di datazione. Dalle conversazioni fatte tra i chimici che si servono del metodo e gli archeologi e i geologi che ne usano i risultati emersero una dozzina di difetti che potrebbero invalidare le date. Nei 17*anni trascorsi da allora, si è fatto poco per rimediare a queste limitazioni.
                      Un problema seccante è sempre stato quello di essere certi che il campione esaminato non sia stato contaminato, né da carbonio recente (vivo) né da carbonio antico (morto). Ad esempio, un pezzo di durame di un vecchio albero potrebbe contenere linfa viva. Se invece è stato estratto con un solvente organico (fatto con petrolio [morto]), nella porzione analizzata potrebbe essere rimasta una traccia del solvente. Nel carbone di legna sepolto da molto tempo potrebbero essere penetrate piccole radici di piante viventi. O potrebbe essere stato contaminato da bitume molto più vecchio e difficile da togliere. Sono stati trovati crostacei vivi con carbonato proveniente da minerali rimasti sepolti a lungo o da acqua che sale dal fondo dell’oceano dov’era stata per migliaia d’anni. Cose del genere possono far apparire un campione più vecchio o più giovane di quanto non sia in realtà.
                      La limitazione più grave della teoria della datazione col radiocarbonio sta nel presupposto che il livello del carbonio*14 dell’atmosfera sia sempre stato com’è ora. Quel livello dipende, in primo luogo, dalla velocità a cui è prodotto dai raggi cosmici. A volte l’intensità dei raggi cosmici varia in notevole misura, essendo fortemente influenzata da fluttuazioni nel campo magnetico terrestre. Tempeste magnetiche sul sole accrescono talora di mille volte, per poche ore, la quantità dei raggi cosmici. Il campo magnetico terrestre è stato sia più debole che più forte nei millenni passati. E dall’esplosione delle bombe nucleari, il livello mondiale di carbonio*14 è sensibilmente aumentato.
                      Anche la quantità di carbonio stabile presente nell’aria influisce su questa concentrazione. Le grandi eruzioni vulcaniche accrescono sensibilmente la quantità di anidride carbonica stabile, diluendo così il radiocarbonio. Nel secolo scorso l’uomo ha accresciuto in maniera permanente la quantità di anidride carbonica dell’atmosfera bruciando in misura senza precedenti combustibili fossili, specie carbone e petrolio. (Ulteriori dettagli su queste e su altre limitazioni del metodo del radiocarbonio si trovano nel numero di Svegliatevi! del 22*settembre 1972).
                      Dendrocronologia: datazione mediante i cerchi di accrescimento degli alberi
                      Di fronte a tutte queste debolezze di base, i fautori della datazione radiometrica hanno deciso di standardizzare le loro date con l’aiuto di campioni di legno datati contando i cerchi annuali degli alberi, in particolare quelli dei Pinus aristata, alberi che vivono negli Stati Uniti sudoccidentali e che possono avere centinaia e persino migliaia di anni. Questo campo di ricerca è detto dendrocronologia.
                      Il metodo del radiocarbonio perciò non è più considerato un mezzo per ottenere una cronologia assoluta, ma solo per misurare date relative. Per avere la data esatta, si deve correggere la data ricavata col radiocarbonio in base alla cronologia stabilita con gli anelli di accrescimento degli alberi. Di conseguenza, il risultato di una misurazione effettuata col radiocarbonio è detta “datazione al radiocarbonio”. Riportando questo risultato su una curva di taratura basata sui cerchi degli alberi, si deduce la data assoluta.
                      Questo va bene sin dove il conteggio dei cerchi del Pinus aristata è attendibile. Il problema sorge in quanto il più vecchio albero vivente di cui si conosca l’età risale solo all’800*E.V. Per estendere la scala, gli scienziati cercano di far corrispondere i cerchi concentrici, sottili e grossi, dei pezzi di legno morto trovati in luoghi vicini. Mettendo insieme 17*pezzi di alberi caduti, affermano di risalire a oltre 7.000 anni*fa.
                      Neanche il metodo che si avvale dei cerchi degli alberi, però, è perfetto. A volte non sono sicuri di dove mettere un pezzo di legno morto, e allora cosa fanno? Chiedono una misurazione al radiocarbonio e se ne servono per sistemarlo al posto giusto. Questo fa venire in mente quei due zoppi che avevano solo una stampella e che la usavano a turno; uno si appoggiava per un po’ al compagno, poi lo aiutava a reggersi.
                      È il caso di chiedersi se pezzetti sciolti di legno rimasti per tanto tempo all’aperto siano stati preservati miracolosamente. Avrebbero potuto essere portati via da un violento temporale o raccolti dai passanti come legna da ardere o per farne qualche altro uso. Cos’ha impedito che fossero attaccati dalla carie o dagli insetti? Si può credere che un albero vivo resista alle offese del tempo e degli elementi, e che ogni tanto uno viva mille anni o più. Ma che dire del legno morto? Addirittura da seimila anni? Non è credibile. Eppure le date più antiche ottenute col radiocarbonio si basano su questo.
                      Ad ogni modo gli esperti della datazione radiometrica e i dendrocronologi sono riusciti a mettere da parte questi dubbi e a sminuire le lacune e le incoerenze, e sia gli uni che gli altri sono soddisfatti del compromesso. Che dire, però, dei loro clienti, gli archeologi? Non sono sempre felici delle date attribuite ai campioni che inviano. Uno presente alla conferenza di Uppsala si espresse in questi termini:
                      “Se una data ottenuta col carbonio*14 sostiene le nostre teorie, la mettiamo nel testo principale. Se non le contraddice del tutto, la mettiamo in una nota in calce. E se è completamente sfasata, la lasciamo perdere”.
                      Alcuni di loro la pensano ancora così. Scrivendo recentemente in merito a una data ottenuta col metodo del radiocarbonio, data che si supponeva indicasse il periodo più antico di addomesticazione degli animali, uno di loro ha scritto:
                      “Gli archeologi cominciano a dubitare che le misurazioni dell’età col radiocarbonio siano da ritenersi attendibili per il semplice fatto che provengono da laboratori ‘scientifici’. Più aumenta la confusione su quale metodo, quale laboratorio, quale periodo di dimezzamento e quale taratura sia più attendibile, meno noi archeologi ci sentiremo obbligati ad accettare senza discutere qualsiasi ‘data’ propostaci”.
                      Il radiochimico che aveva fornito la data ribatté: “Preferiamo occuparci di fatti basati su misurazioni valide, non di archeologia alla moda o che fa leva sulle emozioni”.
                      Se gli scienziati dissentono così fortemente sulla validità di queste date relative all’antichità dell’uomo, non è comprensibile che dei profani siano scettici nei confronti di notizie di giornali basate su “fonti” scientifiche, come quelle citate all’inizio di questa serie di articoli?
                      Conteggio diretto del carbonio*14
                      Un recente sviluppo della datazione col radiocarbonio è un metodo per contare non solo i raggi beta emessi dagli atomi che decadono, ma tutti gli atomi di carbonio*14 presenti in un piccolo campione. Questo metodo è particolarmente utile nella datazione di esemplari molto antichi nei quali rimane solo una piccola frazione del carbonio*14. Su un milione di atomi di carbonio*14, solo uno, in media, decadrà ogni tre giorni. Per questo motivo, nell’analizzare campioni antichi, è molto noioso accumulare abbastanza conteggi per distinguere la radioattività dalla radiazione di fondo, i raggi cosmici.
                      Se però possiamo contare ora tutti gli atomi di carbonio*14, senza aspettare che decadano, possiamo aumentare la sensibilità di un milione di volte. Lo si fa deflettendo in un campo magnetico un fascio di atomi di carbonio carichi positivamente per separare il carbonio*14 dal carbonio*12. Il carbonio*12, più leggero, è costretto a seguire un percorso circolare più stretto, mentre il carbonio*14, più pesante, entra attraverso una fenditura in un contatore.
                      Questo metodo, benché più complicato e più costoso del metodo del conteggio dei raggi beta, ha il vantaggio che la quantità di materiale necessario per l’analisi è mille volte inferiore. Si prospetta la possibilità di datare manoscritti antichi e rari e altri manufatti di cui non si può proprio avere un campione di diversi grammi, perché nell’analisi andrebbe distrutto. Ora questi oggetti possono essere datati con un campione di qualche milligrammo.
                      È stato suggerito di impiegare questo metodo per datare la Sacra Sindone, che alcuni credono sia il panno in cui venne avvolto Gesù per la sepoltura. Se la datazione col radiocarbonio dovesse dimostrare che il panno non è così antico, confermerebbe i sospetti di coloro che pensano che la Sacra Sindone sia una frode. Finora, l’arcivescovo di Torino si è rifiutato di donare un campione da datare perché ce ne vorrebbe un pezzo troppo grande. Ma con il nuovo metodo, ne basterebbe un centimetro quadrato per determinare se il materiale data dal tempo di Cristo o solo dal medioevo.
                      In ogni caso, i tentativi di estendere gli intervalli di tempo hanno poco significato finché i problemi più grandi restano insoluti. Più antico è il campione, più è difficile assicurare la completa assenza di leggere tracce di carbonio recente. E più cerchiamo di andare oltre le poche migliaia di anni riguardo a cui abbiamo date attendibili, meno sappiamo del livello atmosferico del carbonio*14 in quei tempi antichi.
                      Sono stati studiati vari altri metodi per datare eventi del passato. Alcuni di essi sono in diretta relazione con la radioattività, come la misurazione delle tracce di fissione e degli aloni radioattivi. Alcuni si servono di altri processi, come la formazione delle varve (strati di sedimenti) depositate dai corsi d’acqua che scendono da un ghiacciaio e l’idratazione dei manufatti di ossidiana.
                      Racemizzazione degli amminoacidi
                      Un altro metodo di datazione impiegato è la racemizzazione degli amminoacidi. Cosa significa “racemizzazione”?
                      Gli amminoacidi appartengono al gruppo di composti del carbonio aventi quattro diversi gruppi di atomi legati a un atomo centrale di carbonio. La configurazione tetraedrica dei gruppi rende la molecola asimmetrica. Queste molecole esistono in due forme. Benché chimicamente identiche, una è in senso fisico l’immagine speculare dell’altra. Se ne può fare una semplice illustrazione con un paio di guanti. Sono della stessa grandezza e forma, ma uno va bene solo alla mano destra, l’altro solo alla sinistra.
                      Una soluzione di una forma di un tale composto devia a sinistra un fascio di luce polarizzata; l’altro tipo lo fa ruotare a destra. Quando un chimico sintetizza un amminoacido da un composto più semplice, ottiene quantità uguali di entrambe le forme. Ciascuna forma annulla l’effetto dell’altra sulla luce polarizzata. Quando entrambi gli amminoacidi levogiri e destrogiri sono presenti in ugual quantità nella miscela, essa è detta miscela racemica.
                      Allorché gli amminoacidi si formano nelle piante o negli animali viventi, si presentano in una forma soltanto, di solito nella forma levogira, o*l- (che sta per levo-). Riscaldando un tale composto, l’agitazione termica delle molecole ne trasforma alcune, cambiando la forma levogira in destrogira. Questo cambiamento è detto racemizzazione. Se lo si protrae abbastanza a lungo, produce uguali quantità delle forme l-*e*d-. Questo fatto è di particolare interesse perché ha relazione con i viventi, come la datazione col radiocarbonio.
                      A temperature più basse, la racemizzazione avviene a un ritmo più lento. Più lento di quanto? Dipende dall’energia che ci vuole per invertire la molecola. Segue una nota legge chimica, l’equazione di Arrhenius. Se l’amminoacido viene raffreddato sempre più, la reazione avviene sempre più lentamente finché, a temperature normali, non possiamo vederla affatto cambiare. Possiamo comunque usare ugualmente l’equazione per calcolare con che rapidità cambia. Risulta che ci vorrebbero decine di migliaia di anni perché un amminoacido tipico si avvicinasse allo stato di racemizzazione, quando entrambe le forme levogira e destrogira degli amminoacidi sono presenti in quantità uguali.
                      Come metodo di datazione funzionerebbe così: Se, per esempio, un osso viene sepolto e lasciato indisturbato, l’acido aspartico (un amminoacido cristallizzato) presente nell’osso subisce lentamente il processo di racemizzazione. Parecchio tempo dopo dissotterriamo l’osso, estraiamo e purifichiamo l’acido aspartico restante e confrontiamo il suo grado di polarizzazione con quello dell’acido l-aspartico puro. In tal modo possiamo stimare quanto tempo fa l’osso faceva parte di una creatura viva.
                      La curva di decadimento è simile a quella di un elemento radioattivo. Ciascun amminoacido ha la propria caratteristica velocità di decadimento proprio come l’uranio decade più lentamente del potassio. Si noti però questa importante differenza: le velocità di decadimento radioattivo non risentono della temperatura, mentre la racemizzazione, essendo una reazione chimica, dipende in misura notevole dalla temperatura.
                      Tra le applicazioni del metodo della racemizzazione a cui si è fatta più pubblicità vi è stato il suo impiego per datare i resti di scheletri umani trovati lungo la costa della California. Uno, chiamato uomo Del Mar, avrebbe in base a questo metodo 48.000 anni. Un altro, lo scheletro di una femmina trovato in scavi effettuati vicino a Sunnyvale, sembra averne ancora di più, niente meno che 70.000 anni! Queste età hanno messo in subbuglio non solo la stampa ma specie i paleontologi, perché nessuno aveva mai creduto che nell’America del Nord ci fosse l’uomo da tanto tempo. Si cominciarono a fare delle supposizioni circa la possibilità che dall’Asia gli uomini avessero attraversato lo stretto di Bering ben centomila anni fa. Quanto sono sicure, comunque, le date ottenute con questo nuovo metodo?
                      Per rispondere a questa domanda sono state fatte analisi con un metodo radiometrico su prodotti intermedi di decadimento fra l’uranio e il piombo che hanno periodi di dimezzamento adatti per questo intervallo di tempo. L’età ottenuta per lo scheletro di Del Mar era di 11.000 anni e solo di 8.000 o 9.000 anni per quello di Sunnyvale. Qualcosa non andava.
                      La cosa più incerta nel metodo della racemizzazione è che la storia termica dei campioni è sconosciuta. Come abbiamo detto, la velocità di racemizzazione è molto sensibile alla temperatura. Se quest’ultima aumenta di 14°*centigradi, la reazione avviene dieci volte più in fretta. Come si fa a sapere a quali temperature possono essere state esposte le ossa in un passato così lontano? Per quante estati sono rimaste allo scoperto sotto il caldo sole californiano? O non potrebbero anche essere state in un fuoco all’aperto o in un incendio nella foresta? Oltre alla temperatura, è stato riscontrato che altri fattori influiscono notevolmente sulla velocità di racemizzazione, come il pH (grado di acidità). Un rapporto dice: “Gli amminoacidi contenuti nei sedimenti hanno una velocità di racemizzazione iniziale di quasi un ordine di grandezza (dieci volte) maggiore della velocità osservata negli amminoacidi liberi con un pH e una temperatura simili”.
                      E non finisce tutto qui. Uno delle ossa di Sunnyvale è stato esaminato col metodo del radiocarbonio, sia contando le particelle beta degli atomi che decadevano sia con il più recente metodo di conteggio degli atomi. Approssimativamente i valori ottenuti erano concordi. La media era di soli 4.400 anni!
                      A cosa possiamo credere? È ovvio che alcune delle risposte sono completamente sbagliate. Dovremmo riporre più fiducia nella datazione col radiocarbonio, dal momento che si ha più esperienza nell’usare questo metodo? Anche con esso, diversi campioni dello stesso osso davano età che oscillavano fra i 3.600 e i 4.800 anni. Forse dovremmo semplicemente ammettere, usando le parole dello scienziato citato in precedenza, che “forse sono sbagliate tutte”.
                      Ciao Riccardo

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                      • andreric
                        Opinionista
                        • 26/04/14
                        • 883

                        #41
                        L’EVOLUZIONE È UN FATTO?
                        IL RESOCONTO della creazione riportato in Genesi dice che tutti gli organismi viventi furono creati ‘secondo la loro specie’, o secondo gruppi fondamentali. (Genesi 1:12, 24,*25) Nel sostenere la loro teoria molti evoluzionisti si sono fatti beffe del racconto biblico. Ma c’è qualche prova che sia mai comparsa una specie nuova in seguito a incroci o mutazioni? Dai documenti più antichi fino ad oggi risulta che i cani sono ancora cani e i gatti continuano a essere gatti. Perfino gli scarafaggi che figurano tra i fossili di insetti più antichi, sono praticamente identici a quelli odierni.
                        In realtà, quali prove ha prodotto la comunità scientifica con le intense indagini effettuate nei cento e più anni da che Darwin scrisse l’Origine delle specie? A quali conclusioni sono pervenuti alcuni esperti?
                        LA TESTIMONIANZA DEI FOSSILI: L’evidenza fossile è da alcuni definita ‘la decisiva corte d’appello’ perché è la sola storia autentica della vita di cui la scienza disponga. Cosa mostra?
                        Il professore di scienze naturali John Moore ha scritto in merito ai risultati di un approfondito studio preparato dalla Società Geologica di Londra e dall’Associazione Paleontologica d’Inghilterra. “Circa 120 scienziati, tutti specialisti, hanno compilato i trenta capitoli di un lavoro monumentale di oltre 800 pagine, per presentare la documentazione fossile di piante e animali . . . Come si può notare, ciascuna principale forma o tipo di pianta e animale ha una storia separata e indipendente da quella di tutte le altre forme o tipi! Gruppi sia di piante che di animali appaiono all’improvviso nella documentazione fossile. . . . Non c’è traccia di un antenato comune, e ancor meno di collegamenti con qualche rettile, presunto progenitore”. —*Should Evolution Be Taught?, 1970, pagine 9,*14.
                        È POSSIBILE CHE L’EVOLUZIONE SIA STATA CAUSATA DALLE MUTAZIONI? Data la natura dannosa delle mutazioni, l’Encyclopedia Americana riconosce: “Il fatto che la maggioranza delle mutazioni sia dannosa per l’organismo sembra difficile da conciliare con l’idea che le mutazioni forniscano la materia prima dell’evoluzione. In effetti i mutanti raffigurati nei testi di biologia sono una raccolta di malformazioni e mostruosità, e, più che un processo costruttivo, la mutazione sembra essere un processo distruttivo”. —*1977, volume*10, pagina 742.
                        CHE DIRE DEGLI UOMINI-SCIMMIA? Science Digest affermava: “Fatto degno di nota, tutta l’evidenza materiale a sostegno dell’evoluzione umana non riempie ancora una singola bara! . . . Le attuali scimmie antropomorfe, per esempio, sembrano essere venute fuori dal nulla. Non hanno un passato, nessuna testimonianza fossile. E la vera origine dell’uomo moderno —*questo essere a stazione eretta, nudo, costruttore di utensili, dal cervello voluminoso*— è, se dobbiamo essere onesti con noi stessi, un fatto altrettanto misterioso”. —*Maggio 1982, pagina*44.
                        UNA TEORIA IN CRISI: Si notino i seguenti commenti di Michael Denton, biologo molecolare, citati dal suo libro Evolution: A Theory in Crisis:
                        “Non c’è dubbio che Darwin non aveva affatto prove sufficienti per dimostrare la sua teoria dell’evoluzione. . . . La sua teoria generale, che tutta la vita sulla terra aveva avuto origine e si era evoluta con un accumulo graduale di mutazioni casuali verificatesi consecutivamente, è ancora, come lo era al tempo di Darwin, un’ipotesi bella e buona non sostenuta da prove dirette e ben lungi dall’essere quella verità lapalissiana che alcuni dei suoi sostenitori più accaniti vorrebbero farci credere che fosse. . . . Ci si sarebbe potuti aspettare che una teoria di tale importanza, una teoria che ha letteralmente cambiato il mondo, fosse qualcosa di più che metafisica, qualcosa di più di un mito”. —*Edizione del 1986, pagine 69, 77, 358.
                        Ciao Riccardo

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                        • axeUgene
                          Opinionista

                          • 17/04/10
                          • 24593

                          #42
                          Originariamente Scritto da andreric Visualizza Messaggio
                          Da decenni, storici e paleontologi si affidano spesso alla datazione al radiocarbonio per stimare l’età dei fossili. Tuttavia, secondo la rivista Time, “si sa che queste stime, per quanto preziose, contengono anche un certo grado di incertezza”.
                          tu puoi avere un certo margine di errore in una determinata rilevazione;

                          ma quando hai milioni di informazioni vagliate scientificamente che convergono su tempi, datazioni, distanze genetiche, mutazioni, apparentamenti e processi evolutivi la realtà la ricostruisci in modo certo;
                          infatti, la stessa statistica per metodo deseleziona i picchi per eliminare ancora di più gli scostamenti dal dato che si intende ottenere come significativo;

                          oltretutto, il creazionismo a partire da una coppia sola sarebbe un assurdità per diversi motivi, di efficienza genetica: in poche generazioni si avrebbero gravi menomazioni; sostenibilità ambientale: l'alta mortalità infantile e l'ambiente ostile richiedono un gruppo di prossimità già specializzato, chi caccia, chi accudisce i piccoli, ecc... in cui non è pensabile una donna sola perennemente incinta e un uomo che cacci tutto il giorno, da solo e in modo efficiente, in ambiente ostile pieno di predatori senza essere mai ferito o inabile; il tutto in un'età in cui l'aspettativa di vita era brevissima, poco più di 20 anni;
                          infatti, la media di figli per coppia nelle comunità che vivevano di caccia e raccolta era di 2; una media impossibile per originare tutta l'Umanità...
                          c'è del lardo in Garfagnana

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                          • Il gatto
                            Opinionista
                            • 21/11/09
                            • 12721

                            #43
                            E poi ogni metodo ha i suoi limiti, il radiocarbonio è uno dei metodi per altro applicabile alla datazione di reperti organici, quindi solo quelli che che contengono carbonio, con tale metodo un vaso di coccio non e' valutabile, compresi fa i 50.000 e i 100 anni per problemi di linearità del tempo che non scorre con la stessa cadenza all'allontanarsi dall'epoca della misura.
                            Per questo poi si usa la termoluminescenza ed altro visto che i tempi di misura da valutare sono molto più lontani dei 50000 anni di validità del radiocarbonio.
                            Inoltre per alcuni reperti è significativo un scarto di qualche centinaio di anni come per la sindone dove 4, 500 anni scombinano ogni attribuzione, ma nel caso uomo si ha uno scarto fra 5000 anni e un milione di anni dove se invece di un milione fossero 900.000 non cambia assolutamente niente.
                            Serve quindi comprendere la differenza fra precisione ed incongruenza macroscopica della misura e correlare gli scarti con il soggetto perché a volte è necessaria una precisione molto accurata, altre volte no e qualche 100.000 anni non cambia il senso dell'epoca di attribuzione dove la data è irrilevante.
                            Che mi frega se l'austrolopiteco è morto il primio gennaio o il 31 dicembre del 900.000 avanti cristo? serve un'a epoca, non una data.
                            Last edited by Il gatto; 19-10-2014, 17:46.

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                            • Il gatto
                              Opinionista
                              • 21/11/09
                              • 12721

                              #44
                              Quanto è vecchio l’Homo sapiens? La questione, ancora aperta, è una di quelle che più appassionano i paleoantropologi. Anche perché, come si può facilmente immaginare, stabilire quando esattamente la specie a cui apparteniamo ha fatto la sua comparsa sul pianeta è una faccenda che va oltre la semplice curiosità scientifica. Uno dei problemi cruciali è naturalmente quello della datazione dei reperti fossili attribuibili a Homo sapiens. Esistono diverse tecniche per stabilire quanto sia antico un reperto, e queste tecniche vengono via via raffinate e perfezionate. Per questo, a volte, l’origine di Homo sapiens può essere “spostata” avanti o indietro nel tempo anche di centinaia di migliaia di anni.

                              Nel giugno dello scorso anno, con una nota pubblicata dal settimanale Nature e ripresa poi anche da Galileo Ernesto Abbate, paleoantropologo dell’Università di Firenze, e i suoi collaboratori annunciavano la scoperta di resti fossili di ominidi a cui essi attribuivano un’età di 1 milione di anni. I reperti, rinvenuti nella depressione settentrionale di Danakil (Afar) in Eritrea, presentavano una combinazione di caratteri tipici dell’Homo erectus e dell’Homo ergaster, con tratti dell’Homo sapiens. Si tratta di un contributo importante alla conoscenza dell’evoluzione umana, soprattutto perché anticiperebbe di 300 mila anni, rispetto alle stime precedenti, l’inizio della differenziazione dell’Homo sapiens. Diversamente da quanto normalmente riportato dalle tavole sinottiche di paleoantropologia moderna, l’insediamento dell’Homo sapiens in Africa risalirebbe quindi a un milione di anni fa. Certo, nell’articolo pubblicato da Galileo, Abbate e i suoi colleghi sottolineavano prudentemente il carattere “preliminare” della scoperta e la necessità di effettuare una datazione più precisa. Anche se poi le conclusioni del loro articolo su Nature, cioè che l’età dei reperti fosse di circa un milione di anni, non sembravano lasciare spazio a molti dubbi.

                              Data la grande importanza della scoperta, questa datazione più precisa sarebbe davvero auspicabile. Perché, purtroppo, le tecniche impiegate per datare i reperti presentano qualche lacuna. Abbate e i suoi colleghi basano le loro stime essenzialmente su tre tipi di analisi. Innanzitutto una datazione assoluta basata sul rapporto tra due isotopi dell’argon, l’argon-39 e l’argon-40, effettuata su uno strato di materiale vulcanico contenente il minerale biotite. La biotite è un minerale ricco di potassio-39 che viene convertito in argon-39. Tale conversione si effettua in laboratorio per tappe successive di temperature sottoponendo a radiazioni il campione da studiare. La variazione del rapporto argon-39/argon-40 dà una misura del tempo intercorso da quando si è formato il campione.

                              Purtroppo questa datazione non ha fornito risultati utilizzabili: la biotite è infatti un minerale che viene facilmente contaminato. Assieme ai resti di ominidi sono stati trovati anche dei resti fossili di mammiferi che indicano un intervallo temporale che va dal Pleistocene inferiore al basso Pleistocene medio. Si tratta però di un intervallo molto ampio, che va da 500 mila a 1,8 milioni di anni fa e quindi non permette una datazione precisa dei resti ominidi. Infine è stata condotta una indagine magnetostratigrafica che però non è stata condotta secondo gli standard più moderni che oggi vengono ritenuti indispensabili da tutti gli specialisti del settore per accreditare l’attendibilità di una datazione.

                              La magnetostratigrafia è un’applicazione del paleomagnetismo, cioè dello studio della magnetizzazione naturale registrata dai sedimenti. Il campo magnetico terrestre ha invertito la propria polarità 20 volte negli ultimi 5 milioni di anni con una cadenza irregolare. I minerali ferrimagnetici, presenti in quasi tutti i tipi di sedimenti, hanno registrato come tante piccole bussole la direzione del campo magnetico al momento della loro deposizione. Ogni sequenza di strati geologici presenta quindi una serie di intervalli, detti magnetozone, che hanno “registrato” momenti della storia della Terra con polarità come quella attuale (normali) oppure opposte (inverse). Confrontando una particolare sequenza con una scala cronologica di riferimento per le inversioni del campo magnetico è possibile risalire all’età degli strati.

                              Abbate ha identificato quattro magnetozone: due inverse (R1 e R2) e due normali (N1, all’interno della quale sono stati trovati i resti ominidi, e N2) stimando l’età dei resti tra 990 mila e 1,07 milioni di anni fa. Sembrerebbe una stima molto precisa, ma purtroppo mancano molte analisi di dettaglio delle proprietà magnetiche dei sedimenti, con la conseguenza che le età così ottenute potrebbero essere erronee. Insomma, non è affatto detto che Homo sapiens sia davvero 300 mila anni più vecchio di quanto pensassimo. Bisognerebbe infatti studiare la mineralogia dei minerali ferrimagnetici e anche la stabilità della magnetizzazione dei campioni. La polarità magnetica di uno strato può essere il risultato di molte cause, più o meno complesse, e soltanto la caratterizzazione completa delle proprietà magnetiche può dare un significato reale alle datazioni. Per esempio, senza un controllo mineralogico accurato non si può scartare a priori la possibilità che la magnetozona N1 sia stata rimagnetizzata successivamente, quando il campo magnetico terrestre ha assunto la sua configurazione attuale, circa 780 mila anni fa.

                              Ma ciò che più preoccupa chi studia questi argomenti è che queste datazioni potrebbero poi venire utilizzate da altri studiosi per convalidare altre ipotesi, ignorando i problemi e le lacune del metodo con il quale sono state ottenute. Si potrebbero creare degli “effetti a catena” che si ripercuotono sull’attendibilità di tutti gli studi connessi, propagandosi in altre discipline. Il problema della datazione non si risolve soltanto con uno studio comparativo, ma con uno studio magnetostratigrafico completo e integrato da una serie di analisi che oggi tutti gli esperti ritengono essenziali. Senza analisi complete il dato paleomagnetico è privo di valore assoluto e può indicare tutto e il contrario di tuttohttp://www.galileonet.it/articles/4c32e1095fc52b3adf0001a6

                              Comunque il problema sta nell'ordine dei 100000 anni oltre il milione e niente si avvicina all'assoluta verita' biblica dei 5.000 anni, manco presa in considerazione per quanto si e' lontani dalle origini rilevabili con l'imprecisione che si vuole, ma sulla scala dei milioni e delle migliaglia.
                              Last edited by Il gatto; 19-10-2014, 17:58.

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                              • Il gatto
                                Opinionista
                                • 21/11/09
                                • 12721

                                #45
                                Un periodaccio allora, tanto tranquillo da campare 1000 anni senza che nessuno ti scannasse, divorasse seppellisse, ammesso che il cuore reggeva lo sforzo e il cibo era talmente ricco, variato e semplice da procurarsi da potersi considerare in un ventre di vacca.

                                meno un milione


                                meno 10.000


                                Talmente rilassati da essere pesi dall'albero della conoscenza e vogliosi di decidere loro il bene e il male perché se non avevi problemi, per una vita di mille anni non restava che farti le seghe mentali, tanto tutto era risolto

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